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7 settembre 2017 4 07 /09 /settembre /2017 09:28

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Jeremy Jackson, Più veloce dei ricordi, Giunti Waves, 2017

Emanuela Pagan) Nel racconto di Jeremy Jackson (Più veloce dei ricordi, Giunti - collana Waves - 2017) traspare un modo completamente diverso di vivere la corsa.

Per Kevin correre non è un piacere, vincere o battere dei record non gli porta alcuna soddisfazione, è un’azione catartica utile a non fargli sentire il dolore, mentre la paura lo rende veloce.

La sensazione della velocità è come sfuggire momentaneamente alle grinfie della mortalità … la velocità deforma la tua relazione con il mondo … la destinazione diventa confusa e irrilevante, e non è più chiaro se tu stia correndo verso qualcosa, o fuggendo da qualcosa, o entrambe le cose, o nessuna delle due”.

Kevin è un adolescente che ha perso quasi tutta la sua classe in un incidente stradale dopo una gara di atletica. Ha incubi ricorrenti in cui è insieme a loro, vorrebbe salvarli, ma non ci riesce e si sveglia salvo, mentre tutti i suoi compagni sono morti.

La notte non gli porta riposo, solo angosce che nasconde nei passi ritmati della sua corsa, perché Kevin è un talento naturale: per lui correre è un’azione facile che non comporta fatica.

Diventa il nuovo simbolo della città, ma lui resta nel suo mondo fatto di strade da percorrere con le sue scarpe, immerso in un silenzio pacificatore.

Il libro di Jeremy Jackson descrive una visione della corsa non centrata su obiettivi, avversari o tempi da battere, ma interiore e pacificatrice.

E' una lettura che può condurre il podista a una riflessione più intima sulla motivazione di ogni suo passo di corsa.

 

L'autore. Jeremy Jackson è un autore americano. Life at these speeds (titolo originale dell’opera) è la sua prima storia. L’idea gli è venuta nel dicembre del 1994 mentre studiava nella biblioteca del suo college. Il libro è stato segnalato da Barnes&Noble nell’ambito del Discover Great New Writers Program e da Booklist come Editor’s Choice e ne è stato tratto il film: 1 Mile to you, regia di Leif Tilden con attori del calibro di Tim Roth e Bill Crudup, è uscito nel 2017.

(dal risguardo di copertinaKevin è un giovane corridore promettente ma senza troppa convinzione. Tutto cambia quando una notte, dopo una gara, il pulmino che riporta a casa i compagni di squadra, la fidanzata, l'allenatore, finisce tragicamente in un fiume. Solo Kevin si salverà, perché quella notte stava tornando a casa in auto con i genitori. Nei mesi successivi la corsa diventa la sua vita: mentre corre si sente avvolto da un silenzio che attutisce il dolore. In pochi anni comincerà ad accumulare record su record, diverrà una promessa nazionale, idolo del pubblico, ma non tutti si lasciano abbagliare dal suo successo. Gregory, il nuovo allenatore, gli lancia una domanda scomoda: "Per chi vinci? Lo fai per te?". E poi c'è Henny, la compagna di corse che adora i temporali estivi e con la sua sincerità priva di compromessi sa bucare la scorza di Kevin. Grazie anche a loro Kevin imparerà di nuovo a entrare in contatto con le proprie emozioni, a recuperare i ricordi del passato per poterne creare di nuovi nel presente, a vivere combattendo per quello che realmente vuole e non solo per quello che gli altri si aspettano da lui.

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4 settembre 2017 1 04 /09 /settembre /2017 08:20
Ars Sana in Mente Insana (Pino Clemente/Gino Pantaleone), Medinova Editore

Pubblichiamo qui - per completezza - la recensione al secondo tomo (indivisibile) dell'opera a due mani scritta da Pino Clemente e da Gino Pantaleone, dal titolo Ars Sana in Mente Insana (Medinova (2017).
Il primo tomo, già recensito in questo magazine da maurizio trattava il tema della "droga nell'arte" ed era ricco anche di riferimenti che possono sollecitare direttamente l'interesse dei runner (e in particolare di quelli "ultra"). Questo secondo tomo, recensito da Cettina Vivirito, sviluppa invece in tema della "follia nell'arte" e pur presentando meno agganci diretti alla pratica dello sport di endurance, chiude tuttavia il cerchio di quanto raccontato nel primo tomo e rappresenta sicuramente un arricchimento culturale per chi pratica lo sport. In fondo, la pratica sportiva non è solo movimento o fisicità: ad essa si richiede sempre un approccio compl
esso, in cui l'aspetto mentale é dominante. E appunto per questo - anche per evitare un'eccessiva specializzazione ed un restringimento cognitivo è un bene tenere la mente aperta e permeabile a stimoli di tipo diverso. E, quindi, proprio per questo motivo abbiamo deciso di dare ampio spazio anche al volume "La Follia nell'Arte" (arricchito dalla prefazione di Aldo Gerbino e da un contributo di Alessia Misiti), certi del fatto che si possa rendere un buon servizio a chi corre anche fornendogli spunti di riflessioni in campi diversi.
E poi si potrebbe anche dire che chi corre sulle lunghissime distanze e affronta imprese epiche ed incredibile possiede sicuramente dentro di sé una "corda pazza" ed con essa ha una certa dimestichezza. E dunque, anche tema trattato da Gino Pantaleone può essere pertinente.
Ecco di seguito la recensione di Cettina Vivirito.

Il Manicomio di Palermo (scorcio)

“I pazzi osano dove gli angeli temono di andare”, ovvero, della follia nell'arte

 

Nullum magnum ingenium sine mixtura dementiae fuit

(Nessun grande ingegno fu mai senza una mistura di follia)

(L. A. Seneca, De tranquillitate animi)

 

Impazzire è la cosa più intelligente che avessi mai fatto

(Alberto Fragomeni)

 

(Cettina Vivirito) "Ho approfondito e non poco le vicende di queste vite “al limite” e la mia prima sensazione, e lo dico con il cuore tra le mani, è quella di aver provato tanta tenerezza che, essendo quella d'istinto, la reputo vera, autentica".

Questa emotiva riflessione contiene in sé tutto il senso, profondamente umano, del saggio breve e intenso di Gino Pantaleone, La follia nell'arte, autore, insieme a Pino Clemente di un opera in due tomi: “Ars sana in mente insana” dove i due autori analizzano e ripercorrono, approfondendo l'argomento attraverso esperienze personali, due temi speculari sull'arte, quello della droga e quello della follia, stati di alterazione dai confini indeterminati, spesso incomprensibili ma stupefacenti, nei risultati artistici. Il “racconto” di Gino Pantaleone, semplice e commosso parte da un anfratto recondito del suo cuore, un'indelebile ricordo d'infanzia:

"I miei nonni abitavano nelle case popolari di via Giuseppe Pitrè a Palermo alle cui spalle c'erano degli slarghi dove noi ragazzini spesso ci organizzavamo per giocare a pallone. (…) Questi campetti di calcio improvvisati erano da un lato delimitati da un muro altissimo che divideva la zona nostra, quella dei ragazzini, da quello che una volta era il manicomio della città, la ex Real Casa dei Matti. La paura più grande, ricordo, per noi, era quella che nella foga, un calcio più forte degli altri potesse far andare la palla al di là del muro, (…) Il vero problema era che fine avrebbe fatto quella palla avendoci i grandi inculcato nella nostra mente che dall'altra parte c'erano i pazzi, sorta di mostri fuori di testa pronti a qualsiasi cosa anche a uccidere, in particolar modo i bambini".

Ars Sana in Mente Insana (Medinova 2017). Tomo 2: Gino Pantaleone, La follia nell'arte

Ecco come fin dall'inizio la lettura di questa “storia della follia”, che attraversa come un brivido lungo la schiena tutta la storia dell'arte e con essa s'interseca inestricabilmente,  viaggio che Pantaleone intraprende probabilmente per meglio comprendere ed esorcizzare quella sua antica paura, riporta alla mente altre letture di altri siciliani che si sono confrontati con la stessa paura e che il genio (follia?) letterario condusse a scrivere capolavori rimasti impressi nella mente di molti, come il monologo del pazzo contenuto nell'Enrico IV di Pirandello:

"Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo, e quante cose mi parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri ed ero beato! Perché, guai se non vi tenete più forte ciò che vi par vero oggi da ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l'opposto di ciò che vi pareva vero ieri.. Guai! se vi affondaste come me a considerare questa cosa orribile (…) che se siete accanto a un altro e gli guardate gli occhi, come io guardavo un giorno certi occhi, potete figurarvi come un mendico davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra non sarete mai voi, col vostro mondo dentro come lo vedete e lo toccate, ma uno ignoto a voi come quell'altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca".

Erano gli anni sessanta e l'idea di matto era molto simile a quella che Gino Pantaleone fece propria da bambino: le storie che venivano narrate a tal proposito erano davvero paurose e leggendarie. La Real Casa dei Matti, l'ospizio per alienati fondato dal barone Pisani nel 1824 che tanta paura destava nei palermitani dell'epoca, colpì di grande stupore anche un uomo di lettere come Alexandre Dumas che viveva a Parigi, dove operavano i teorici di quel “trattamento morale” della pazzia a cui l'esperimento del barone Pisani è ascrivibile. La diade genio/follia è diventata uno stereotipo, sanzionato anche dal punto di vista drammaturgico, nel 1836, quando lo stesso Dumas scrisse l'opera “Kean ou désordre et génie”. Ciò che colpiva Dumas, come molto dopo e molti altri dopo di lui, del manicomio palermitano, era quel tanto di eccessivo, di monstre, di orrido siciliano che ha accompagnato in tutta Europa la fama di questo luogo. Quest'eccessività, quest'estremismo è la chiave per collocare nella storia della medicina la “magnifica istituzione”, un miscuglio di antiche credenze e intuizioni precorritrici, di aristocratico paternalismo settecentesco e istanze sociali, di empiria antiscientifica e valori d'umanità, di eccentricità estetizzanti e risultati terapeutici.
 

Bruno Caruso

L'essere una delle cose di Sicilia la ravvolse poi di leggenda, di “folie palagonienne” (come fu detta da un viaggiatore giornalista l'operosa mania che talvolta rapiva i siciliani e di cui sarebbero indizi la Villa dei Mostri del Palagonia, il monastero di cera del principe di Butera, il cimitero dei Cappuccini e l'illustre ospizio del barone Pisani). Ancora oggi l'inaccettabile paradosso sani fuori e matti all'interno di quei cancelli è plasticamente rappresentato da due enormi orologi posti nella facciata della già Real Casa dei Matti, significativamente dedicati uno ai "saggi" ed uno, solare, ai "folli": come se il tempo scorresse a due marce diverse a seconda della condizione mentale degli individui. Dopo la legge Basaglia, quei luoghi di tristezza e dolore hanno subito rifacimenti e restauri ed il manicomio è stato trasformato oltre che in un interessante spazio museale di archeologia industriale (fondato dall'ingegnere Domenico Muzio), in sede di uffici ed ambulatori di un'azienda sanitaria, per curare davvero la gente.

Nella storia dell'arte, anche prima dei casi clamorosi di Van Gogh e di Ligabue, autodidatti geniali e assolutamente straordinari, molti sono gli artisti la cui mente è attraversata dal turbamento, che si esprimono in una lingua visionaria e allucinata. Ognuno di loro ha una storia, una dimensione che non si misura con la realtà, ma con il sogno.

Controcanto ne è il Museo della Follia di Catania, repertorio degli artisti pazzi di Sicilia, più che altro dei disperati, degli abbandonati, dove le collezioni che sono inglobate nell'allestimento rappresentano in una luce nuova, in modo razionale e ordinato l'esistenza di un'umanità travolta dagli obblighi e dalle regole che hanno determinato alcune forme di “follia” o meglio, di “disobbedienza”: questi artisti/individui  si rifiutarono di fare ciò che il mondo impose loro- dicotomia pirandelliana tra vita e forma; si chiusero probabilmente in una forma che procurò un senso alla propria vita, vita che rifiutò carriere e divise: il matto non ha un abito, non vuole fare carriera, non vuole essere iscritto a un'anagrafe, non si accomoda ad accettare la dipendenza.

Così come Goya il quale nel riscoprire le grandi immagini della follia, evoca una nuova follia, quella dell’uomo gettato nella sua notte: le sue forme nascono dal nulla, sono senza sfondo perché nulla può definire la loro origine e il loro termine, nuova visione ripresa da Hieronymus Bosch nel “Sant’Antonio” dove è evidente il richiamo contraddittorio della natura presente in Goya. È la loro una follia dietro la maschera che morde i volti senza occhi né bocche, sguardi che vengono dal nulla e si fissano nel nulla, fine e inizio per l’uomo, e per il mondo.  Questa follia che unisce e separa il tempo, che trasmette le parole della  follia  classica diede loro diritto e cittadinanza nella cultura occidentale, come fecero notare Nietzsche e Artaud.
 

La Vignicella, l'edificio più antico all'interno dell'ex Manicomio di Palermo

Anche la calma e il paziente linguaggio di Sade raccolgono le ultime parole della follia e danno loro un senso per l’avvenire. Nel castello in cui si rinchiude l’eroe di Sade, nelle foreste e nei conventi, l’uomo ritrova una verità dimenticata e cioè quella che nessun desiderio può essere contro natura se è vero che è stato messo dalla stessa natura nell’uomo e dunque, la follia del desiderio, le passioni più sragionevoli diventano al contrario saggezza e ragione perché appartengono all’ordine stesso della natura: niente di ciò che la follia sembra inventare non è già natura manifesta. Così la follia di Torquato Tasso, la malinconia di Swift, il delirio di Rousseau appartengono sia alla loro vita che alle loro opere: parla la verità. Verità contenuta nella follia del grido dionisiaco di Nietzsche, in quella di Artaud. La follia così diventa non lo spazio d’indecisione in cui si rischiava di far trasparire la verità, ma la verità che sovrasta la storia. Con la meditazione sulla follia, è il mondo a diventare colpevole nei riguardi dell’opera. Caso emblematico e violentemente dichiarato è proprio quello di Artaud che studiò con sofferenza il caso di Van Gogh il quale a Auvers-sur-Oise produsse in due soli mesi, 32 disegni e 70 quadri, prima di suicidarsi con una revolverata all’età di 37 anni. Secondo Artaud, il pittore "non si è suicidato in un impeto di pazzia, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta e aveva scoperto cos’era e chi era, quando la conoscenza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò".

Se la patologia mentale, comunque si manifesti, è il risultato di una mancanza di adattamento dell’individuo all’ambiente, il risultato artistico diventa scudo protettivo, tentativo estremo di colmare la distanza da un Dio lontano ed indifferente, da una verità apparentemente irraggiungibile e insieme riconoscimento di tale irraggiungibilità.

L’idea secondo cui la verità sarebbe universale, eterna, che vi sia verità ovunque e sempre, e che dappertutto attorno a noi la verità incomba, ci attenda, sia presente in silenzio, passiva e addormentata aspettando il momento in cui getteremo lo sguardo su di essa e infine la risveglieremo, l’idea che la verità e l’universale coincidano, come ha mirabilmente sostenuto un grande storico come Foucalt, ha avuto corso lungo l’intera storia di quello che potremmo chiamare il nostro imperialismo culturale.

Se consideriamo la trama, la fibra della nostra società, della nostra civiltà, delle nostre istituzioni, ci accorgiamo che in fondo abbiamo sempre, anche in uno stadio avanzato, delle tecniche, dei rituali, delle istituzioni che hanno la funzione di determinare, di isolare momenti specifici o luoghi differenziati a partire dai quali la verità potrebbe infine rifulgere: come se, alla fin fine, la verità non fosse propria di ogni luogo, né di ogni tempo, ma dovessero esserci luoghi in cui la verità esplode e appare, momenti in cui la verità può essere colta, momenti in cui viene alla luce.

Una veduta dall'interno della Vignicella, ex Manicomio di Palermo

Esiste infatti tutta una geografia culturale della verità, ed esiste nelle nostre società una geografia delle sedi profetiche. I filosofi greci si chiedevano perché, appunto, si ritenesse che la verità dovesse parlare a Delfi; la cella del monaco, l’isolamento monastico, costituivano a loro volta una modalità di predisporre un determinato luogo geografico in cui la verità avrebbe potuto prodursi. Ancora oggi noi abbiamo, nelle chiese e nelle università, dei luoghi che chiamiamo “cattedre”, da cui si suppone che la verità parli.

Sarà la nozione di normalità, di comportamento normale, a costituire il correlato teorico della pratica dell’internamento. La follia sarà definita all’inizio del xix secolo non come giudizio perturbato ma come disturbo nel modo d’agire, nel modo di volere, nel modo di avere passioni, di provare sentimenti, nel modo di prendere decisioni, e così via: la follia cesserà di iscriversi lungo il grande asse verità-errore-coscienza, per iscriversi lungo un asse completamente diverso: quello passione-volontà-libertà. “Ci sono sicuramente degli alienati il cui delirio è appena visibile”, dice Esquirol, “ma non c’è alcun alienato le cui passioni, le cui affezioni morali non siano disordinate, pervertite o annientate. L’attenuazione del delirio non è dunque una guarigione certa se non quando gli alienati ritornano alle loro destinazioni normali”. E allora, in queste condizioni, se è vero che la follia è essenzialmente lo sconvolgimento dell’asse o dei due poli: passione-azione/libertà-volontà, quale sarà il processo di guarigione? Il ritorno alla verità? Niente affatto. Piuttosto un altro tipo di ritorno, e ancora scrive Esquirol: “Il ritorno alle destinazioni normali nei loro giusti limiti”. Il desiderio di rivedere gli amici, di rivedere i propri figli, le lacrime della sensibilità, il bisogno di aprire il proprio cuore, di ritrovarsi in mezzo alla propria famiglia, di riprendere le proprie abitudini., ecco, secondo Esquirol, cosa caratterizza davvero la guarigione.

Ciò che potrà permettere questo ritorno alla norma, al modo normale di agire e di sentire sarà proprio l’ospedale, inteso non come luogo di osservazione, ma piuttosto come luogo di affrontamento tra, da una parte, la passione e la volontà perturbate del malato e, dall’altra, la passione e la volontà ortodossa del medico e del personale ospedaliero. Come sosteneva Basaglia, autore della legge che pose fine alle istituzioni manicomiali: "La caratteristica fondamentale di queste istituzioni: fabbrica, ospedale, scuola, manicomio, è una separazione netta tra coloro che hanno il potere e coloro che non ce l’hanno".

Tutte le grandi riforme del pensiero psichiatrico sorto attorno al problema del rapporto di potere, tutte le grandi crisi, tutti i grandi dibattiti sono altrettanti tentativi per spostare, per smascherare, per disarmare questo rapporto di potere. Cosa che implica un lavoro politico: un lavoro di lotta e di azione politica che cerca di sciogliere tutti i rapporti di potere che tramano, che intessono la nostra esistenza.

Il caso più emblematico a sostegno di questa tesi è forse quello della poetessa Alda Merini, per la sua immensa lucidità poetica: Ho conosciuto Gerico,/ho avuto anch'io la mia Palestina,/ le mura del manicomio/ erano le mura di Gerico /e una pozza di acqua infettata/ci ha battezzati tutti./ Lì dentro eravamo ebrei/ e i Farisei erano in alto/e c'era anche il Messia/confuso dentro la folla: /un pazzo che urlava al Cielo/tutto il suo amore in Dio./ Noi tutti, branco di asceti/eravamo come gli uccelli/e ogni tanto una rete/oscura ci imprigionava (…)/Fummo lavati e sepolti,/odoravamo di incenso./ E, dopo, quando amavamo,/ci facevano gli elettrochoc/perché, dicevano, un pazzo/non può amare nessuno. (...).

Il mistero continua, scrive Gino Pantaleone in chiusura: "Ancora oggi non abbiamo certezze scientifiche se genio può significare essere necessariamente folli o se essere folli può significare essere necessariamente geniali. Restano solo queste vite tormentate di tanti intellettuali e artisti che furono devastate da patologie crudeli, che furono ingabbiati dentro bianche e sporche camicie di forza, che subirono passivi terapie cruente quali l'elettroshock e abitarono e, a volte, terminarono anche le loro esistenze in miserabili, tetre e putride celle di oscuri ghetti chiamati manicomi".

 

Gino Pantaleone

Brevi notizie sull'Autore.  Gino Pantaleone é poeta e scrittore palermitano. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: “Urla di dentro” - 1996, “Io così, se volete” - 1997 e “Il vento occidentale” – 2007. Per essere stato premiato in diversi concorsi letterari, l’Accademia Costantiniana gli conferisce la nomina di Socio Accademico “in riconoscimento dei servigi resi alla cultura”. Alcune delle sue poesie tradotte sono diventate testi di musica raccolte in un cd dal titolo “Simple”. Nel 2013 gli è stato conferito il Premio Internazionale della Cultura “Salvator Gotta per la saggistica biografica per il libro “Non dobbiamo aver paura” (2012), per aver squarciato il silenzio sull’opera di Michele Pantaleone. Nel 2014, l’I.S.S.P.E (l’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici) e il G.R.E. (Gruppo di Ricerca Ecologica) gli hanno assegnato il “Premio Gaia 2014”, per la divulgazione della Cultura alla Legalità per il libro “Il Gigante Controvento”. Nel 2016 e viene premiato al Premio “Piersanti Mattarella”. Nel novembre 2016 pubblica il saggio “Servi disobbedienti”.

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25 agosto 2017 5 25 /08 /agosto /2017 09:14
Erling Kagge, Il Silenzio. Uno Spazio per l'Anima, Einaudi Stile Libero, 2017

(Cettina Vivirito) C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, dei camminatori solitari, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.

Marcel Marceau che per 50 anni ha calcato le scene senza proferire una sola parola ha sostenuto che tutte le arti, silenzio compreso, hanno una loro grammatica ma prima bisogna sintonizzarsi sull'anima con il corpo, con il cuore, con lo sguardo. Non basta fare dei gesti, non basta neppure stare zitti, occorrono uno scopo, una strategia, una volontà tattica. Tacere diventa significativo quando si è assolutamente in grado di parlare ma si sceglie di non farlo non per negare la comunicazione semmai per espanderla; non per sottostare passivamente a tabù o imposizioni esterne piuttosto per aggirarli e obbedire al principio di efficacia.

Si parla troppo”, ripeteva il premio Nobel José Saramago, convinto che solo il silenzio esiste davvero. Perché riusciamo a sentirlo (Michael Wehr, psicologo dell'Università dell’Oregon, ha scoperto i neuroni appositi), perché ne abbiamo bisogno (si moltiplicano alberghi e vacanze anti rumore) e perché, come insegnava Paul Simon, ne cogliamo il suono anche “in mezzo a diecimila persone e forse più”.

Per ascoltare occorre tacere. Senza silenzio non c’è parola, non c’è musica. Spesso però lo evitiamo, ne abbiamo quasi paura, abbiamo perso l’abitudine a stare soli. Eppure la lettura e la scrittura nascono dal silenzio, si nutrono del silenzio e il libro stesso ne è massima espressione: colmo di parole, tace.

Erling Kagge, classe '63, nel 2016 ha scritto un bellissimo libro, Il silenzio Uno spazio dell'anima, pubblicato da Einaudi Stile libero, per la traduzione di Maria Teresa Cattaneo. La sua personale ricerca del Silenzio lo ha portato al Polo Nord, al Polo Sud e sulla cima dell’Everest. Aveva raggiunto il Polo Nord nel maggio del 1990 assieme a un altro esploratore e dopo aver trascorso 50 giorni con una temperatura a meno di 54°C e bruciate quasi tutte le riserve corporee di grasso- il giorno stesso dell’arrivo al Polo passò per caso sopra di loro un aereo da ricognizione americano: i piloti rimasero sorpresi nel vederli, e gettarono loro un contenitore pieno di cibo. Al Polo Nord non c’era dunque silenzio. Non c’era nemmeno negli oceani e Kagge se ne accorse nella primavera del 1986, durante un viaggio in barca a vela lungo le coste del Cile. Una mattina all’alba, mentre faceva la guardia nel turno più duro, da mezzanotte alle quattro, udì qualcosa che sembrava un respiro lento e profondo: era una balena con il dorso grigio che inspirava ed espirava. Per qualche tempo Kagge e la balena seguirono la stessa rotta: poi la balena scomparve.  Conobbe il silenzio soltanto nell’Antartide: in quel paesaggio montuoso che si estendeva a perdita d’occhio, dove tutto sembrava uniformemente bianco ma in realtà non lo era, la neve era screziata d’azzurro, di rosso, di verde e perfino di rosa, in quel luogo remoto, completamente solo, non aprì bocca e se gli si rompeva un attacco, o rischiava di cadere in un crepaccio, non imprecava. Non c’erano, come a casa, telefoni che squillavano o qualcuno che suonava alla porta. Non ebbe contatti con nessuno: né via radio né via internet; completamente solo, il futuro non contava più, del passato non gli importava nulla, aveva chiuso il mondo fuori di sé e si sentiva a proprio agio, come non era mai stato, ascoltando quel Silenzio che aveva tanto cercato.

Per Kagge dunque il Silenzio è Dio. Nelle sue riflessioni solitarie ricorda che, come riporta mirabilmente la Bibbia, nel Primo libro dei Re si racconta che Dio si manifestò a Elia dapprima come vento impetuoso, poi come terremoto, poi come fuoco: Dio in realtà non era in nessuno di questi elementi ma soltanto in una brezza leggera, in un “silenzio sottile”. Nell’ultima frase del Tractatus logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein scrisse: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”: forse non a caso il Tractatus fu concepito in Norvegia, nel paese di Kagge, a Skjolden, all’interno del Sognefjord.

Nel mondo di oggi è difficilissimo trovare il silenzio, tanto più il Silenzio assoluto che Kagge non riuscì mai a conoscere, nemmeno quando comandò di essere chiuso in una stanza insonorizzata che impediva l’ingresso ai suoni esterni; anche lì c’era rumore. Abbiamo perduto la capacità di concentrazione, per Kagge: smettiamo di concentrarci dopo 8 secondi, ci sentiamo a disagio quando restiamo da soli in una stanza per 12 o 15 minuti senza poter ascoltare musica, leggere o scrivere: allora apriamo la finestra per guardare fuori. Tentiamo di fare silenzio dentro di noi, ma la nostra mente è sempre piena di idee ingovernabili; i ricordi e le immagini si affollano, cercando di catturare la nostra attenzione. Ma Kagge è convinto che tutti possano trovare il silenzio dentro di sé, anche se circondati dai rumori. È una sensazione bellissima, una grande gioia: non siamo più irrequieti, non facciamo assolutamente nulla, non viviamo attraverso le esperienze degli altri, restiamo cinque minuti di più a letto o andiamo al lavoro a piedi o ci ipnotizziamo per venti minuti: saliamo le scale, prepariamo da mangiare o contempliamo un’opera d’arte, cercando di capire cosa l’artista ci ha voluto rivelare; o viviamo nella natura, restando soli per tre giorni, senza parlare con nessuno; o conversiamo come fanno i giapponesi, che serbano il silenzio anche quando discorrono.

C’è un mito gnostico, al quale forse Erling Kagge si ispira. Il Dio gnostico porta uno strano nome: Abisso. Esso non evoca cavità indefinite o la vasta distesa degli oceani primordiali. Significa che Dio è superiore a tutte le qualità umane: senza vista, senza sensibilità, senza desideri, senza immagini, senza intelligenza, senza pensieri: ignora la forma, l’ordine, l’eguaglianza e la diseguaglianza; non vive e non è senza vita; è fuori dal tempo e dallo spazio. Questo Dio indicibile, incomprensibile, ineffabile, inesplicabile, questo Dio sconosciuto, di cui non si può né affermare né negare nulla, è il Non-Essere senza limiti, l’inconcepibile Vuoto, che contiene in sé stesso la possibilità di tutti gli esseri e di tutte le cose. Dio è l’essenza del mistero, cioè il Silenzio dell’ineffabile.

C’è dunque un’intima, indissolubile relazione fra Silenzio ed “Essere”. Con perfetta corrispondenza la dinamica che muove dal silenzio passa attraverso i suoni “udibili” solo interiormente, poi ai suoni concreti e approda alle parole articolate: ne deriva che per rientrare nell’unità divina si deve compiere a ritroso il cammino dalle parole, e perciò dal pensiero, ai suoni trascendenti e infine al silenzio, cioè all’Assoluto unitario.

E' il ritiro nella foresta assegnato alla vecchiaia dalla dottrina brahmanica ortodossa: qui si trascorre una vita semplice, parca nei cibi, dedicata alla lettura di testi sacri, alla preghiera, al silenzio, alla meditazione. In altre parole, l’induismo tradizionale prevede che, dopo la vita nel mondo con i suoi piaceri, le responsabilità e i compiti, il periodo finale dell’esistenza sia dedicato esclusivamente alla cura dello spirito. Un modello certo non proponibile in Occidente oggi, ma ricco di suggestione soprattutto per il rilievo assegnato al “silenzio”, condizione (quasi) inderogabile dell’incontro con se stessi di cui sempre più si avverte l’acuta nostalgia.

Uno dei passaggi fondamentali della cultura occidentale è quello narrato da sant'Agostino nelle Confessioni in riferimento alla figura del vescovo sant'Ambrogio: “Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente”. Agostino è sorpreso dall’osservare un fenomeno sino ad allora ignoto alla sua pur vasta esperienza intellettuale: Ambrogio leggeva in silenzio, muovendo solo le labbra mentre scandiva le parole. Per molti secoli lettura e oralità sono andate insieme per cui chi leggeva aveva la necessità di leggere a voce alta perché solo così la combinazione dei segni alfabetici (privi com’erano di segni diacritici, segni interpuntivi, maiuscole, spazi tra le parole) prendeva la forma del discorso. Nel mondo classico, e in particolare romano, poi, l’attività dello scrivere e del leggere erano considerate servili, per cui era il segretario incaricato quasi sempre di leggere a voce alta a favore del suo padrone. Con Ambrogio, uomo colto e funzionario imperiale, si ha il primo esempio certo di un passo ulteriore, quello dell’interiorità. Il silenzio implica la vera capacità di lettura: prima c’era ancora la decifrazione dei segni in suoni e poi l’ascolto dei suoni per ricostruire il discorso. Ora invece il cervello è capace di sintetizzare direttamente i segni in discorso, senza l’intermediario sonoro. La lettura silenziosa è dunque una delle grandi conquiste dell’umanità che riesce, in questo modo, a recuperare dentro di sé uno spazio nuovo, un nuovo modo di interpretare e custodire il linguaggio.

Il silenzio è solitudine, è sensazione del nulla: Emily Dickinson esprime la sua angoscia e il suo male di vivere rifugiandosi, pur avendone paura, nel silenzio. La poesia di Garcia Lorca non ama il frastuono, necessita di silenzio. Non un silenzio qualunque e nemmeno il silenzio in generale, bensì il fare silenzio proprio della ragione che indaga la Verità e che tace di fronte alla sua rivelazione.

Come ha giustamente sottolineato Susan Sontag nel saggio “The Aesthetics of Silence”, per essere definito il silenzio “non cessa mai di coinvolgere il suo opposto e di richiederne la presenza”. Più che sull’atto di negazione però, è forse proprio sul confine tra presenza e assenza, suono e taciturnità, astratto e concreto, che vanno ricercate le forme del silenzio a partire innanzitutto dal gesto che lo identifica immediatamente nella cultura occidentale, e cioè il dito indice posato sulle labbra, il cosiddetto ‘signum harpocraticum’, emblema di un silenzio religioso e sacrale: in questa posa veniva infatti rappresentato in Grecia il dio del silenzio, il bambino arpocrate, versione ellenizzata della divinità egiziana Oro. André Chastel fa notare come il gesto possa avere una connotazione ambivalente: quella passiva mutuata dalla simbologia gnostica, dove la chiusura della bocca serviva a impedire l’ingresso dei demoni nel corpo, e quella invece attiva legata al nume egiziano che, come racconta Ovidio nelle Metamorfosi, “con il dito invita al silenzio”.

Un gesto incantatorio che avrà grossa risonanza nel mondo cristiano, soprattutto in ambito monastico dove l’atto della preghiera richiedeva esplicitamente il blocco della “chiostra dei denti”, andando ad alimentare, tra i primi fedeli, una vera e propria mitologia sulla necessità di difendere la bocca da qualsiasi infiltrazione malevola.

Se nel rinascimento il silenzio in cui erano immersi i personaggi rappresentati era fonte di irritazione iconoclasta per gli artisti – basti pensare alla leggenda di Michelangelo che, adirato contro il mutismo del suo Mosè, gli avrebbe lanciato contro un martello –, esso si pone tuttavia come la caratteristica imprescindibile dell’opera plastico-visiva.

Non è un caso che, in un saggio del 1946 dal titolo emblematico L’occhio ascolta che descrive la pittura olandese del Seicento, Paul Claudel converta questo topos tradizionale della “muta eloquentia” in “scuola del silenzio”, esaltando il silenzio come una forma di ‘discorso’ visiva in grado di comunicare conoscenze (e reazioni emotive) difficilmente accessibili altrimenti. Commentando un quadro “nel genere di van Goyen” ad esempio, Claudel osserva come i giochi di luce di quello che lui definisce un insieme “ridotto al silenzio” avessero la capacità di rivelare le cose grazie a un’impregnazione oleosa simile a quella presente nel paesaggio olandese, considerato “quella tasca, quello stomaco” in cui venivano inghiottiti e digeriti i numerosi tesori e valori del mondo.

Dunque, il ‘corpo viscerale’, la sostanza materica del dipinto è ciò che secondo Claudel definisce il silenzio e la sua potenza di fascino. Il ‘farsi corpo’ del silenzio non è più così demandato a una precisa mimica del soggetto (come nel signum harpocraticum), ma si trasforma nel “farsi corpo” della pittura stessa.

Secondo una leggenda contemporanea che trova le sue origini nella tradizione rabbinica, ogni essere umano porta inscritto nella propria conformazione anatomica il segno del silenzio: il “filtro” (prolabio), l’incavo tra naso e labbra, sarebbe l’impronta lasciata dal dito di un angelo venuto a chiudere la bocca al nascituro e a fargli dimenticare tutti i saperi che possedeva nell’utero della madre. L’arte, così come la letteratura hanno forse il compito di recuperare, o perlomeno segnalare, i segreti di questo Silenzio. “Solo quando ho capito che ho un intimo bisogno di silenzio, ho potuto mettermi alla sua ricerca; nei miei recessi più intimi, sotto la cacofonia dei rumori del traffico e dei pensieri, della musica e dei macchinari, degli iphone e degli spazzaneve, lui era lì che mi aspettava”, conclude Erling Kagge.

 

 

(MC) Credo che Il Silenzio di Erling Klagge, come illustrato egreggiamente nell'articolo di Cettina Vivirito,  dovrebbe essere una lettura consigliata a tutti runner, soprattutto a coloro che affrontando esperienze che combinano la performance sportiva con una ricerca interiore e che dovrebbe entrare a far parte di una loro biblioteca portatile: e il mio pensiero va indubbiamente agli ultramaratoneti, agli ultratrailer e ai camminatori di lungo corso, per i quali l'esperienza del correre e del camminare, sia durante i diuturni allenamenti sia in corso di gare si svolge "via dalla pazza folla" e via anche dalle forme di competizione sfrenata che caratterizzano le gare di corsa di poche migliaia di metri in cui il frastuono della competitività spinta azzera qualsiasi possibilità di contatto con il proprio sé interiore.
Non a caso vi sono popoli che praticano la corsa di lunga durata per finalità ritual-religiose: pensiamo, ad esempio, ai Tarahumara di cui si è occupato recentemente Christopher McDougall, nel magistrale Born to run (pubblicato in Italia da Mondadori, Strade Blu, nel 2014) oppure ai monaci corridori del Monte Hiei che praticano nel contesto del Buddhismo una singolare forma di meditazione attraverso corse estenuanti ripetute ogni giorno, sino a raggiungere l'illuminazione e a passare a ulteriori stadi trasformativi del sè; ma possiamo anche pensare a forme di esportazione di tali discipline ai contesti occidentali, in formule nuove ed inedite che, tuttavia, attraggono stuoli di seguaci: e qui possiamo citare l'Associazione di runner con diramazioni internazionali fondata dal guru Sri Chimnoy. O ancora, senza arrivare ad una partecipazione codificata ad organizzazioni che praticano la disciplina della meditazione attraverso la corsa o altre forme di sport, può essere citato il concetto di "psicoatleta" coniato da Enrico Brizzi, scrittore ma soprattutto grande camminatore. E non ci sorprende ancora, considerando questi punti di repere così brevemente menzionati il fatto che, al giorno d'oggi, in cui tutto é in crisi e non ci sono più certezze confortanti, si diffondano sempre di più le esperienze del "camminare profondo": non si può spiegare altrimenti la popolarità crescente (e rinnovata, nel senso di essere sempre più "laica") di cui gode il Cammino di Santiago che, benché intrapreso con le motivazioni più diverse (alcune delle quali apparentemente banali), man mano che, giorno dopo giorno, si macinano chilometri in una diuturna fatica, porta i camminatori verso se stessi, togliendo progressivamente assieme al sudore tutti gli orpelli del vivere quotidiano, tutto ciò che è inessenziale, sino a condurre ad un contatto intimo con il proprio nucleo interiore.
Nell'esperienza degli sport di lunga durata (rientranti nella definizione di "endurance") si è inevitabilmente captati da una disciplina del silenzio, così come descritto da Kagge che, evidentemente, ha potuto attingere le sue riflessioni profonde  proprio dalle sue imprese di esplorazione estrema che, inevitabilmente, hanno finito con il diventare banco di prova - e nello stesso tempo affiinamento - delle proprie risorse interiori e terreno fertile di incontro con il trascendente a-istituzionale, in quel contesto che altri studiosi hanno definito di "estasi selvaggia" (vedi, come documentato esempio, lo studio di Michel Hulin, La mistica selvaggia.Agli antipodi della coscienza, IPOC, Milano, 2012).

Erling Kagge, Il Silenzio. Uno Spazio per l'Anima, Einaudi Stile Libero, 2017

L'autore de "Il Silenzio"Erling Kagge (Oslo, 1963) è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell'Everest. Per Einaudi ha pubblicato Il silenzio (2017), che è stato venduto in 20 Paesi.
Maggiori e più dettagliate notizie  su Kagge si trovano sulla voce dedicata a lui su Wkipedia (in Inglese)

(dal risguardo di copertina)  In media, perdiamo la concentrazione ogni otto secondi: la distrazione è ormai uno stile di vita, l'intrattenimento perpetuo un'abitudine. E quando incontriamo il silenzio, lo viviamo come un'anomalia; invece di apprezzarlo, ci sentiamo a disagio. Erling Kagge, al contrario, del silenzio ha fatto una scelta. Nei mesi trascorsi nell'Artide, al Polo Sud o in cima all'Everest, ha imparato a fare propri gli spazi e i ritmi della natura, e a immergersi in un silenzio interiore, oltre che esteriore: un immenso tesoro e una fonte di rigenerazione che tutti possediamo a cui è però difficile attingere, immersi come siamo dal frastuono della vita quotidiana. Ma che cos'è il silenzio? Dove lo si trova? E perché oggi è piú importante che mai? Queste sono le tre domande che Kagge si pone, e trentatré sono le possibili risposte che offre. Trentatré riflessioni scaturite da esperienze, incontri e letture diverse, e tutte animate da un'unica certezza: che il silenzio sia la chiave per comprendere piú a fondo la vita.

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5 agosto 2017 6 05 /08 /agosto /2017 10:30
Pino Clemente, Droga nell'Arte (volume primo dell'opera Ars Sana in Mente Insana), Medinova 2017

(Maurizio Crispi) Ars Sana in Mente Insana (Edizioni Medinova 2017)è un'opera costityuita da due tomi indivisibili che sono rispettivamente "Droga nell'Arte" (che vede come autore Pino Clemente, con Prefazione di Maurizio Crispi) e "La Follia nell'Arte. Storia e indagini sull'arte e la follia" (che ha come autore Gino Pantaleone, con prefazione di Aldo Gerbino e un contributo di Alessia Misti).
L'opera, nel suo complesso, si presenta come un'incursione investigativa sull'arte, sulle origini della creatività, sulla follia e sull'uso di droghe a supporto della creatività.
Entrambi i tomi sono densi di riferimenti letterari, filosofici e lievemente tecnici (ma non troppo perchè ciò avrebbe reso la lettura ostica) inclusi degli excursus sulle modifiche funzionali ed organiche che le sostanze psicoattive possono determinare.
I due volumi vengono definiti "tomi" e ciò potrebbe scoraggiare un lettore di questa recensione interessato ad acquisirli per una lettura approfondita: in realtà i due volumi assieme hanno le dimensioni, il peso e la consistenza di un breviario di dimensioni medio piccole e possono essere trasportati agevolmente in una tasca capiente oppure in borsa per una lettura da viaggio o da panchina.
In altri termini, i due "tomi" sono delle dimensioni ideali per farli divenire dei volumi itineranti e da viaggio: la loro struttura peraltro è tale da renderli volumi che si possono leggere a lascia e prendi, senza richiedere una lettura continuativa, con in più la possibilità di entrare nel testo da qualsiasi punto, anche aprendo a caso ciascuno dei due volumi o sfogliandone pigramente le pagine in attesa che l'occhio si soffermi su di un capitolo che susciti un maggiore interesse.
Ambedue rifuggono infatti da un'esposizione accademica di tipo trattatistico, anche se il volume firmato da Pantaleone si presenta con un testo più organico e con capitoli di ampio respiro ciascuno dei quali è bene leggere per intero.
Ma qui voglio soprattutto occuparmi del volume a firma di Pino Clemente.

Di grande importanza qui sono le numerose "soglie del testo": che sono - oltre alla copertina, magistralmente illustrata dall'artista Leonardo Ligustri, due epigrafi, un prologo e una prefazione. Tralasciando la prefazione di cui io stesso sono l'autore, il Prologo (pp. 7-16) rappresenta a tutti gli effetti un primo capitolo di backstage: un capitolo nel quale Pino Clemente ci parla di Sé, del suo percorso di studi universitari e formativo e, quindi, delle origini di questo volume che, a tutti gli effetti, trae il suo nucleo originale dalla sua tesi di laurea in farmacologia, conseguita ben prima del diploma ISEF e che ha mantenuto un carattere sempreverde e attuale nel corso del tempo.
Un materiale che, evidentemente, é stato sempre caro a Pino Clemente e che egli con un ulteriore sforzo rielaborativo e di aggiornamento ha voluto riportare in vita: chi scrive abitualmente e possiede la consuetudine a pubblicare o ad essere pubblicato, ha sempre il desiderio di poter lanciare nel mondo anche quegli scritti che sono rimasti nel cassetto, in attesa di tempi migliori.
Ma oltre a queste informazioni "storiche", il prologo fornisce anche altri flash, uno dedicato a Filippo Carmeni, motore trainante a Palermo dell'atletica e dello sport studentesco cui Pino Clemente deve il suo primo amore per l'Atletica Leggere che poi, per necessità familiari, dovette essere inizialmente soppiantata dall'iscrizione nel corso di laurea in Farmacologia; l'altro invece a un episodio collegato alla pubblicazione del suo volume L'Atletica é leggera" alla presentazione di esso in occasione dei Ludio di Enea a >Pizzolungo sul litorale di Trapani, per ricordare la morte accidentale di una mamma con i suoi due bambini colpita dall'attentato dinamitardo di stampo mafioso il cui obiettivo era il Sostituto Procuratore Carlo Palermo.
Dopo la prefazione (pp.17-25), segue una breve Introduzione (pp.27-29) che espone brevemente le tesi del libro su quali possano le scaturigini della creatività artistica e se le sostanza psico-attive possano, in vari modi e secondo le peculiarità dei loro meccanismi d'azione determinare un potenziamento della creatività artistica (se già preesistente) o stimolarla in individui che non l'abbiano mai manifestata prima.
Quindi, si entra nel vivo, con un capitolo "Cenni storici" (pp.31-34) in cui si parla dell'inesausta tendenza dell'uomo a ricercare gli effetti delle sostanze psico-attive (le "droghe") per produrre dentro di sé quelle alterazioni che in antico potevano essere considerati il canale privilegiato per entrare in contatto con il Divino e il Trascendente o che, in epoche più recenti, hanno avuto la definizione di "Stati Alterati (o modificati) di Coscienza", in genere dei movimenti mentali verso l'alto (sostanze che producono eccitamento delle funzioni psichiche) oppure verso la loro depressione sino - eventualmente -alla narcosi, oppure ancora alterazioni nel senso del dis-funzionamento (le sostanze psichedeliche): sostanze sin dall'origine ricercate anche nell'uso rituale per avere le visioni, esprimenti la realizzazione di un rapporto con un dio o con gli dei, o con entità superiori, oppure ancora per condurre l'utilizzatore a compiere un viaggio sciamanico nel cuore delle "terre oscure", al compimento del quale potrà ricevere l'attribuzione di poteri taumaturgici.
Segue infine la trattazione delle sostanze psicoattive (senza distinzione se esse siano legali o illegali), una trattazione ed una disposizione secondo ordine alfabetico del nome della singola sostanza in italiano: qui ognuno potrà saltabeccare a suo piacimento, andando alla ricerca di ciò che più lo interessa per poi ritornare indietro a leggere le parti omesse.

 

Gino Pantaleone,La Follia nell'Arte. Storia e indagini sull'Arte e sulla Follia, (tomo 2° dell'opera "Ars Sana in Mente Insana"), Medinova 2017

L'excursus delle sostanze non è nello stile del trattato di farmacologia. Quando ero studente universitario ed ero già molto interessato a esplorare i territori delle droghe che alterano la mente ero sempre scontento di ciò che trovavo nei testi sacri di "farmacologia", poiché qui la trattazione, sostanza per sostanza, pur precisa e scientifica (dalai riferimenti chimici all'esposizione degli effetti fisiologici a quelli "patologici") era asettica e senz'anima. Notavo che gli estensori delle voci, invariabilmente, nascondevano se stessi, all'insegna d'una presunta (e travisante) neutralità scientifica e non davano quasi mai voce a chi aveva effettivamente compiuto delle esperienze. Capii allora che, per risolvere questa impasse, avrei dovuto rivolgermi alla letteratura e quindi mi ritrovai a passare in rassegna e ad assorbire tutti i testi in cui letterati, psicologi o anche scienziati (come fu il caso di Albert Hoffmann e del suo "bambino difficile") si ritrovano a raccontare ciò che essi stessi ebbero modo di sperimentare, utilizzando se stessi come cavie e come terreno di esplorazione).
L'opera di Pino Clemente, in questo senso, sfugge alla trattatistica convenzionale (anche se, ovviamente, viene riportato sostanza per sostanza uno schema cognitivo di riferimento) e si fonda piuttosto su di una serie di riferimenti letterari oppure di personaggi (artisti delle arti figurative oppure musicisti, siano essi suonatori o cantanti) che abbiano sperimentato su di sé l'effetto delle sostanze psico-attive, le cui parole vengono citate come testimonianza di supporto, ma anche ovviamente per stare dentro la tesi del libro.
Di particolare interesse é, poi, la parte in cui nel volume si riferisce, sempre con il supporto di una casistica illustre (a partire da Fidippide sino ad alcuni ultrarunner siciliani) sulle esperienze allucinatorie in corso di gare di endurance. Su questo c'è ovviamente tanto da dire: anche perché le modificazioni neurofisiologiche che si verificano nel corso delle attività fisiche di lunga lena (non solo la corsa, dunque) ampliano notevolmente il punto di vista sulla forte dimensione "endogena" del fenomeno dell'abuso di droghe. Nel senso che tutte le sostanze psicoattive esogene, per vie diverse a seconda delle sostanze implicate (in alcuni dirette o direttissime, in altri un po' più tortuose e complesse), si ritrovano ad agire sui medesimi trigger cerebrali, determinando il rilascio di determinati mediatori chimici (dopamina, serotonina, endorfine), ciascuno dei quali ha delle proprie specificità.
La corsa e gli sforzi di lunga durata, le tecniche di respirazione, l'aumento della percentuale di CO2 nel sangue (come illustrato da Aldous Huxley in un suo saggio) il digiuno protratto possono produrre effetti analoghi a quelli indotti da una sostanza psicoattiva esogena, anche se più "sottili" e tali da richiedere un percorso di apprendimento per poterli identificare.
Emerge da tutto ciò che gli ultrarunner al di là delle più varie motivazioni razionali che possano dare del loro correre covano dentro di sé un forte desiderio di trascendenza (per quanto inconfessato) e di ricerca di quelle modificazioni neurochimiche e neurofisiologiche di cui - per la più parte - nemmeno conoscono l'esistenza e che rappresentano la porta d'ingresso, di fatto, in uno stato modificato di coscienza..
E qui si apre un capitolo immenso che è ancora tutto da esplorare, come è quello delle endorfine e della loro azione nel rendere sopportabile la fatica di lunga durata: il meccanismo endorfinico (come ben sa chi ha sperimentato di correre un'ultramaratona si attiva ad un certo punto della corsa come un vero "switch" (interruttore) che fa entrare la mente in uno stato "vicario" in cui la percezione del dolore e della fatica sono attutiti, ma nello stesso tempo si può aprire la via a stati "sognanti" della mente". Vorrei ricordare qui che Samuel Taylor Coleridge, considerato uno dei fondatori del Romanticismo inglese assieme a Wordsworth, scrisse il visionario poema Kubla Khan sotto gli effetti di un'intossicazione da oppio.
Alle schede sulle singole sostanze, segue una serie di brevi capitoli di "approfondimento" che rappresentano l'attualità rispetto al materiale originario che costituisce la base del volume (e non possono mancare anche dei riferimenti al doping che, al di là delle sua multiforme chimica crea in coloro che vi si espongono un'attitudine del tutto simile alla dipendenza da sostanze psicoattive più canoniche).
Una bibliografia, d'obbligo, fornisce ai lettori più curiosi  ed esigenti le indicazioni per potere accedere ai testi citati.
E, infine, non manca un appendice fotografica con alcune foto d'epoca che servono a corredare soprattutto il prologo.
Insomma, il volume La Droga nell'Arte, assieme all'altro suo gemello indivisibile, La  Follia nell'Arte, è davvero un gioiellino e, ai tempi dei miei studi universitari, avrebbe sicuramente appagato le mie curiosità in questo campo. Ampio, infine l'apparato di note a pie' di pagina con numerose ed esaustive note bio-bibliografiche di alcuni dei personaggi  e degli autori citati.
La sua collocazione  è quindi, in un'ideale Biblioteca dedicata alle sostanze psicoattive, nello scaffale dove stanno tutte le opere che si sono occupate di approfondire una cultura generale delle droghe e dei meccanismi mentali che ne sottendono l'uso.

Essenziali notizie sull'autore. Pino Clemente, palermitano, nato l’anno dopo l’Olimpiade di Berlino, cinquantotto anni di giornalismo sportivo alle spalle, dopo la laurea in Farmacia si è diplomato all’ISEF ed ha percorso tutti i gradi, fino alla cattedra di Atletica Leggera che, successivamente all’invalidante incidente automobilistico del 23 giugno 1995, si è arricchita con l'insegnamento di Metodologia dell’Allenamento.
Ha insegnato anche a Scienze Motorie la citata materia.

Autore di libri che hanno fatto epoca come “L’Atletica è Leggera”, “La Scienza e l’Arte dell’Allenamento”, "Il Mezzofondo Prolungato"e la ponderosa opera “Storia dell’Atletica Siciliana” con Sergio Giuntini, storico dello Sport.

Ha diretto CorriSicilia, il mensile dell’atletica siciliana. Intensa la sua attività su Facebook. Molti dei suoi articoli pubblicati su questa testata (dal 1991 al 2005) sono stati successivamente raccolti e pubblicati nei tre volumi "Le Scarpette Chiodate" (Edizioni CorriSicilia).

(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
(Gino Pantaleone, da una nota su FB, modificata) Sabato 5 agosto 2017, al Farm Cultural Park di Favara, dialoghi molto interessanti per "Ars sana in mente insana" di Pino Clemente e Gino Pantaleone II alla presenza dei prefatori Maurizio Crispi (per "Droga nell'arte") e di Aldo Gerbino (per "La follia nell'arte") e all'editore Medinova, Antonio Liotta. E' stato tributato un grande plauso al grande assente Pino Clemente e si è tentato di sviluppare pensieri sugli effetti della droga e della follia nella creazione artistica. Notevole il contributo di Alessia Misiti su "Musica e ritualità", cioè, sugli effetti della musica su musicisti e spettatori durante i concerti soprattutto quelli rock!  La follia impersonata da quel grande musicista Salvatore Nocera Bracco, istrione e coinvolgente, che è intervenuto anche nel dibattito da medico quale egli è, con esperienze da "manicomio", con grande competenza.
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14 luglio 2017 5 14 /07 /luglio /2017 18:27
Carola Barbero, L'Arte di Nuotare. Meditazioni sul Nuoto, Il Nuovo Melangolo, 2016

Il piccolo volume di Carola Barbero, L'Arte di Nuotare. Meditazioni sul nuoto, Il Nuovo Melangolo (Collana Nugae, 2016), sta al Nuoto e al Nuotare come "L'arte di Correre" di Murakami sta al mondo e alla pratica della corsa, per quanto l'opera di Murakami sia ben più esplicitamente autobiografica e benché il saggio della Barbero abbia una più forte impronta filosofica e si voglia porrre anche come vademecum spirituale al nuoto.
Nelle parole e nelle riflessioni della Barbero, tuttavia, si intuisce una grande passione per la pratica del nuoto vissuto quotidianamente: al di là dell'ampiezza e della dovizia di citazioni letterarie (saggistiche e di fiction) utilizzate (e in testa a tutti il classico "L'Ombra del Massaggiatore Nero" di Charles Sprawson),  senza l'afflato e l'ispirazione derivanti dall'esperienza diretta la Barbero non avrebbe potuto certamente scrivere nel modo in cui lo ha fatto.
Il saggio si articola in una serie di brevi incisivi capitoli, da quello più generale sulle acque, a quelli che riguardano diverse modalità di rapporto con l'acqua (tuffo, apnea) ai diversi stili del Nuoto (Crawl, Dorso, Rana, Delfino), sino al capitolo finale "Traguardo" le cui considerazioni, mutatis mutandis, potrebbero essere benissimo applicate al mondo della corsa sulle lunghissime distanze e che trova esemplificazione eccellente nel piccolo romanzo di Boris Biancheri, La Traversata (per i tipi di Adelphi, una piccola perla da non perdere, se si ama il nuoto, il contatto con l'acqua, ma soprattutto il cimento con le fatiche di lunga durata).
Chi ama lo sport, non dovrebbe assolutamente mancarne la lettura.
Per la sua stessa struttura e per la disposizione degli argomenti si può entrare nel testo da qualsiasi parte, senza necessariamente essere vincolati ad una lettura diacronica.
Segue - a conclusione della trattazione, un'interessante bibliografia ragionale che consentirà al lettore più esigente e più curioso di ampliare i propri orizzonti cognitivi.
(dalla quarta di copertina) Il mare non è la spiaggia con gli asciugamani e le sdraio dove le persone prendono il sole, non è il baretto che vende anguria e bibite fresche e non è nemmeno il bagnasciuga dove si cammina con i calzoni arrotolati. È quella cosa che divide la spiaggia dallo scoglio, l'orizzonte lontano che si cerca di catturare con l'ultima bracciata. L'acqua avvolge braccia, gambe, testa, dando un senso di pace e protezione; allontana le preoccupazioni e i rumori del mondo che si impongono, travolgono, comandano. Un tuffo e tutto scompare: il mondo è messo tra parentesi, fino al prossimo respiro.
L'Autrice. Carola Barbero insegna filosofia del linguaggio all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Madame Bovary. Something Like a Melody (AlboVersorio, 2005), Chi ha paura di Mr. Hyde? (il melangolo, 2010), Sex and the City e la filosofia (il melangolo, 2010), La biblioteca delle emozioni (Ponte alle Grazie, 2012), Filosofia della letteratura (Carocci, 2013), (con T. Andina) Ermeneutica, estetica, ontologia. A partire da Maurizio Ferraris (il Mulino, 2016).

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28 aprile 2017 5 28 /04 /aprile /2017 13:16

Boston Caccia all'uomo (2016, Peter Berg)Boston - Caccia all'uomo (titolo originale: Patriots Day) è un film del 2016 diretto da Peter Berg, risultante dall'adattamento cinematografico del libro Boston Strong, scritto dall'autore Casey Sherman assieme al giornalista Dave Wedge, sull'attentato alla Maratona di Boston avvenuto il 15 aprile 2013.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale all'AFI Festival il 17 novembre 2016.
L'attentato causò grande sgomento nel mondo sportivo ovviamente: quelle immagini video amatoriali che mostravano le esplosioni mentre ancora i runner continuavano a transitare fecero il giro del mondo e divennero presto virali.
Lo sgomento fu enorme e l'attentato lo si visse quasi come un sacrilegio e come la profanazione di un evento sportivo-simbolo che, dall'alto della sua storia più che centenaria, è visto come una istituzione del mondo della corsa e dello sport in generale (nella sua qualifica dell'evento di maratona più antico dell'era moderna, dal momento che la prima edizione della Maratona di Boston si disputò prima ancora dei Giochi Olimpici di Atene).
Il film, oltre a illustrare - a ricordare - gli effetti devastanti sul pubblico presente dei due rudimentali congegni esplosivi, messi a punto da una coppia di fratelli, schegge impazzite del fondamentalismo islamico a Boston, si attarda sulla frenetica caccia all'uomo che si scatenò subito dopo e che vide in questa circostanza la collaborazione (per una volta efficace e non obtorto collo) tra la polizia di Boston, le forze federali e quelle speciali e che in poco più di 100 ore condusse all'uccisione di uno dei due attentatori e all'arresto dell'altro.
Il film, costruito come i classici film catastrofici, con un lungo preambolo che serve a presentare i diversi personaggi che successivamente avranno un ruolo-chiave nella vicenda, procede con ritmo ed anche con qualche momento di suspense sino all'epilogo finale.
Viene molto enfatizzato (come di fatto fu) l'atteggiamento composto della popolazione bostoniano davanti agli effetti strazianti dei due congegni esplosivi e la reazione altrettanto compunta e di piena collaborazione con le forze dell'ordine nelle ore immediatamente successive, quando - anche con l'attuazione di misure estreme e drastiche - quali l'invito a tutta la popolazione di non uscire di casa - venne messa in atto - a partire dai pochi indizi carpiti dai video amatoriali acquisiti - una complessa azione volta all'identificazione dei due dinamitardi e alla loro cattura. 
Ciò che sorprende noi Europei (e ancor di più noi Italiani, proprio nei giorni in cui si continua a dare la caccia senza esito del killer conosciuto dai media come "Igor il Serbo") è l'enorme dispiegamento di forze e di mezzi che gli USA sono in grado di mobilitare in un brevissimo arco di tempo per l'attivazione di una macchina poliziesca che cerca di ottenere un risultato nel più breve arco di tempo possibile, con lo spettro incombente di altre devastanti esplosioni provocate dai terroristi in fuga.

Vedi di seguito due precedenti articoli correlati comparsi su questo magazine

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 21:11

Race - Il colore della vittoria. Locandina del film(Maurizio Crispi) In "Race - Il colore della vittoria"(il film del 2016 di Stephen Hopkins, USA) viene raccontata l’epica e straordinaria storia del pluricampione del mondo Jesse Owens che, nato povero ma con un dono atletico straordinario, alle Olimpiadi del 1936 (ai Giochi della XI Olimpiade) lasciò Berlino e i potenti del Terzo Reich senza parole vincendo 4 medaglie d’oro (nei 100 e nei 200 metri piani, nel Salto in lungo e nella staffetta 4X100) ed entrando di diritto nella leggenda.
La storia del film presenta, dietro le imprese sportive di Jesse Owens, l'intreccio tra la realtà innegabile del razzismo ancora imperante in alcuni degli States e le persecuzioni dei Nazisti nei confronti degli Ebrei, ma anche il loro atteggiamento di rifiuto nei confronti di tutti i non ariani, comunque considerati espressione di "razze" inferiori, se non addirittura non aventi diritti di cittadinanza di alcun genere nei consessi internazionali.
Il film racconta le trattative dietro le quinte che consentirono di sbloccare l'atteggiamento degli Stati Uniti pronti a disertare i Giochi olimpici se il terzo Reich non fosse venuto a più miti consigli nell'ostentare le politiche discriminatorie anti-ebraiche: Goebbels, che considerava questi Giochi del 1936 una propria "creatura" che avrebbe dovuto glorificare il Reich ed esserne l'apoteosi sportiva, accettò le richieste americane (ma fu soltanto un compromesso ipocrita, all'insegna della prassi di mettere per un po' lo sporco sotto il tappeto, lasciando immutata la sostanza delle cose).
Altra storia nella storia è la presenza della cineasta del Reich Leni Riefenstahl che, dopo aver celebrato le grandezze del Reich con il film documentario "Il Trionfo della Volontà", ricevette da Hitler e da Goebbels il compito di realizzare un grande film sui Giochi olimpici berlinesi (Olympia il suo titolo, considerato tuttora un documentario sportivo di eccelsa qualità, realizzato con delle tecniche di ripresa grandiose ed avveniristiche) e che, malgrado la volontà di Goebbels che avrebbe voluto imporre la censura sulle imprese di Owens, si troverà a documentare le imprese sportive e i successi di questi.
E, infine, c'è la storia sfortunata di Carl Ludwig "Luz" Long, il campione tedesco che avrebbe dovuto vincere le gare di cui Owens conquistò l'Oro, e che venne punito per la sua "debolezza" e ,soprattutto, per aver fraternizzato sportivamente con Owens senza cedere agli ordini di scuderia, con l'immediato arruolamento e l'invio al fronte (dove poi morì per le ferite riportate nei combattimenti che seguirono lo sbarco in Sicilia, a Caltagirone, durante l'operazione Husky gestita dalle forze alleate).
Jesse OwensLa parte propriamente sportiva, tecnica ed anche documentaristica su quei Giochi, in questo intreccio di storie si perde, ma ciò che conta è il filo rosso della parabola morale che percorre l'intero film.
Anche dal punto di vista scenografico appare ben poco di questi Giochi: abituati come siamo ai giochi olimpici contemporanei e alla loro imponenza sia per numero di nazioni rappresentate sia per varietà delle discipline sportive praticate, quei giochi ci sembrano estranei e lontani, soprattutto perché le nazioni presenti erano allora ben poche e gli stessi atleti non erano mai particolarmente numerosi.
Ma in questo caso il regista, presso dal suo intento storico non si preoccupa di dare uno scenario sportivo vero, autentico e palpitante: le uniche disfide che si vedono concretamentesono quelle in cui è impegnato Jesse Owens e il suo più diretto avversario:
sembra quasi che ci siano soltanto loro e che tutti gli altri atleti siano andati in dissolvenza...
In questo il film perde quella spettacolarità che avrebbe potuto avere. 
Da questo punto di vista, indubbiamente, "Momenti di Gloria" (1961, sette nomination oer l'Oscar e quattro premi Oscar attribuiti tra i quali quello al Miglior Film) è stato un film molto più riuscito e quasi sublime (con un'elegante trattazione perfino della discriminazione in Francia nei riguardi degli Ebrei).

E questo video fornisce un'interessante rettifica sul rifiuto di Hitler di stringere la mano di Jesse Owens, in quanto "negro". Le cose non andarono così. E viene sottolineato nello stesso video, così come viene precisato nei titoli di coda del film "Race" che il Presidente degli USA Roosevelt non ricevette mai Jesse Owens per congratularsi con lui.

Jesse Owens e la bufala della stretta di mano nagata da Hitler
L’atleta disse: Hitler non mi snobbò affatto fu piuttosto Roosevelt che evitò di incontrarmi

Com'è noto Jesse Owens fu il primo atleta nero a vincere le Olimpiadi, e precisamente lo fece nel 1936 a Berlino, nella Germania hitleriana.
Questo evento storico, a cui recentemente era stato dedicato anche uno spot di "Fatsweb", dal dopoguerra in poi è stato però sempre accompagnato dalla diffusione di una leggenda metropolitana, smentita dallo stesso atleta.
le Olimpiadi di Berlino, svoltesi nella prima metà di agosto del 1936, sono nell’immaginario collettivo quelle di Jesse Owens, l’atleta statunitense di colore a cui Hitler si rifiutò di stringere la mano. 
Negli Stati Uniti molti erano perplessi a causa dell’opportunità propagandistica che veniva offerta alla Germania e si sviluppò anche un movimento di boicottaggio ai Giochi olimpici. Lo stesso Presidente Roosevelt era favorevole a questo movimento e per meglio rendersi conto della situazione mandò a Berlino un suo inviato, il miliardario ultraconservatore Avery Brundage, che in futuro sarebbe diventato il presidente del CIO, il Comitato Internazionale Olimpico. Ma Brundage, con grande scorno di Roosevelt, tornò in patria entusiasta dell’operato dei tedeschi.
Hitler non badò a spese: fece costruire uno stadio della capienza di 100.000 spettatori vicino ad un campo di parata dove si potevano riunire addirittura mezzo milione di persone. La cerimonia di inaugurazione si tenne il 1° agosto, in un tripudio di svastiche, con 120.000 persone che gridavano freneticamente “Heil Hitler!”
Il solenne cerimoniale culminò con l’ingresso nello stadio del tedoforo che portava la fiaccola olimpica, l’ultimo dei 3.075 staffettisti che si erano dati il cambio ogni mille metri lungo i 3.075 chilometri fra Atene e Berlino. Da allora, quella procedura si sarebbe ripetuta ad ogni Olimpiade. Ma questo non fu l’unico “primato” organizzativo. Le undicesime Olimpiadi passarono anche alla storia perché furono le prime riprese dalla televisione e per il bollettino “Olympia Zeitung” stampato in 14 lingue con una tiratura quotidiana di 300.000 copie. Il numero dei partecipanti superò ogni precedente cifra: 4.066 di cui 328 donne in rappresentanza di 49 nazioni. Un altro fatto nuovo fu l’eccezionale flusso turistico alimentato dai Giochi: più di 2.000 treni speciali portarono a Berlino centinaia di migliaia di stranieri e dai locali pubblici sparirono i cartelli con la scritta “gli ebrei sono indesiderati”.
Particolare cura fu dedicata alla preparazione tecnica degli atleti tedeschi, che il regime voleva che prevalessero su tutte le altre nazioni, per completare anche dal punto di vista sportivo il trionfo delle Olimpiadi berlinesi. E così tutti gli atleti della rappresentativa tedesca andarono in ritiro per tre mesi nella Selva Nera, per prepararsi degnamente.
E i risultati furono aderenti alle aspettative del Terzo Reich: la Germania si classificò prima vincendo 88 medaglie, di cui 33 d’oro, 26 d’argento e 29 di bronzo. Gli USA si dovettero accontentare del secondo posto con un numero complessivo di 56 medaglie (24 d’oro, 20 d’argento e 12 di bronzo). Al terzo posto l’Italia con 22 medaglie, di cui 8 ori, 9 argenti e 5 bronzi, anche se il terzo posto, in base agli odierni criteri di classificazione, spetterebbe all’Ungheria che guadagnò un numero complessivamente minore di medaglie rispetto all’Italia (16) ma 11 di queste erano d’oro. Seguivano la Svezia con 20 medaglie, Finlandia e Francia con 19 ciascuna, Giappone con 18, Olanda con 17, Svizzera con 15, Gran Bretagna con 14, Austria con 13, fino a concludere con Filippine e Portogallo con una sola medaglia di bronzo a testa. Le potenze di quello che da lì a quattro anni sarebbe diventato l’Asse, dunque, si aggiudicarono oltre il 40% del medagliere complessivo.
Nella gara del salto in lungo però si classificò quarto con la misura di 7,73 e mancò il podio di un soffio fu l’italiano Arturo Maffei, un grande dell’atletica italiana, nato a Viareggio il 9 novembre 1909, che iniziò la sua brillante carriera sportiva nel 1926 nel calcio, come portiere di una squadra parrocchiale di Peretola. Maffei vinse otto titoli di campione d’Italia fra il 1930 e il 1940, vestì per 25 volte la maglia della nazionale e partecipò due volte ai campionati europei. 

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10 aprile 2016 7 10 /04 /aprile /2016 08:39
Running Revolution. Un recentissimo saggio espone l'Abc del Metodo Pose, con un'apertura ad ampio raggio dalla teoria alla pratica

In Running Revolution di recente pubblicato da Sperling &Kupfer (Collana I Grilli), 2016) Nicholas Romanov e Kurt Brungardt, espongono l'Abc del Metodo Pose (natural Running), inizialmente messo a punto da Romanov e spiegano con una serie di incalzanti capitoli, arricchiti da schemi, diagrammi, figure stilizzate, come migliorare il proprio metodo di corsa, con una struttura didattica che, partendo dalla teoria, arriva per ogni segmento del volume, all'applicazione pratica in funzione degli obiettivi che si intendono realizzare.
In esso viene applicato l'assioma portante delle teorie di Romanov secondo cui la costruzione di un'atleta deve curare in primo luogo la sua tecnica di corsa e, migliorando questa in un'incessante sforzo incrementale, si avranno ripercussioni positive sulla velocità dell'atleta e sulla sua resistenza, oltre che in una minore tendenza all'infortunio.
Nell'ambito di questo metodo viene data particolare rilevanza alla corsa a piedi scalzi come strumento di allenamento (non obbligatorio in senso assoluto, ma utile) e, conseguentemente, all'appoggio sull'avampiede.
Un libro per tutti, indipendentemente dalla disciplina di corsa praticata.

Running Revolution, Sperling & Kupfer, 2016Il concetto di natural running nasce dal pose running, una tecnica di corsa ideata da Nicholas Romanov, un ricercatore e preparatore atletico russo.
Romanov, particolarmente attivo come preparatore atletico negli anni ’70 e ’80 del XX secolo, riteneva che, in linea generale, i preparatori atletici dei runner fossero propensi a dare notevole importanza all’incremento di velocità e resistenza e al miglioramento delle caratteristiche cardiovascolari e respiratorie dell’atleta, finendo per mettere la tecnica di corsa in secondo piano. Romanov aveva notato che quanto più il carico allenante aumentava tanto più insorgevano infortuni e pensò che questo problema poteva essere in parte risolto rivalutando l’importanza della tecnica di corsa. Propose quindi una tecnica che, indipendentemente dalla velocità e dalla distanza percorsa, potesse essere adatta a tutte le categorie di runner.
Tale tecnica è appunto il Pose running (noto anche come Metodo Pose (Pose Method - Become a Better Athlete) o Pose Tech, come da definizione di Romanov).
I sostenitori del Pose running ritengono che tale tecnica eviti un’eccessiva sollecitazione delle articolazioni.

(dalla presentazione del volume) Il corpo umano è nato per correre ed esiste un modo naturale per farlo sfruttando al meglio la nostra biomeccanica, facendo lavorare muscoli e articolazioni senza danneggiarli e raggiungendo la massima velocità e resistenza. La sedentarietà, scarpe sbagliate e tecniche discutibili hanno modificato la postura naturale che possiamo vedere in qualsiasi bambino che corre.
Con il metodo Pose Romanov, preparatore di fama internazionale che ha vinto per due volte le Olimpiadi con i suoi atleti, ha messo a punto una tecnica che in primo luogo risponde a domande fondamentali quali: - Atterrare sul tallone significa correre nel modo sbagliato? (Sì) - Dovrei appoggiare per primo l'avampiede? (Sì) - Dovrei correre a piedi nudi? (Non necessariamente).
In secondo luogo permette di correre sfruttando al meglio la forza di gravità, aumenta la percezione del proprio peso e delle sensazioni consentendo un ottimale controllo del gesto atletico.
Il metodo Pose spiega sia ai principianti sia ai corridori esperti (compresi gli ultramaratoneti e gli ironmen) tutto quello che c'è da sapere per padroneggiare un modo più sicuro e più efficiente di correre, capace di garantire il miglioramento delle prestazioni (velocità, resistenza, forza), ridurre al minimo l'usura del corpo e quindi continuare a correre per tutta la vita.

Nicholas RomanovGli Autori. Nel corso della sua quarantennale carriera, il dottor NICHOLAS ROMANOV, preparatore sportivo di livello internazionale e per due volte allenatore di una squadra olimpica, ha condotto le sue ricerche in tutto il mondo, inclusi Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Sudafrica e Nuova Zelanda. Creatore del famoso metodo Pose, ha fondato la Romanov Academy for Sports Science per l'insegnamento delle tecniche di allenamento sportivo, improntate alle sue teorie.
Oggi esistono migliaia di specialisti tecnici certificati per l'insegnamento del metodo in tutto il mondo, compresa l'Italia.
Il Pose è stato adottato come metodo ufficiale da importanti istituzioni e organizzazioni, come l'Esercito degli Stati Uniti e CrossFit, e da varie squadre sportive di livello professionistico come le nazionali di Triathlon britannica, statunitense e russa. Nicholas Romanov vive a Miami.
KURT BRUNGARDT si occupa di sport e fitness da quasi vent'anni. Ha scritto dieci libri sul fitness e sull'allenamento sportivo, tra cui alcuni bestseller. Vive a New York.

Il Metodo Pose ci insegna a recuperare ciò che facevamo correttamente in modo istintivo da bambini!
Da quando lo seguo non so più cosa sono i dolori articolari da corsa...»

Fabrizio Duranti (Medicina dello Sport)

Indice


Introduzione. Correre come i migliori al mondo
- Il nostro corpo è fatto per correre
- Correre è un'abilità
- La corsa è un'attività atletica

Parte prima. Prepararsi alla postura di corsa
Una storia personale della corsa. Il mio viaggio dalla Russia agli Stati Uniti
Il sistema percettivo. La chiave per imparare
- La posizione elastica - Informazioni sensoriali - Consapevolezza - Sensazioni - Combinare gli elementi
Il diario di corsa. Monitorare i progressi
- Il legame mente corpo - Il profilo personale - Obiettivi - Preparazione focalizzata - Analisi postsessione - Reinquadramento - Riflessioni e sensazioni
Scegliere e usare le scarpe giuste... o nessuna. Trovare la calza perfetta
- La scarpa da corsa ideale: piatta, bassa e flessibile - Correre a piedi nudi - Solette ortopediche: come liberarsene?
Riprese video. Conoscere la propria falcata
- Come filmarsi - Pianificare le riprese - Analisi della corsa in sei punti
Preparazione motoria. Migliorare la mobilità
Esercizi di potenziamento. Consolidare forza e stabilità

Parte seconda. Dieci lezioni
Introduzione alle lezioni. Conoscere a fondo i principi della corsa
- Struttura delle lezioni
- Programmazione delle lezioni
Prima lezione. Il piede
- Tecnica: l'appoggio di avampiede decostruito
-Esercizi per la percezione del peso corporeo
- Allenamento
Seconda lezione. La postura di corsa
- Tecnica: assumere la postura di corsa
- Esercizi
- Allenamento
Terza lezione. La caduta
- Tecnica: imparare a cadere - Esercizi: come lasciarsi cadere - Allenamento
Quarta lezione. La trazione
- Tecnica
- Esercizio: sostituzione del piede di appoggio
- Allenamento
Quinta lezione. Combinare i movimenti in sequenza
- Anatomia di una falcata
- Tecnica
- Esercizio psicofisico per la falcata
- Allenamento
Sesta lezione. Il tendine di Achille
- Tecnica: l'appoggio di avampiede riveduto e corretto
- Esercizio: salto con movimento in avanti
- Allenamento
Settima lezione. La postura di corsa riveduta e corretta
- Tecnica: come ottenere ogni volta una postura di corsa perfetta
- Esercizio: sostituzione del piede di appoggio con movimento in avanti
- Allenamento
Ottava lezione. La fase di caduta riveduta e corretta
- Tecnica: cadere come un corridore
- Esercizi di caduta riveduti e corretti
- Allenamento
Nona lezione. La fase di trazione riveduta e corretta
- Tecnica
- Esercizi per la trazione riveduti e corretti
- Allenamento
Decima lezione. Combinare gli elementi (ancora una volta)
- Tecnica
- Esercizio di visualizzazione
- Verifica tecnica
- Confronto tra i diversi tipi di appoggio del piede al suolo
- Allenamento

Diploma. Godetevi il momento
- Gli errori più comuni

Parte terza. Il circuito di corsa
Introduzione al circuito di corsa. Passare al livello successivo
Diventare allenatori di se stessi. Superare ogni sfida

  • Analisi video della postura di corsa - Analisi video della fase di caduta - Analisi video della fase di trazione - Analisi video della parte superiore del corpo - Correggere gli errori
  • Portare le strategie di allenamento al livello successivo
  • Il circuito di corsa. Prepararsi alla transizione
  • Esercizi di potenziamento muscolare: aggiornamento - Struttura del circuito di corsa - Individuare e correggere gli errori - Verificare e correggere l'appoggio del piede - Verificare e correggere la caduta - Verificare e correggere la fase di transizione - Qualcosa da amare
  • Esercizi per individuare e correggere gli errori

Correggere su terreni diversi. Una guida per tutti i tipi di superficie

  • Tapis roulant
  • Trail running
  • Corsa sulla sabbia
  • Corsa in salita
  • Corsa in discesa

Gli infortuni più comuni. Prevenzione e trattamento

  • Dolori al ginocchio
  • Infiammazione della bandelletta ileotibiale
  • Fascite plantare
  • Periostite
  • Lombalgia
  • Tendinite di Achille
  • Quando le ricette non funzionano


Parte quarta. Raggiungere i propri limiti
Scimmia attiva, scimmia pigra. Come calcolare la quantità di allenamento necessaria al vostro corpo
Programmi di allenamento. Per 5000 e 10000 metri, mezza maratona e maratona
- Le gare: 5000 e 10000 metri, mezza maratona, maratona
Correre per tutta la vita. Rimanere in salute, divertirsi stabilire nuovi record personali
Appendice. Una sintesi
- Regole per una corretta tecnica di corsa - Errori più comuni nella corsa - Tabella di valutazione dell'esercito degli Stati Uniti - Anatomia di una falcata - Analisi della corsa in sei punti

Glossario
Indice degli esercizi
Ringraziamenti

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6 aprile 2016 3 06 /04 /aprile /2016 00:01
Sei Vie per Santiago. Nel documentario di Lydia Smith, storie di vite e di persone che si intrecciano e si intersecano: è il Cammino stesso che si racconta e racconta

Sarà proiettato a Palermo, il 20 aprile 2016, nella sala cinematografica "Rouge et Noir", il film documentario "Sei Vie per Santiago" (titolo originale "Walking the Camino", prodotto dalla regista Lydia B. Smith, film multipremiato (013 Newport Beach Film Festival, American Documentary Film Festival, Rainier Indipendent Film Festival, Hollywood Film Festival, Port Lauderdale International Film Festival).
Si tratta di un'interessante iniziativa che consente la fruizione di una pellicola che ha avuto un passaggio forse troppo rapido dalle sale cinematografiche e che, di conseguenza non è stata debitamente attenzionata.
Il film documentario della Smithè in qualche modo simmetrico con "The Way" di Emilio Estevez (2010, titolo italiano "Il Cammino per Santiago") che lo ha preceduto di qualche anno e che, pur avendo un impianto di narrativa fiction non documentaristica propone una narrazione del Cammino di Santiago con una simile prospettiva (il Cammino fatto di intersezione di storie di persone che si incontano ognuno con motivazioni diverse.
In fondo, i due film presentano due modi diversi per raccontare la stessa cosa, con notevoli e importanti coincidenze: soprattutto per quanto concerne la rilevanza delle storie personale che si incrociano e si intrecciano, ma soprattutto per quanto riguarda l'intrinseco "potere" che ha il Cammino di entrare nell'animo delle persone che lo percorrono, modificandone la visione del mondo, anche laddove il Cammino venga intrapreso con motivazioni "laiche": a prescindere dalla valenza religiosa, si tratta di quella risonanza sviluppata e ben descritta dai cultori del cosiddetto "camminare profondo".


Lydia B. SmithIl film, autobiografico e itinerante, segue da vicino un gruppo di moderni pellegrini che affrontano il viaggio verso Santiago, ognuno con le proprie ragioni, motivazioni e aspettative.
Sei persone a confronto, con vite e storie diverse: come quella di Misa che è una giovane sportiva danese. Viaggia da sola per poter essere più in sintonia con se stessa, ma l'incontro con un ragazzo di dieci anni più giovane cambia radicalmente la sua prospettiva.
O come quella di Sam, brasiliana, che ha trent'anni, soffre di depressione ed è alla disperata ricerca di quella forza interiore necessaria a trasformare la sua vita.

La visione del film
avrà un costo € 5,00.
La proiezione del film, inoltre, prevedendo la possibilità (interessante) di un dibattito al termine della visione, sarà una buona occasione di approfondimento per tutti coloro che vogliano acquisire una conoscenza di cosa significhi oggi metterrsi in cammino verso Santiago de Compostela.

Chi è interessato è pregato di dare conferma della sua presenza presso la biglietteria del Cinema Rouge et Noir (091324651)

Per molti secoli, la gente ha viaggiato dalla Francia fino a Finisterre, la fine del mondo allora noto, lungo il Cammino di Santiago. Chi come pellegrino per fede, chi alla ricerca di una propria crescita spirituale ed interiore. Non è assolutamente un'impresa semplice, e nonostante questo solo nel 2010 più di 270.000 persone hanno tentato questo arduo ma meraviglioso camino di cinquecento miglia. Sei Vie per Santiago è un'esperienza di immersione totale che cattura e racconta le prove e le difficoltà che sei moderni pellegrini affrontano durante l'antico percorso, del Cammino di Santiago. I protagonisti del film sono persone di diversa età (dai sette ai settantrè anni), nazionalità, cultura e costumi. Per ognuno di loro il Cammino rappresenta qualcosa di diverso, ma per tutti è una sfida che affrontano per cambiare se stessi.

Quella che segue é la sintesi del film su www.mymovies.it (by Marianna Cappi) Wayne ha 65 anni, ha perso da poco la moglie. Cammina con Jack, 73 anni, il prete episcopale che ha celebrato il funerale. Misa è danese, sportiva, competitiva. Pensava che avrebbe voluto camminare da sola, ma poi ha incontrato il canadese William, che ha il suo stesso passo veloce, e non si sono più seprati. Annie viene da Los Angeles, il ginocchio le fa male, la fatica la fa piangere, ma smettere sarebbe ancora più doloroso. E poi ci sono Sam, dal Brasile, in piena crisi esistenziale, Tomas, che non sapeva se fare kite-surfing o intraprendere il cammino, Tatiana, di 26 anni, fervente religiosa, con il fratello ateo e il figlio Alexis, che di anni ne ha 3, ed è il più giovane della compagnia.

Il cammino di Santiago di Compostela è lungo quasi 800 chilometri e attraversa il Nord della Spagna per terminare nell'Oceano a Finisterre. Non è un'impresa semplice, eppure sono secoli che le genti di ogni dove lo percorrono. Molti partono con una domanda nel cuore, perché in quello spazio e in quel tempo, immersi nella natura e segnati dalla fatica ma anche dall'emozione,
il confronto con se stessi è inevitabile e spesso illuminante. La regista lo ha fatto nel 2008, dopodiché, al ritorno a casa, la stessa "chiamata" che l'aveva messa sulla strada spagnola la prima volta, l'ha indotta a tornare per documentare il pellegrinaggio di altre persone. Il suo approccio è profondamente umanistico: il paesaggio ha ovviamente il suo spazio, ma non è alla sua contemplazione che si dedica il documentario. Allo stesso modo, la geografia del percorso, la pittoresca burocrazia dei timbri, il cibo e le messe, finiscono inevitabilmente nelle riprese di Lydia B. Smith ma non viene concesso loro uno spazio autonomo. Al centro, dall'inizio alla fine, ci sono le persone (le sei che ha scelto al montaggio, dopo averne seguite più del doppio per un totale di 300 ore di girato).
Piove, fa freddo, oppure il sole brucia in testa e sulle spalle, le vesciche sono causa di dolori atroci, la febbre può allettare per un po', ma ogni giorno è diverso, ogni tratto è diverso, e questo cambiamento, di sfondo e di umore è in fondo una metafora della vita, e si va avanti nonostante tutto, sperimentando difficoltà e gioie a fasi alterne, in vista della ricompensa finale, in autostima e significato.
Dal film della Smith emerge bene un piccolo paradosso: quello che s'intraprende, anche se non sempre in solitaria, come un viaggio individuale, alla ricerca di sé, della risposta che probabilmente abbiamo già dentro ma dietro una nebbia troppo fitta per riconoscerla, si trasforma quasi sempre in un'esperienza di condivisione e di collettività. Il Cammino, sembra dire il film, in un modo o nell'altro, ti sorprende. Ed è in questo sovvertire le aspettative che il Cammino incontra la vita e anche il cinema.

Sei Vie per Santiago. Nel documentario di Lydia Smith, storie di vite e di persone che si intrecciano e si intersecano: è il Cammino stesso che si racconta e racconta
Sei Vie per Santiago. Nel documentario di Lydia Smith, storie di vite e di persone che si intrecciano e si intersecano: è il Cammino stesso che si racconta e racconta
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26 marzo 2016 6 26 /03 /marzo /2016 09:16
Ultramaratoneta. Un'Analisi interminabile. Un appassionante dialogo a due voci che porta all'interno delle più profonde motivazioni a correre le ultradistanze

Il saggio costruito per mezzo di due voci dialoganti da Daniele Baranzini e Matteo Simone, Ultramaratoneta. Un'analisi interminabile (Aras Edizioni, 2016), è davvero prezioso perchè conduce il lettore nel mondo interiore, spesso misterioso e misconosciuto, dell'Ultramaratoneta e del cultore delle ultra-ultradistanze in genere, di coloro che affrontano fatiche temibili soltanto a sentirne parlare e che, oggi.si possono considerare nell'ambito della corsa estrema "quei temerari sulle macchine volanti", cioè di coloro che, spesso mettendo in gioco la propria vita, esploravano il mondo del volo motorizzato affascinante e pericoloso allo stesso tempo.
Tante volte ci chiediamo cosa pensino questi nostri eroi moderni dell'ultramaratona, quando corrono sulle lunghissime distanze. Spesso se glielo chiediamo direttamente, non sono nemmeno in grado di dircelo oppure non vogliono, perché intendono custodire la propria interiorità dallo sguardo di chi potrebbe non comprenderli.
Ed ecco che arriva questo libricino a darci delle risposte e a fornirci delle possibili linee-guida di comprensione e di decodifica.
Daniele Baranzini è un ultrarunner (e non solo), mentre Matteo Simone è uno sportivo e un runner che, da poco tempo, ha cominciato ad esplorare anche il mondo delle ultramaratone, sia in termini di "studio" delle motivazioni degli ultrarunner, attraverso delle interviste strutturate (che presto intende trasformare in volume) sia in termini di pratica vissuta.
Ambedue sono psicologhi nella vita professionale. Mentre Daniele Baranzini si occupa di organizzazioni, Simone Matteo si occupa principalmente di Psicologia dello Sport e di altri temi correlati (uno dei quali è la resilienza e la capacità dell'Uomo di fronte all'estremo): ambedue pertanto hanno degli strumenti cognitivi che li portano ad andare al di là e a verifica cosa si nasconde dietro le azioni e le scelte individuali, tanto più se esse siano estreme e, in qualche misura, rischiose. E chi è psicologo tende ad essere esplorativo anche nei confronti di se stesso e del proprio mondo interno.
Daniele Baranzini è entrato nel mondo della corsa abbastanza di recente, quasi per caso, e in maniera spregiudicata ed eccentrica, senza compiere la consueta trafila che porta i runner a passare dalla gare brevi (o dalle non competitive, alle ultramaratone, transitando attraverso l'esperienza delle Mezze e delle Maratone).
Daniele Baranzininon è arrivato gradualmente alle ultradistanze, ma ci si è tuffato dentro d'emblée con curiosità (e oserei dire anche con voluttà), iniziandosi in maniera solitaria con la precipua motivazione di testare se stesso e capire quali potessero essere i suoi limiti fisici e mentali, esponendosi (inizialmente senza nessuna cognizione pregressa), ad esperienze di corsa estrema (le sue "concept run"). Per lo stesso motivo, si è testato nelle distanze brevi, quali i 3000 metri siepi oppure i 5000 metri in pista (indoor ed outdoor).
Ha accumulato rapidamente delle esperienze davvero decisive ed uniche, giungendo rapidamente a sperimentarsi nelle competizioni di Ultra, sino ad indossare la maglia azzurra nella rappresentativa italiana di endurance 24 ore o a conquistare singolari primati come ad esempio il record del mondo 12 ore di corsa su treadmill (tapis roulant).

Matteo SimoneIl libro va letto, perché consente di affondare uno sguardo indagatore nel mondo interiore di un atleta che decide di affrontare le distanze estreme, senza nessuna altra motivazione che quella di esplorare l'estremo, andando a vedere come l'Ulisse virgiliano ciò che sta al di là del conosciuto e nel far questo questo è perfino entrato in quella che Reinhold Meissner, lo scalatore estremo e conquistatore delle cime over-8000 senza l'ausilio dell'ossigeno, definisce la "zona della morte".
Una zona nella quale, affrontando l'inconoscibile e soprattutto una dimensione inedita dello sforzo e della fatica, si può entrare (trovandosi ad essere in uno stato modificato di coscienza) per poi riemergerne (o restarvi, se non si è fortunati).
Daniele Baranzini è un personaggio di quelli il cui motto può essere soltanto "Verso l'infinito ed oltre", ma anche "Costi quel che costi, devo andare a vedere cosa c'è dietro quell'angolo o al di là di quella cima".
Il piccolo libro è avvincente come un romanzo a due voci e si articola in una serie di capitoli agili in cui si raccontano le principali esperienze del percorso di esplorazione compiuto da Daniele Baranzini nel mondo delle ultracorse.
In ogni capitolo, si alternano in un duetto appassionante le voci di Daniele e di Simone, che qui ha il ruolo del "Navigatore", in quanto compie un lavoro di esegesi e di interpretazione delle esperienze vissute da Daniele che è l'"Esploratore" di pianeti ancora sconosciuti, senza evitare tuttavia - essendo lui stesso uno sportivo e un runner - di entrare anche nel ruolo del bardo che magnifica ogni accadimento, dando momento per momento le coordinate del lungo viaggio di Daniele con un pizzico di retorica (che non guasta).

Daniele BaranziniIl libro è completato da una nota biografica che riguarda entrambi i personaggi/autori e che quantifica, soprattutto per Daniele, le principali tappe del percorso nel mondo della corsa.
E' un libro che chi ama il running dovrebbe senz'altro leggere perchè consente di mettersi a confronto, imparando tanto sugli altri e su se stessi.
Le parole di Daniele possono aiutare ad attivare uno sguardo introspettivo dentro se stessi, compresa la grande assunzione del correre come strumento di vidimazione del proprio esistere quotidiano o anche come, in alcuni casi, una vera e propria "religione della mente", che nel caso di Daniele almeno non diventa mai una dictatorship interna.
Siamo di fronte ad un'affascinante incursione nel mondo del "correre profondo" da parte di uno che prima ancora che runner si può definire uno "psiconauta" nell'accezione proposta da Giorgio Samorini.
Un caso interessante in cui il corpo viene plasmato e piegato per portare la mente ad esplorare territori ancora socnosciuti.

(dalla quarta di copertina) Questo libro esprime il senso della corsa nelle lunghe distanze, per molte ore e tanti chilometri. L'opera è una sorta di fantastico saggio poetico frutto di dialogo e corrispondenza tra i due autori. Gli autori dialogano a distanza su quello che è il senso dell'ultramaratona: la lunghezza, il tempo, la fatica, la gioia, il dolore, per alcuni anche una "lucida pazzia". L'intento è di illustrare l'ultramaratona, un particolare vissuto di sport a volte considerato estremo, ai limiti della umana ragionevolezza. Daniele Baranzini si racconta attraverso la sua pianificazione e progettazione di lunghe gare da interpretare e portare a termine e Matteo Simone cerca di entrare nella psiche di Daniele alla ricerca di un senso. Daniele è pura corsa, senza corsa non può esistere. Il suo percorso è interminabile, come il titolo di quest'opera. Daniele scrive la sua visione onirica della corsa lunga e Matteo la cerca nelle parole dei suoi racconti. Matteo è l'archeologo, Daniele è l'antica città dei sogni.

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Published by Ultramaratone, maratone e dintorni (Maurizio Crispi) - in Letture e film Atleti
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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