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28 aprile 2017 5 28 /04 /aprile /2017 13:16

Boston Caccia all'uomo (2016, Peter Berg)Boston - Caccia all'uomo (titolo originale: Patriots Day) è un film del 2016 diretto da Peter Berg, risultante dall'adattamento cinematografico del libro Boston Strong, scritto dall'autore Casey Sherman assieme al giornalista Dave Wedge, sull'attentato alla Maratona di Boston avvenuto il 15 aprile 2013.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale all'AFI Festival il 17 novembre 2016.
L'attentato causò grande sgomento nel mondo sportivo ovviamente: quelle immagini video amatoriali che mostravano le esplosioni mentre ancora i runner continuavano a transitare fecero il giro del mondo e divennero presto virali.
Lo sgomento fu enorme e l'attentato lo si visse quasi come un sacrilegio e come la profanazione di un evento sportivo-simbolo che, dall'alto della sua storia più che centenaria, è visto come una istituzione del mondo della corsa e dello sport in generale (nella sua qualifica dell'evento di maratona più antico dell'era moderna, dal momento che la prima edizione della Maratona di Boston si disputò prima ancora dei Giochi Olimpici di Atene).
Il film, oltre a illustrare - a ricordare - gli effetti devastanti sul pubblico presente dei due rudimentali congegni esplosivi, messi a punto da una coppia di fratelli, schegge impazzite del fondamentalismo islamico a Boston, si attarda sulla frenetica caccia all'uomo che si scatenò subito dopo e che vide in questa circostanza la collaborazione (per una volta efficace e non obtorto collo) tra la polizia di Boston, le forze federali e quelle speciali e che in poco più di 100 ore condusse all'uccisione di uno dei due attentatori e all'arresto dell'altro.
Il film, costruito come i classici film catastrofici, con un lungo preambolo che serve a presentare i diversi personaggi che successivamente avranno un ruolo-chiave nella vicenda, procede con ritmo ed anche con qualche momento di suspense sino all'epilogo finale.
Viene molto enfatizzato (come di fatto fu) l'atteggiamento composto della popolazione bostoniano davanti agli effetti strazianti dei due congegni esplosivi e la reazione altrettanto compunta e di piena collaborazione con le forze dell'ordine nelle ore immediatamente successive, quando - anche con l'attuazione di misure estreme e drastiche - quali l'invito a tutta la popolazione di non uscire di casa - venne messa in atto - a partire dai pochi indizi carpiti dai video amatoriali acquisiti - una complessa azione volta all'identificazione dei due dinamitardi e alla loro cattura. 
Ciò che sorprende noi Europei (e ancor di più noi Italiani, proprio nei giorni in cui si continua a dare la caccia senza esito del killer conosciuto dai media come "Igor il Serbo") è l'enorme dispiegamento di forze e di mezzi che gli USA sono in grado di mobilitare in un brevissimo arco di tempo per l'attivazione di una macchina poliziesca che cerca di ottenere un risultato nel più breve arco di tempo possibile, con lo spettro incombente di altre devastanti esplosioni provocate dai terroristi in fuga.

Vedi di seguito due precedenti articoli correlati comparsi su questo magazine

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 21:11

Race - Il colore della vittoria. Locandina del film(Maurizio Crispi) In "Race - Il colore della vittoria"(il film del 2016 di Stephen Hopkins, USA) viene raccontata l’epica e straordinaria storia del pluricampione del mondo Jesse Owens che, nato povero ma con un dono atletico straordinario, alle Olimpiadi del 1936 (ai Giochi della XI Olimpiade) lasciò Berlino e i potenti del Terzo Reich senza parole vincendo 4 medaglie d’oro (nei 100 e nei 200 metri piani, nel Salto in lungo e nella staffetta 4X100) ed entrando di diritto nella leggenda.
La storia del film presenta, dietro le imprese sportive di Jesse Owens, l'intreccio tra la realtà innegabile del razzismo ancora imperante in alcuni degli States e le persecuzioni dei Nazisti nei confronti degli Ebrei, ma anche il loro atteggiamento di rifiuto nei confronti di tutti i non ariani, comunque considerati espressione di "razze" inferiori, se non addirittura non aventi diritti di cittadinanza di alcun genere nei consessi internazionali.
Il film racconta le trattative dietro le quinte che consentirono di sbloccare l'atteggiamento degli Stati Uniti pronti a disertare i Giochi olimpici se il terzo Reich non fosse venuto a più miti consigli nell'ostentare le politiche discriminatorie anti-ebraiche: Goebbels, che considerava questi Giochi del 1936 una propria "creatura" che avrebbe dovuto glorificare il Reich ed esserne l'apoteosi sportiva, accettò le richieste americane (ma fu soltanto un compromesso ipocrita, all'insegna della prassi di mettere per un po' lo sporco sotto il tappeto, lasciando immutata la sostanza delle cose).
Altra storia nella storia è la presenza della cineasta del Reich Leni Riefenstahl che, dopo aver celebrato le grandezze del Reich con il film documentario "Il Trionfo della Volontà", ricevette da Hitler e da Goebbels il compito di realizzare un grande film sui Giochi olimpici berlinesi (Olympia il suo titolo, considerato tuttora un documentario sportivo di eccelsa qualità, realizzato con delle tecniche di ripresa grandiose ed avveniristiche) e che, malgrado la volontà di Goebbels che avrebbe voluto imporre la censura sulle imprese di Owens, si troverà a documentare le imprese sportive e i successi di questi.
E, infine, c'è la storia sfortunata di Carl Ludwig "Luz" Long, il campione tedesco che avrebbe dovuto vincere le gare di cui Owens conquistò l'Oro, e che venne punito per la sua "debolezza" e ,soprattutto, per aver fraternizzato sportivamente con Owens senza cedere agli ordini di scuderia, con l'immediato arruolamento e l'invio al fronte (dove poi morì per le ferite riportate nei combattimenti che seguirono lo sbarco in Sicilia, a Caltagirone, durante l'operazione Husky gestita dalle forze alleate).
Jesse OwensLa parte propriamente sportiva, tecnica ed anche documentaristica su quei Giochi, in questo intreccio di storie si perde, ma ciò che conta è il filo rosso della parabola morale che percorre l'intero film.
Anche dal punto di vista scenografico appare ben poco di questi Giochi: abituati come siamo ai giochi olimpici contemporanei e alla loro imponenza sia per numero di nazioni rappresentate sia per varietà delle discipline sportive praticate, quei giochi ci sembrano estranei e lontani, soprattutto perché le nazioni presenti erano allora ben poche e gli stessi atleti non erano mai particolarmente numerosi.
Ma in questo caso il regista, presso dal suo intento storico non si preoccupa di dare uno scenario sportivo vero, autentico e palpitante: le uniche disfide che si vedono concretamentesono quelle in cui è impegnato Jesse Owens e il suo più diretto avversario:
sembra quasi che ci siano soltanto loro e che tutti gli altri atleti siano andati in dissolvenza...
In questo il film perde quella spettacolarità che avrebbe potuto avere. 
Da questo punto di vista, indubbiamente, "Momenti di Gloria" (1961, sette nomination oer l'Oscar e quattro premi Oscar attribuiti tra i quali quello al Miglior Film) è stato un film molto più riuscito e quasi sublime (con un'elegante trattazione perfino della discriminazione in Francia nei riguardi degli Ebrei).

E questo video fornisce un'interessante rettifica sul rifiuto di Hitler di stringere la mano di Jesse Owens, in quanto "negro". Le cose non andarono così. E viene sottolineato nello stesso video, così come viene precisato nei titoli di coda del film "Race" che il Presidente degli USA Roosevelt non ricevette mai Jesse Owens per congratularsi con lui.

Jesse Owens e la bufala della stretta di mano nagata da Hitler
L’atleta disse: Hitler non mi snobbò affatto fu piuttosto Roosevelt che evitò di incontrarmi

Com'è noto Jesse Owens fu il primo atleta nero a vincere le Olimpiadi, e precisamente lo fece nel 1936 a Berlino, nella Germania hitleriana.
Questo evento storico, a cui recentemente era stato dedicato anche uno spot di "Fatsweb", dal dopoguerra in poi è stato però sempre accompagnato dalla diffusione di una leggenda metropolitana, smentita dallo stesso atleta.
le Olimpiadi di Berlino, svoltesi nella prima metà di agosto del 1936, sono nell’immaginario collettivo quelle di Jesse Owens, l’atleta statunitense di colore a cui Hitler si rifiutò di stringere la mano. 
Negli Stati Uniti molti erano perplessi a causa dell’opportunità propagandistica che veniva offerta alla Germania e si sviluppò anche un movimento di boicottaggio ai Giochi olimpici. Lo stesso Presidente Roosevelt era favorevole a questo movimento e per meglio rendersi conto della situazione mandò a Berlino un suo inviato, il miliardario ultraconservatore Avery Brundage, che in futuro sarebbe diventato il presidente del CIO, il Comitato Internazionale Olimpico. Ma Brundage, con grande scorno di Roosevelt, tornò in patria entusiasta dell’operato dei tedeschi.
Hitler non badò a spese: fece costruire uno stadio della capienza di 100.000 spettatori vicino ad un campo di parata dove si potevano riunire addirittura mezzo milione di persone. La cerimonia di inaugurazione si tenne il 1° agosto, in un tripudio di svastiche, con 120.000 persone che gridavano freneticamente “Heil Hitler!”
Il solenne cerimoniale culminò con l’ingresso nello stadio del tedoforo che portava la fiaccola olimpica, l’ultimo dei 3.075 staffettisti che si erano dati il cambio ogni mille metri lungo i 3.075 chilometri fra Atene e Berlino. Da allora, quella procedura si sarebbe ripetuta ad ogni Olimpiade. Ma questo non fu l’unico “primato” organizzativo. Le undicesime Olimpiadi passarono anche alla storia perché furono le prime riprese dalla televisione e per il bollettino “Olympia Zeitung” stampato in 14 lingue con una tiratura quotidiana di 300.000 copie. Il numero dei partecipanti superò ogni precedente cifra: 4.066 di cui 328 donne in rappresentanza di 49 nazioni. Un altro fatto nuovo fu l’eccezionale flusso turistico alimentato dai Giochi: più di 2.000 treni speciali portarono a Berlino centinaia di migliaia di stranieri e dai locali pubblici sparirono i cartelli con la scritta “gli ebrei sono indesiderati”.
Particolare cura fu dedicata alla preparazione tecnica degli atleti tedeschi, che il regime voleva che prevalessero su tutte le altre nazioni, per completare anche dal punto di vista sportivo il trionfo delle Olimpiadi berlinesi. E così tutti gli atleti della rappresentativa tedesca andarono in ritiro per tre mesi nella Selva Nera, per prepararsi degnamente.
E i risultati furono aderenti alle aspettative del Terzo Reich: la Germania si classificò prima vincendo 88 medaglie, di cui 33 d’oro, 26 d’argento e 29 di bronzo. Gli USA si dovettero accontentare del secondo posto con un numero complessivo di 56 medaglie (24 d’oro, 20 d’argento e 12 di bronzo). Al terzo posto l’Italia con 22 medaglie, di cui 8 ori, 9 argenti e 5 bronzi, anche se il terzo posto, in base agli odierni criteri di classificazione, spetterebbe all’Ungheria che guadagnò un numero complessivamente minore di medaglie rispetto all’Italia (16) ma 11 di queste erano d’oro. Seguivano la Svezia con 20 medaglie, Finlandia e Francia con 19 ciascuna, Giappone con 18, Olanda con 17, Svizzera con 15, Gran Bretagna con 14, Austria con 13, fino a concludere con Filippine e Portogallo con una sola medaglia di bronzo a testa. Le potenze di quello che da lì a quattro anni sarebbe diventato l’Asse, dunque, si aggiudicarono oltre il 40% del medagliere complessivo.
Nella gara del salto in lungo però si classificò quarto con la misura di 7,73 e mancò il podio di un soffio fu l’italiano Arturo Maffei, un grande dell’atletica italiana, nato a Viareggio il 9 novembre 1909, che iniziò la sua brillante carriera sportiva nel 1926 nel calcio, come portiere di una squadra parrocchiale di Peretola. Maffei vinse otto titoli di campione d’Italia fra il 1930 e il 1940, vestì per 25 volte la maglia della nazionale e partecipò due volte ai campionati europei. 

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10 aprile 2016 7 10 /04 /aprile /2016 08:39
Running Revolution. Un recentissimo saggio espone l'Abc del Metodo Pose, con un'apertura ad ampio raggio dalla teoria alla pratica

In Running Revolution di recente pubblicato da Sperling &Kupfer (Collana I Grilli), 2016) Nicholas Romanov e Kurt Brungardt, espongono l'Abc del Metodo Pose (natural Running), inizialmente messo a punto da Romanov e spiegano con una serie di incalzanti capitoli, arricchiti da schemi, diagrammi, figure stilizzate, come migliorare il proprio metodo di corsa, con una struttura didattica che, partendo dalla teoria, arriva per ogni segmento del volume, all'applicazione pratica in funzione degli obiettivi che si intendono realizzare.
In esso viene applicato l'assioma portante delle teorie di Romanov secondo cui la costruzione di un'atleta deve curare in primo luogo la sua tecnica di corsa e, migliorando questa in un'incessante sforzo incrementale, si avranno ripercussioni positive sulla velocità dell'atleta e sulla sua resistenza, oltre che in una minore tendenza all'infortunio.
Nell'ambito di questo metodo viene data particolare rilevanza alla corsa a piedi scalzi come strumento di allenamento (non obbligatorio in senso assoluto, ma utile) e, conseguentemente, all'appoggio sull'avampiede.
Un libro per tutti, indipendentemente dalla disciplina di corsa praticata.

Running Revolution, Sperling & Kupfer, 2016Il concetto di natural running nasce dal pose running, una tecnica di corsa ideata da Nicholas Romanov, un ricercatore e preparatore atletico russo.
Romanov, particolarmente attivo come preparatore atletico negli anni ’70 e ’80 del XX secolo, riteneva che, in linea generale, i preparatori atletici dei runner fossero propensi a dare notevole importanza all’incremento di velocità e resistenza e al miglioramento delle caratteristiche cardiovascolari e respiratorie dell’atleta, finendo per mettere la tecnica di corsa in secondo piano. Romanov aveva notato che quanto più il carico allenante aumentava tanto più insorgevano infortuni e pensò che questo problema poteva essere in parte risolto rivalutando l’importanza della tecnica di corsa. Propose quindi una tecnica che, indipendentemente dalla velocità e dalla distanza percorsa, potesse essere adatta a tutte le categorie di runner.
Tale tecnica è appunto il Pose running (noto anche come Metodo Pose (Pose Method - Become a Better Athlete) o Pose Tech, come da definizione di Romanov).
I sostenitori del Pose running ritengono che tale tecnica eviti un’eccessiva sollecitazione delle articolazioni.

(dalla presentazione del volume) Il corpo umano è nato per correre ed esiste un modo naturale per farlo sfruttando al meglio la nostra biomeccanica, facendo lavorare muscoli e articolazioni senza danneggiarli e raggiungendo la massima velocità e resistenza. La sedentarietà, scarpe sbagliate e tecniche discutibili hanno modificato la postura naturale che possiamo vedere in qualsiasi bambino che corre.
Con il metodo Pose Romanov, preparatore di fama internazionale che ha vinto per due volte le Olimpiadi con i suoi atleti, ha messo a punto una tecnica che in primo luogo risponde a domande fondamentali quali: - Atterrare sul tallone significa correre nel modo sbagliato? (Sì) - Dovrei appoggiare per primo l'avampiede? (Sì) - Dovrei correre a piedi nudi? (Non necessariamente).
In secondo luogo permette di correre sfruttando al meglio la forza di gravità, aumenta la percezione del proprio peso e delle sensazioni consentendo un ottimale controllo del gesto atletico.
Il metodo Pose spiega sia ai principianti sia ai corridori esperti (compresi gli ultramaratoneti e gli ironmen) tutto quello che c'è da sapere per padroneggiare un modo più sicuro e più efficiente di correre, capace di garantire il miglioramento delle prestazioni (velocità, resistenza, forza), ridurre al minimo l'usura del corpo e quindi continuare a correre per tutta la vita.

Nicholas RomanovGli Autori. Nel corso della sua quarantennale carriera, il dottor NICHOLAS ROMANOV, preparatore sportivo di livello internazionale e per due volte allenatore di una squadra olimpica, ha condotto le sue ricerche in tutto il mondo, inclusi Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Sudafrica e Nuova Zelanda. Creatore del famoso metodo Pose, ha fondato la Romanov Academy for Sports Science per l'insegnamento delle tecniche di allenamento sportivo, improntate alle sue teorie.
Oggi esistono migliaia di specialisti tecnici certificati per l'insegnamento del metodo in tutto il mondo, compresa l'Italia.
Il Pose è stato adottato come metodo ufficiale da importanti istituzioni e organizzazioni, come l'Esercito degli Stati Uniti e CrossFit, e da varie squadre sportive di livello professionistico come le nazionali di Triathlon britannica, statunitense e russa. Nicholas Romanov vive a Miami.
KURT BRUNGARDT si occupa di sport e fitness da quasi vent'anni. Ha scritto dieci libri sul fitness e sull'allenamento sportivo, tra cui alcuni bestseller. Vive a New York.

Il Metodo Pose ci insegna a recuperare ciò che facevamo correttamente in modo istintivo da bambini!
Da quando lo seguo non so più cosa sono i dolori articolari da corsa...»

Fabrizio Duranti (Medicina dello Sport)

Indice


Introduzione. Correre come i migliori al mondo
- Il nostro corpo è fatto per correre
- Correre è un'abilità
- La corsa è un'attività atletica

Parte prima. Prepararsi alla postura di corsa
Una storia personale della corsa. Il mio viaggio dalla Russia agli Stati Uniti
Il sistema percettivo. La chiave per imparare
- La posizione elastica - Informazioni sensoriali - Consapevolezza - Sensazioni - Combinare gli elementi
Il diario di corsa. Monitorare i progressi
- Il legame mente corpo - Il profilo personale - Obiettivi - Preparazione focalizzata - Analisi postsessione - Reinquadramento - Riflessioni e sensazioni
Scegliere e usare le scarpe giuste... o nessuna. Trovare la calza perfetta
- La scarpa da corsa ideale: piatta, bassa e flessibile - Correre a piedi nudi - Solette ortopediche: come liberarsene?
Riprese video. Conoscere la propria falcata
- Come filmarsi - Pianificare le riprese - Analisi della corsa in sei punti
Preparazione motoria. Migliorare la mobilità
Esercizi di potenziamento. Consolidare forza e stabilità

Parte seconda. Dieci lezioni
Introduzione alle lezioni. Conoscere a fondo i principi della corsa
- Struttura delle lezioni
- Programmazione delle lezioni
Prima lezione. Il piede
- Tecnica: l'appoggio di avampiede decostruito
-Esercizi per la percezione del peso corporeo
- Allenamento
Seconda lezione. La postura di corsa
- Tecnica: assumere la postura di corsa
- Esercizi
- Allenamento
Terza lezione. La caduta
- Tecnica: imparare a cadere - Esercizi: come lasciarsi cadere - Allenamento
Quarta lezione. La trazione
- Tecnica
- Esercizio: sostituzione del piede di appoggio
- Allenamento
Quinta lezione. Combinare i movimenti in sequenza
- Anatomia di una falcata
- Tecnica
- Esercizio psicofisico per la falcata
- Allenamento
Sesta lezione. Il tendine di Achille
- Tecnica: l'appoggio di avampiede riveduto e corretto
- Esercizio: salto con movimento in avanti
- Allenamento
Settima lezione. La postura di corsa riveduta e corretta
- Tecnica: come ottenere ogni volta una postura di corsa perfetta
- Esercizio: sostituzione del piede di appoggio con movimento in avanti
- Allenamento
Ottava lezione. La fase di caduta riveduta e corretta
- Tecnica: cadere come un corridore
- Esercizi di caduta riveduti e corretti
- Allenamento
Nona lezione. La fase di trazione riveduta e corretta
- Tecnica
- Esercizi per la trazione riveduti e corretti
- Allenamento
Decima lezione. Combinare gli elementi (ancora una volta)
- Tecnica
- Esercizio di visualizzazione
- Verifica tecnica
- Confronto tra i diversi tipi di appoggio del piede al suolo
- Allenamento

Diploma. Godetevi il momento
- Gli errori più comuni

Parte terza. Il circuito di corsa
Introduzione al circuito di corsa. Passare al livello successivo
Diventare allenatori di se stessi. Superare ogni sfida

  • Analisi video della postura di corsa - Analisi video della fase di caduta - Analisi video della fase di trazione - Analisi video della parte superiore del corpo - Correggere gli errori
  • Portare le strategie di allenamento al livello successivo
  • Il circuito di corsa. Prepararsi alla transizione
  • Esercizi di potenziamento muscolare: aggiornamento - Struttura del circuito di corsa - Individuare e correggere gli errori - Verificare e correggere l'appoggio del piede - Verificare e correggere la caduta - Verificare e correggere la fase di transizione - Qualcosa da amare
  • Esercizi per individuare e correggere gli errori

Correggere su terreni diversi. Una guida per tutti i tipi di superficie

  • Tapis roulant
  • Trail running
  • Corsa sulla sabbia
  • Corsa in salita
  • Corsa in discesa

Gli infortuni più comuni. Prevenzione e trattamento

  • Dolori al ginocchio
  • Infiammazione della bandelletta ileotibiale
  • Fascite plantare
  • Periostite
  • Lombalgia
  • Tendinite di Achille
  • Quando le ricette non funzionano


Parte quarta. Raggiungere i propri limiti
Scimmia attiva, scimmia pigra. Come calcolare la quantità di allenamento necessaria al vostro corpo
Programmi di allenamento. Per 5000 e 10000 metri, mezza maratona e maratona
- Le gare: 5000 e 10000 metri, mezza maratona, maratona
Correre per tutta la vita. Rimanere in salute, divertirsi stabilire nuovi record personali
Appendice. Una sintesi
- Regole per una corretta tecnica di corsa - Errori più comuni nella corsa - Tabella di valutazione dell'esercito degli Stati Uniti - Anatomia di una falcata - Analisi della corsa in sei punti

Glossario
Indice degli esercizi
Ringraziamenti

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6 aprile 2016 3 06 /04 /aprile /2016 00:01
Sei Vie per Santiago. Nel documentario di Lydia Smith, storie di vite e di persone che si intrecciano e si intersecano: è il Cammino stesso che si racconta e racconta

Sarà proiettato a Palermo, il 20 aprile 2016, nella sala cinematografica "Rouge et Noir", il film documentario "Sei Vie per Santiago" (titolo originale "Walking the Camino", prodotto dalla regista Lydia B. Smith, film multipremiato (013 Newport Beach Film Festival, American Documentary Film Festival, Rainier Indipendent Film Festival, Hollywood Film Festival, Port Lauderdale International Film Festival).
Si tratta di un'interessante iniziativa che consente la fruizione di una pellicola che ha avuto un passaggio forse troppo rapido dalle sale cinematografiche e che, di conseguenza non è stata debitamente attenzionata.
Il film documentario della Smithè in qualche modo simmetrico con "The Way" di Emilio Estevez (2010, titolo italiano "Il Cammino per Santiago") che lo ha preceduto di qualche anno e che, pur avendo un impianto di narrativa fiction non documentaristica propone una narrazione del Cammino di Santiago con una simile prospettiva (il Cammino fatto di intersezione di storie di persone che si incontano ognuno con motivazioni diverse.
In fondo, i due film presentano due modi diversi per raccontare la stessa cosa, con notevoli e importanti coincidenze: soprattutto per quanto concerne la rilevanza delle storie personale che si incrociano e si intrecciano, ma soprattutto per quanto riguarda l'intrinseco "potere" che ha il Cammino di entrare nell'animo delle persone che lo percorrono, modificandone la visione del mondo, anche laddove il Cammino venga intrapreso con motivazioni "laiche": a prescindere dalla valenza religiosa, si tratta di quella risonanza sviluppata e ben descritta dai cultori del cosiddetto "camminare profondo".


Lydia B. SmithIl film, autobiografico e itinerante, segue da vicino un gruppo di moderni pellegrini che affrontano il viaggio verso Santiago, ognuno con le proprie ragioni, motivazioni e aspettative.
Sei persone a confronto, con vite e storie diverse: come quella di Misa che è una giovane sportiva danese. Viaggia da sola per poter essere più in sintonia con se stessa, ma l'incontro con un ragazzo di dieci anni più giovane cambia radicalmente la sua prospettiva.
O come quella di Sam, brasiliana, che ha trent'anni, soffre di depressione ed è alla disperata ricerca di quella forza interiore necessaria a trasformare la sua vita.

La visione del film
avrà un costo € 5,00.
La proiezione del film, inoltre, prevedendo la possibilità (interessante) di un dibattito al termine della visione, sarà una buona occasione di approfondimento per tutti coloro che vogliano acquisire una conoscenza di cosa significhi oggi metterrsi in cammino verso Santiago de Compostela.

Chi è interessato è pregato di dare conferma della sua presenza presso la biglietteria del Cinema Rouge et Noir (091324651)

Per molti secoli, la gente ha viaggiato dalla Francia fino a Finisterre, la fine del mondo allora noto, lungo il Cammino di Santiago. Chi come pellegrino per fede, chi alla ricerca di una propria crescita spirituale ed interiore. Non è assolutamente un'impresa semplice, e nonostante questo solo nel 2010 più di 270.000 persone hanno tentato questo arduo ma meraviglioso camino di cinquecento miglia. Sei Vie per Santiago è un'esperienza di immersione totale che cattura e racconta le prove e le difficoltà che sei moderni pellegrini affrontano durante l'antico percorso, del Cammino di Santiago. I protagonisti del film sono persone di diversa età (dai sette ai settantrè anni), nazionalità, cultura e costumi. Per ognuno di loro il Cammino rappresenta qualcosa di diverso, ma per tutti è una sfida che affrontano per cambiare se stessi.

Quella che segue é la sintesi del film su www.mymovies.it (by Marianna Cappi) Wayne ha 65 anni, ha perso da poco la moglie. Cammina con Jack, 73 anni, il prete episcopale che ha celebrato il funerale. Misa è danese, sportiva, competitiva. Pensava che avrebbe voluto camminare da sola, ma poi ha incontrato il canadese William, che ha il suo stesso passo veloce, e non si sono più seprati. Annie viene da Los Angeles, il ginocchio le fa male, la fatica la fa piangere, ma smettere sarebbe ancora più doloroso. E poi ci sono Sam, dal Brasile, in piena crisi esistenziale, Tomas, che non sapeva se fare kite-surfing o intraprendere il cammino, Tatiana, di 26 anni, fervente religiosa, con il fratello ateo e il figlio Alexis, che di anni ne ha 3, ed è il più giovane della compagnia.

Il cammino di Santiago di Compostela è lungo quasi 800 chilometri e attraversa il Nord della Spagna per terminare nell'Oceano a Finisterre. Non è un'impresa semplice, eppure sono secoli che le genti di ogni dove lo percorrono. Molti partono con una domanda nel cuore, perché in quello spazio e in quel tempo, immersi nella natura e segnati dalla fatica ma anche dall'emozione,
il confronto con se stessi è inevitabile e spesso illuminante. La regista lo ha fatto nel 2008, dopodiché, al ritorno a casa, la stessa "chiamata" che l'aveva messa sulla strada spagnola la prima volta, l'ha indotta a tornare per documentare il pellegrinaggio di altre persone. Il suo approccio è profondamente umanistico: il paesaggio ha ovviamente il suo spazio, ma non è alla sua contemplazione che si dedica il documentario. Allo stesso modo, la geografia del percorso, la pittoresca burocrazia dei timbri, il cibo e le messe, finiscono inevitabilmente nelle riprese di Lydia B. Smith ma non viene concesso loro uno spazio autonomo. Al centro, dall'inizio alla fine, ci sono le persone (le sei che ha scelto al montaggio, dopo averne seguite più del doppio per un totale di 300 ore di girato).
Piove, fa freddo, oppure il sole brucia in testa e sulle spalle, le vesciche sono causa di dolori atroci, la febbre può allettare per un po', ma ogni giorno è diverso, ogni tratto è diverso, e questo cambiamento, di sfondo e di umore è in fondo una metafora della vita, e si va avanti nonostante tutto, sperimentando difficoltà e gioie a fasi alterne, in vista della ricompensa finale, in autostima e significato.
Dal film della Smith emerge bene un piccolo paradosso: quello che s'intraprende, anche se non sempre in solitaria, come un viaggio individuale, alla ricerca di sé, della risposta che probabilmente abbiamo già dentro ma dietro una nebbia troppo fitta per riconoscerla, si trasforma quasi sempre in un'esperienza di condivisione e di collettività. Il Cammino, sembra dire il film, in un modo o nell'altro, ti sorprende. Ed è in questo sovvertire le aspettative che il Cammino incontra la vita e anche il cinema.

Sei Vie per Santiago. Nel documentario di Lydia Smith, storie di vite e di persone che si intrecciano e si intersecano: è il Cammino stesso che si racconta e racconta
Sei Vie per Santiago. Nel documentario di Lydia Smith, storie di vite e di persone che si intrecciano e si intersecano: è il Cammino stesso che si racconta e racconta
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26 marzo 2016 6 26 /03 /marzo /2016 09:16
Ultramaratoneta. Un'Analisi interminabile. Un appassionante dialogo a due voci che porta all'interno delle più profonde motivazioni a correre le ultradistanze

Il saggio costruito per mezzo di due voci dialoganti da Daniele Baranzini e Matteo Simone, Ultramaratoneta. Un'analisi interminabile (Aras Edizioni, 2016), è davvero prezioso perchè conduce il lettore nel mondo interiore, spesso misterioso e misconosciuto, dell'Ultramaratoneta e del cultore delle ultra-ultradistanze in genere, di coloro che affrontano fatiche temibili soltanto a sentirne parlare e che, oggi.si possono considerare nell'ambito della corsa estrema "quei temerari sulle macchine volanti", cioè di coloro che, spesso mettendo in gioco la propria vita, esploravano il mondo del volo motorizzato affascinante e pericoloso allo stesso tempo.
Tante volte ci chiediamo cosa pensino questi nostri eroi moderni dell'ultramaratona, quando corrono sulle lunghissime distanze. Spesso se glielo chiediamo direttamente, non sono nemmeno in grado di dircelo oppure non vogliono, perché intendono custodire la propria interiorità dallo sguardo di chi potrebbe non comprenderli.
Ed ecco che arriva questo libricino a darci delle risposte e a fornirci delle possibili linee-guida di comprensione e di decodifica.
Daniele Baranzini è un ultrarunner (e non solo), mentre Matteo Simone è uno sportivo e un runner che, da poco tempo, ha cominciato ad esplorare anche il mondo delle ultramaratone, sia in termini di "studio" delle motivazioni degli ultrarunner, attraverso delle interviste strutturate (che presto intende trasformare in volume) sia in termini di pratica vissuta.
Ambedue sono psicologhi nella vita professionale. Mentre Daniele Baranzini si occupa di organizzazioni, Simone Matteo si occupa principalmente di Psicologia dello Sport e di altri temi correlati (uno dei quali è la resilienza e la capacità dell'Uomo di fronte all'estremo): ambedue pertanto hanno degli strumenti cognitivi che li portano ad andare al di là e a verifica cosa si nasconde dietro le azioni e le scelte individuali, tanto più se esse siano estreme e, in qualche misura, rischiose. E chi è psicologo tende ad essere esplorativo anche nei confronti di se stesso e del proprio mondo interno.
Daniele Baranzini è entrato nel mondo della corsa abbastanza di recente, quasi per caso, e in maniera spregiudicata ed eccentrica, senza compiere la consueta trafila che porta i runner a passare dalla gare brevi (o dalle non competitive, alle ultramaratone, transitando attraverso l'esperienza delle Mezze e delle Maratone).
Daniele Baranzininon è arrivato gradualmente alle ultradistanze, ma ci si è tuffato dentro d'emblée con curiosità (e oserei dire anche con voluttà), iniziandosi in maniera solitaria con la precipua motivazione di testare se stesso e capire quali potessero essere i suoi limiti fisici e mentali, esponendosi (inizialmente senza nessuna cognizione pregressa), ad esperienze di corsa estrema (le sue "concept run"). Per lo stesso motivo, si è testato nelle distanze brevi, quali i 3000 metri siepi oppure i 5000 metri in pista (indoor ed outdoor).
Ha accumulato rapidamente delle esperienze davvero decisive ed uniche, giungendo rapidamente a sperimentarsi nelle competizioni di Ultra, sino ad indossare la maglia azzurra nella rappresentativa italiana di endurance 24 ore o a conquistare singolari primati come ad esempio il record del mondo 12 ore di corsa su treadmill (tapis roulant).

Matteo SimoneIl libro va letto, perché consente di affondare uno sguardo indagatore nel mondo interiore di un atleta che decide di affrontare le distanze estreme, senza nessuna altra motivazione che quella di esplorare l'estremo, andando a vedere come l'Ulisse virgiliano ciò che sta al di là del conosciuto e nel far questo questo è perfino entrato in quella che Reinhold Meissner, lo scalatore estremo e conquistatore delle cime over-8000 senza l'ausilio dell'ossigeno, definisce la "zona della morte".
Una zona nella quale, affrontando l'inconoscibile e soprattutto una dimensione inedita dello sforzo e della fatica, si può entrare (trovandosi ad essere in uno stato modificato di coscienza) per poi riemergerne (o restarvi, se non si è fortunati).
Daniele Baranzini è un personaggio di quelli il cui motto può essere soltanto "Verso l'infinito ed oltre", ma anche "Costi quel che costi, devo andare a vedere cosa c'è dietro quell'angolo o al di là di quella cima".
Il piccolo libro è avvincente come un romanzo a due voci e si articola in una serie di capitoli agili in cui si raccontano le principali esperienze del percorso di esplorazione compiuto da Daniele Baranzini nel mondo delle ultracorse.
In ogni capitolo, si alternano in un duetto appassionante le voci di Daniele e di Simone, che qui ha il ruolo del "Navigatore", in quanto compie un lavoro di esegesi e di interpretazione delle esperienze vissute da Daniele che è l'"Esploratore" di pianeti ancora sconosciuti, senza evitare tuttavia - essendo lui stesso uno sportivo e un runner - di entrare anche nel ruolo del bardo che magnifica ogni accadimento, dando momento per momento le coordinate del lungo viaggio di Daniele con un pizzico di retorica (che non guasta).

Daniele BaranziniIl libro è completato da una nota biografica che riguarda entrambi i personaggi/autori e che quantifica, soprattutto per Daniele, le principali tappe del percorso nel mondo della corsa.
E' un libro che chi ama il running dovrebbe senz'altro leggere perchè consente di mettersi a confronto, imparando tanto sugli altri e su se stessi.
Le parole di Daniele possono aiutare ad attivare uno sguardo introspettivo dentro se stessi, compresa la grande assunzione del correre come strumento di vidimazione del proprio esistere quotidiano o anche come, in alcuni casi, una vera e propria "religione della mente", che nel caso di Daniele almeno non diventa mai una dictatorship interna.
Siamo di fronte ad un'affascinante incursione nel mondo del "correre profondo" da parte di uno che prima ancora che runner si può definire uno "psiconauta" nell'accezione proposta da Giorgio Samorini.
Un caso interessante in cui il corpo viene plasmato e piegato per portare la mente ad esplorare territori ancora socnosciuti.

(dalla quarta di copertina) Questo libro esprime il senso della corsa nelle lunghe distanze, per molte ore e tanti chilometri. L'opera è una sorta di fantastico saggio poetico frutto di dialogo e corrispondenza tra i due autori. Gli autori dialogano a distanza su quello che è il senso dell'ultramaratona: la lunghezza, il tempo, la fatica, la gioia, il dolore, per alcuni anche una "lucida pazzia". L'intento è di illustrare l'ultramaratona, un particolare vissuto di sport a volte considerato estremo, ai limiti della umana ragionevolezza. Daniele Baranzini si racconta attraverso la sua pianificazione e progettazione di lunghe gare da interpretare e portare a termine e Matteo Simone cerca di entrare nella psiche di Daniele alla ricerca di un senso. Daniele è pura corsa, senza corsa non può esistere. Il suo percorso è interminabile, come il titolo di quest'opera. Daniele scrive la sua visione onirica della corsa lunga e Matteo la cerca nelle parole dei suoi racconti. Matteo è l'archeologo, Daniele è l'antica città dei sogni.

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13 febbraio 2016 6 13 /02 /febbraio /2016 17:09
Paolo Vittone
Paolo Vittone

Paolo Vittone

La Lumaca e il tamburo. Favola di un viaggio alla riconquista del Tempo di Paolo Vittone ed Elisa Lussig (Infinito Edizioni, Collana Orienti, 2010) non è certamente un libro novità.
È stato pubblicato postumo nel 2010, dopo la morte per cancro di Paolo Vittone, a 46 anni, solo pochi mesi prima.
Paolo Vittore era un giornalista di Radio Popolare, redazione esteri, inviato nella guerra dell’ex-Jugoslavia.
Paolo Vittore, sapendo di essere malato terminale, tra un ciclo di cure e l’altro, decise di mettersi in cammino.
Non per dimenticarsi della malattia, poiché il cammino non consente facili evasioni.
Ma piuttosto per qcquisire una diversa e più profonda consapevolezzas: e quindi anche una maggiore presenza a se stesso, tanto più oppurtuna quando il tempo si fa stretto e si ha davanti un termine sempre più incombente.
Vittore si mise in cammino, da Trieste, per recuperare il tempo, il tempo per lui così prezioso. Fu Paolo Rumiz (che scrive l’introduzione al libro) a suggerirgli un cammino, e anche se all'inizio il suggerimento sembrasse azzardato per un uomo in quelle condizioni di salute, Vittone - una volta in cammino -ebbe poi modo di scoprire quanta forza gli venisse dal cammino: ce la faceva, e stava meglio, tanto che la malattia - seppur provvisoriamente - recedeva.
Da Trieste, Vittone ha camminato fino in Bosnia - la sua amata Bosnia - (anche se con tratti in auto), passando per Slovenia e Croazia.
La sua scrittura, delicata e profonda, dipinge con pochi tratti i luoghi e le persone, con sguardo empaticamente distaccato, coinvolto ma non troppo, se preferite.
E vi si parla delle ferite della guerra civile, di una guerra ancora così vicina ma ormai dimenticata, che preferiamo dimenticare. Dei nazionalismi e degli integralismi.
Vittone dipinge la parte sociale del territorio perché questo faceva, da giornalista. Ma dal suo ruolo di giornalista vuole smarcarsi, vuole vedere con occhio diverso, e quindi smette di ascoltare i discorsi delle persone, per fare dentro di sé un vuoto quasi zen, e lasciarsi baciare dagli elementi della natura.
In questo modo, egli ha recuperato il tempo, e il senso/la bellezza della vita, mentre di ciò che vedono i suoi occhi rimangono ricordi intimi, come lo sguardo acquoso del matto del villaggio, i profumi del bosco, la pioggia battente, il canto degli uccelli, uomini e donne dolci e accoglienti.
I ricordi più preziosi sono quelli delle emozioni, e valgono molto di più della cronaca o delle riflessioni socio-politiche.
Ecco la grande scoperta di Vittone, che ci lascia in eredità questo piccolo scritto da leggere e da rileggere con cura.

Accompagnano il libro i disegni di Elisa Iussig, che ha seguito Vittone per la prima parte del viaggio in auto, giovane donna incinta: disegni in bianco e nero, che rendono il libro ancor più poetico.
(Dal risguardo di copertina) Trieste molo audace. Un incontro è l'inizio di un viaggio a piedi di una donna incinta e di un uomo malato, confini estremi della vita, fino in Bosnia, passando per Slovenia e Croazia, varcando confini ufficiali e non, attraversando terre cattoliche, ortodosse e "meticce", fino a quelle dell'islam europeo, laico e aperto quanto ignorato. Un ultimo viaggio carico di sentimento in luoghi rimasti incolumi e in altri disfatti dalle guerre jugoslave degli Anni '90; posti in parte ricostruiti, altri in bilico tra passato bellico e futuro forse di pace; terre etnicamente purificate e terre meticcie, lungo il crinale che separa la cultura del mare e quella della terra. Introduzione di Paolo Rumiz.

 

Giugno 2008, una sera di pioggia. Qualcuno mi suonò al campanello di casa, a Trieste, aprii il portone, e dopo un minuto nella cornice della porta apparve lui. Smagrito, febbricitante, coperto di piaghe, ustionato sul naso e sul collo, lacero e fradicio fino alle ossa, ma totalmente felice. Paolo sembrava uno di quei cani che scappano nella stagione degli amori, e tornano a casa dopo giorni, magri, affamati e contenti. Le rughe, perfino gli eczemi e la pelle rovinata dalle terapie sembravano disegnati apposta per dare ancora più luce a uno sguardo infuocato da capitano di ventura…

Paolo Rumiz (dall'introduzione al volume)

Il retro della copertina

Il retro della copertina

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1 febbraio 2016 1 01 /02 /febbraio /2016 08:48
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica

(Maurizio Crispi) Revenant (Redivivo) è un film di Alejandro Iñárritu, uscito nel 2015 e basato su di una storia vera, accaduta più o meno ai tempi della famosa spedizione di Lewis e Clark che diede un contributo fondamentale alla conoscenza geografica dei territori della frontiera nord occidentale degli Stati Uniti allora in piena espansione, quasi al confine con il Canada.
E' la storia di Hugh Glass (Leonardo Di Caprio), esploratore e scout di un grupo di cacciatori di pellicce che si sono spinti nel profondo di territori ancora inesplorati e ostili sia per le caratteristiche di una natura selavaggia ed estrema sia per la presenza di Pellerosse e dei Francesi nemici che pure vantavano dirittti su quei territori.
Dopo essere assalito e gravemente ferito da un grizzly (orso bruno), Hugh Glass viene abbandonato dai suoi compagni e creduto morto (grazie alla menzognera versione dei fatti) di uno di loro lasciato ad accudirlo sino al momento della sua morte che pareva imminente).
Hugh, grazie e a doti non comuni di resistenza interiori si riprende e si rimette in marcia, sfruttando tutte le risorse che la Natura può mettere a disposizione di un essere inerme e debole come lui è in quel momento.
Il confronto con una natura selvaggia e incontaminata, alle soglie di n inverno rigido e crudele è spettacolare: lo spettatore segue con apprensione i progressi di Hugh Glass e in parallelo la vicenda dei compagni che lo hanno abbandonato e del traditore Fitzgerald.
Molte saanno le difficoltà con cui Glass dovrà confrontarsi, molti i rovesci che subirà: Eppure, alla fine, ce la fara e ricomparirà nell'avamposto militare da cui era partito molti mesi prima, dopo aver percorso oltre 3000 miglia.
Verrà accolto da "redivivo", con manifestazioni di stupore e meraviglia. Prima di riprendere la sua vita e mettere a tacere il profondo dolore interiore per la perdita del figlio (ucciso da Fitzgerald) ci sarà ancora un conto da regolare: e quest'ultimo compito lo dovrà affrontare senza attesa, anche se ancora indebolito.
Ed è dunque un racconto di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica: alcune fonti infatti sostengono che la sua marcia non è del tutto vera e che fu abbellita e arricchita di dettagli nel corso del tempo.
Ma dietro questi abbellimenti c'è tuttavia un nucleo duro di verità storica che non può non suscitare meraviglia.
Il film possiede un grande impatto scenografico, grazie alla bellezza inavvicinabile e purissima di questi paesaggi del Grande Nord; e il racconto è impreziosito, secondo uno stilema tipico di
Iñárritu, da sequenze oniriche che intervengono nei periodi in cui Glass giace in semi-coma ma anche in altre momenti di sonno,  illuminate cromaticamente dalla splendida colonna sonora di Ryuichi Sakamoto: questi stralci ci consentono di avere squarci della sua storia personale e di comprendere quali siano le radici della sua resistenza estrema.
Glass, conoscitore e amico della tribù dei Pawnee, ha sposato una loro donna e ne ha avuto dei figli, senonché moglie e figli (con l'eccezione di uno che lo segue nella spedizione per finire ucciso dal perfido e vile Fitzgerald) vengono trucidati da una tribù ostile.
Glass che è un uomo di frontiera, ancora di più proprio per questa ragione, condivide profondamente la "filosofia" dei Pellerossa e la loro religiosità che esclude rigorosamente che l'Uomo sia al centro del creato, affermando per contro che gli uomini possano soltanto prendere ciò che hanno a disposizione senza sprechi e con rispetto, vivendo in un continuo equilibrio e condividendo con altri esseri viventi ciò che è dato loro dalla natura. Dall'accettazione di questa filosofia nascono le premesse di un forte radicamento nella Natura, benefattrice e rigenerativa, ma anche distruttiva se non viene approcciata nel modo giusto e con la maggior e umiltà possibile.
Per sopravvivere, Glass farà proprio riferimento all'energia della Natura e alla forza dell'albero, come accade nelle sue visioni che lo riportano ai momenti per lui indelebili della morte della moglie, spirata tra le sue braccia, e al testamento spirituale che da lei gli viene trasmesso.

 

Come si diceva "Revenant" è tratto dal romanzo omonimo, basato su fatti realmente accaduti, di Michael Punke, pubblicato in Italia da Einaudi (2014)

 

Michael Punke, La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta, Einaudi, 2014Revenant è la storia vera di Hugh Glass. Di come è stato abbandonato da compagni che credeva amici e invece erano traditori. Di come è sfuggito alla morte quando tutti lo pensavano spacciato. Di come è sopravvissuto a un'odissea di tremila miglia nell'immensità ostile della Frontiera americana.
Revenant è una storia di salvezza e avventura, di ferocia e redenzione.
Revenant è la storia di una vendetta.

Revenant è diventato un film con Leonardo Di Caprio e Tom Hardy per la regia di Alejandro González Iñárritu.

Hugh Glass era morto. Doveva essere morto. Nessun uomo normale sopravvive all'assalto di un grizzly, agli artigli lunghi quindici centimetri che fanno a brandelli schiena e collo, alla ferocia di un morso che lacera le carni. Ma come era finito abbandonato in fin di vita, in quel posto dimenticato da Dio nel Nordovest degli Stati Uniti?
Glass è un esploratore e un cacciatore di pellicce che nel 1822 prende parte a una spedizione lungo il fiume Missouri e i suoi affluenti: all'epoca quel territorio era di fatto inesplorato (la prima missione, quella di Lewis e Clark, risale a soli diciotto anni prima), selvaggio e minaccioso come solo la Frontiera sa essere. L'ultimo avamposto americano, uno sperduto forte dell'esercito, è lontano una settimana di cammino: il resto è territorio di caccia di Sioux tutt'altro che in buoni rapporti con l'uomo bianco. È qui che Glass, separatosi dal gruppo per trovare provviste, viene assalito da un orso. Vedendo in che condizioni l'ha ridotto l'animale, i compagni si convincono che gli resta poco da vivere: il grosso della spedizione procede nel suo viaggio, lasciando il trapper con due uomini, John Fitzgerald e Jim Bridger, incaricati di vegliare le sue ultime ore. Ma il destino sembra avere un conto in sospeso con il trapper: al terzo giorno di agonia, i tre uomini avvistano un gruppo di guerrieri indiani. Fitzgerald e Bridger, presi dal panico, abbandonano Glass, rubandogli le armi e il coltello, lasciandolo solo, disarmato, accanto alla fossa che già avevano scavato per lui, in balía degli indiani. Sembrerebbe la fine di Hugh Glass e invece è solo l'inizio. È a questo punto, infatti, che Glass diventa il protagonista di un'incredibile odissea che possiede la grandiosità della leggenda e la fondatezza della cronaca storica. Intraprende un viaggio di tremila miglia, attraverso le condizioni piú estreme, sopravvivendo ai pericoli e alle minacce della natura e degli uomini, diventando amico e alleato di popoli sconosciuti, mosso unicamente dalla piú incrollabile delle volontà: quella di un uomo che cerca la sua vendetta.
Senza tralasciare il rocambolesco passato del suo protagonista - tra naufragi al largo di Cuba, pirati, vagabondaggi e un lungo periodo di permanenza forzata (e quasi fatale) presso una tribú di indiani pawnee -, Michael Punke ricostruisce la storia vera di Hugh Glass, eroe celeberrimo della mitologia western, restituendolo alla dimensione che, piú di ogni altra, può rendere giustizia alla sua incredibile vicenda biografica: quella del romanzo.

 

Leggi i primi capitoli

 

 

Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica
Revenant (Redivivo). Nel film di Iñárritu Una storia di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica

When all is lost, you fight. Inspired by true events, "The Revenant" is an immersive and visceral cinematic experience capturing one man’s epic adventure of survival and the extraordinary power of the human spirit. In an expedition of the uncharted American wilderness, legendary explorer Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) is brutally attacked by a bear and left for dead by members of his own hunting team. In a quest to survive, Glass endures unimaginable grief as well as the betrayal of his confidant John Fitzgerald (Tom Hardy). Guided by sheer will and the love of his family, Glass must navigate a vicious winter in a relentless pursuit to live and find redemption. "The revenant" is directed and co-written by renowned filmmaker, Academy Award® winner Alejandro G. Iñárritu (Birdman, Babel).


Director: Alejandro G. Iñárritu
Screenplay: Mark L. Smith & Alejandro G. Iñárritu, based in part on the novel by Michael Punke
Producers: Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent, James W. Skotchdopole, Keith Redmon
Original Music by: Ryuichi Sakamoto and Alva Noto

Cast: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter

«Prendete le avventure realmente accadute di uno dei più grandi personaggi del West, aggiungeteci un sacco di dettagli, raccontatele con uno stile secco ed essenziale, dategli un ritmo da film d'azione: ecco che avrete Revenant».

«Salt Lake Tribune»

Un racconto di resilienza estrema tra leggenda e realtà storica When all is lost, you fight. Inspired by true events, "The Revenant" is an immersive and visceral cinematic experience capturing one man’s epic adventure of survival and the extraordinary power of the human spirit. In an expedition of the uncharted American wilderness, legendary explorer Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) is brutally attacked by a bear and left for dead by members of his own hunting team. In a quest to survive, Glass endures unimaginable grief as well as the betrayal of his confidant John Fitzgerald (Tom Hardy). Guided by sheer will and the love of his family, Glass must navigate a vicious winter in a relentless pursuit to live and find redemption. "The revenant" (Redivivo) is directed and co-written by renowned filmmaker, Academy Award® winner Alejandro G. Iñárritu (Birdman, Babel). Director: Alejandro G. Iñárritu Screenplay: Mark L. Smith & Alejandro G. Iñárritu, based in part on the novel by Michael Punke Producers: Arnon Milchan, Steve Golin, Alejandro G. Iñárritu, Mary Parent, James W. Skotchdopole, Keith Redmon Original Music by: Ryuichi Sakamoto and Alva Noto Cast: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter Tratto dal romanzo, basato su fatti realmente accaduti, di Michael Punke, pubblicato in Italia da Einaudi (2015)

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13 novembre 2015 5 13 /11 /novembre /2015 00:46
Desert solitaire. Una stagione nella natura selvaggia: un autentico libro di culto tra memoir e manifesto ambientalista

Desert Solitaire.Una stagione nella natura selvaggia (Baldini&Castoldi 2015) di Edward Abbey può avere il valore di una scoperta incredibile: ed è sicuramente uno di quei libri che spesso passano inosservati, perché non hanno "santi" in paradiso.
Tuttavia, negli Stati Uniti, questo libro fece epoca, da quando uscì, nel 1968.
Onore a a Baldini&Castoldi, che lo ha ripubblicato quest’anno, nell’ottima traduzione di Stefano Travagli.
L'opera di Abbey si inserisce a pieno titolo nella tradizione di Henry David Thoreau, Walt Whitman, Mary Hunter Austin, il tutto condito da un’ironia fantastica (si ride dei nostri mali del secolo leggendo il libro) e una vena polemica degna dei migliori rivoluzionari.

Edward Abbey (1927-1989) ha vissuto per sei mesi da solo nel ruolo di ranger, nel 1956, in una roulotte nell’Arches National Monument, un territorio desertico dello Utah.
Desert solitaire che racconta appunto di questa sua esperienza è stato pubblicato nel 1968, ma l’azione del libro va retrodatata e si svolge quando l’autore aveva 29 anni e questi territori erano ancora incontaminati. Un inno alla protezione della wilderness, ma anche molto di più. Contiene poetiche descrizioni dei parchi dello Utah e dell’Arizona, quali Arches, Canyonland, Canyon degli Havasupai, e dell’arido territorio dei Navajo.
Non mancano descrizioni dell’abbondante flora e fauna del deserto. E' insomma un libro come non se ne scrivono più, ma non solo letteratura di qualità (Abbey è uomo molto colto): anche pamphlet politico di chi vede il mondo naturale distruggersi sotto i suoi piedi.

In conclusione, in questo memoir Abbey disegna il suo manifesto ambientalista, coerente con quanto ha scritto in altre sue opere, anche di marca più squisitamente narrativa.
Desert Solitaire ha ispirato un omonimo album musicale che potrebbe essere utilizzato come colonna sonora alla lettura del testo di Abbey.

Citiamo l'autoreCosa posso dire a queste persone? Sigillate nei loro gusci di metallo come molluschi con le ruote, come posso liberarle? L’auto una scatoletta di metallo, il ranger il suo apriscatole. Uscite da lì, per l’amor di Dio, vorrei dire. Toglietevi quegli occhiali da sole del cazzo, spalancate gli occhi, guardatevi in giro; buttate via quelle stupide macchine fotografiche! (…) Gesù, signora, tiri giù quel finestrino! Il deserto lo si capisce solo se lo si annusa! La polvere? Certo che c’è la polvere, siamo nello Utah! Ma è polvere buona, ottima polvere rossa dello Utah, ricca di uranio e di ironia. Spegnete il motore. (…) E tu, sì, tu con la mappa spalancata davanti, il radiatore che bolle e il motore surriscaldato, striscia fuori da quel bozzolo brillante di lamiera e vai a farti una passeggiata! Sì, ti sto dicendo di mollare la vecchia e i mocciosi urlanti per un po’, di voltare loro la schiena e andare a fare una lunga, tranquilla passeggiata nei canyon, di perderti e di tornare solo quando ti va, cazzo. Farà benissimo, a te, a lei, a tutti quanti. Dai tregua ai bambini, lasciali uscire dalla macchina, lasciali correre sulle rocce a caccia di serpenti a sonagli, scorpioni e formicai… Sì, esatto, liberali. Come osi imprigionare dei bambini nel tuo maledetto carro funebre imbottito? Vi imploro di uscire da quelle sedie a rotelle a motore, di staccarvi dagli schienali di gommapiuma e alzarvi in piedi. Siete uomini! Siete donne! Siete esseri umani! E camminate – camminate – CAMMINATE sulla nostra dolce terra benedetta!”

(dal risguardo di copertina"Desert solitaire" è diventato un libro di culto sin dalla sua pubblicazione, nel 1968. Un racconto provocatorio e mistico, arrabbiato e appassionato, in cui Edward Abbey ci restituisce la sua esperienza di ranger nell'Arches National Monument, nel Sudest dello Utah, catturandone l'essenza e trasmettendoci il desiderio di vivere nella natura e conoscerla nella sua forma più pura: silenzio, lotta, bellezza abbagliante. Ma "Desert solitaire" è anche il grido angosciato di un uomo pronto a sfidare il crescente sfruttamento operato dall'industria petrolifera, mineraria e del turismo.
Sono trascorsi quasi cinquant'anni, e le osservazioni di Abbey, le sue battaglie, non hanno perso nulla della loro rilevanza. Anzi, oggi più che mai, "Desert solitaire" ci chiama a combattere, mettendoci di fronte a un'ultima domanda fondamentale: riusciremo a salvare ciò che resta dei nostri tesori naturali prima che i bulldozer manovrati dal profitto colpiscano ancora?

 

Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.
Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.
Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.
Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia.  Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.

Edward Abbey. Edward Paul Abbey (Indiana, 29 gennaio 1927 – Tucson, 14 marzo 1989) è stato uno scrittore statunitense, noto per il suo interesse per l'ambiente e l'ecologia. Tra i suoi scritti più famosi si può citare I sabotatori (The Monkey Wrench Gang) che divenne il testo ispiratore di molti movimenti ambientalisti (notoriamente l'organizzazione Earth First!) e dei cosiddetti ecoterroristi, lo stesso titolo venne usato come neologismo per definire l'azione di sabotaggio contro le cosiddette corporation a salvaguardia dell'ambiente e degli spazi incontaminati.

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29 ottobre 2015 4 29 /10 /ottobre /2015 06:22
The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle
The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle
The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle

Con il film di Robert Zemeckis "The Walk. A True Story" (2015) che racconta la storia del francese Philippe Petit, funambolo eccellente ed intrepido (ma anche - a suo modo - filosofo), e la sua camminata su di un cavo d'acciaio teso tra le due Torri gemelle di New York (ancora in via di costruzione) ritorna in auge l'interesse per questo singolare e temerario personaggio che, indubbiamente, ha molto da insegnare ... soprattutto per quanto concerne l'essere "visionari" e il perseguire con determinazione e tenacia i propri sogni...
Già nell'ormai lontano 2009 avevo scritto di lui, dopo aver letto alcuni dei suoi libri ispirati (post cui diedi il titolo: ("L'insegnamento di Philippe Petit, ultra-funambolo e pensatore spontaneamente mistico").
Si trattò di un'inpresa sportiva che fini anche con il diventare opera d'arte ineguagliabile e slancio mistico verso il Cielo (come hanno detto alcuni, anche "camminata tra la vita e la morte"), destinata a rimanere impresa unica ed irripetibile (perchè anche se qualcuno avesse voluto o volesse imitarlo, mancherebbero le Torri gemelle con la loro particolare conformazione che le rese idonee al compimento di una simile avventura funambolica).
In basso il link al mio post di allora...

The Walk. Robert Zemeckis racconta la vicenda straordinaria di Philippe Petit e della sua camminata in cielo tra le Torri Gemelle

(da Wikipedia) The Walk. A True Story è un film biografico del 2015 co-scritto e diretto da Robert Zemeckis, con protagonista Joseph Gordon-Levitt nei panni di Philippe Petit, noto funambolo francese, che il 7 agosto 1974 compie la sua più grande impresa: la traversata delle Torri Gemelle del World Trade Center su un cavo d'acciaio senza alcuna protezione[1].
La pellicola è l'adattamento cinematografico del libro Toccare le nuvole fra le Twin Towers. I miei ricordi di funambolo (To Reach the Clouds), scritto dallo stesso Petit nel 2002, ripubblicato in contemporanea con l'uscita italiana del film col titolo The Walk.
Si tratta della terza opera cinematografica basata sulla traversata di Philippe Petit, dopo il cortometraggio High Wire di Sandi Sissel del 1984 ed il documentario Man on Wire - Un uomo tra le Torri di James Marsh, che vinse il Premio Oscar per il Miglior documentario nel 2009.

Il trailer del film di Zemeckis

The Walk - Officially Extended Trailer

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26 ottobre 2015 1 26 /10 /ottobre /2015 01:02
PasParTu. La straordinaria esperienza di un viaggio a piedi nell'Italia che si fida e ti ospita. Carnovalini e Rastello raccontano il loro viaggio senza meta che è anche metafora del nostro tempo

Riccardo Carnovalini e Anna Rastello hanno raccontato nel libro PasParTu. A piedi senza meta nell'Italia che si fida (Edizioni dei Cammini, Collana Wanderer, 2015), la loro straordinaria esperienza di viaggio a piedi attraverso un'Italia che "si fida" e che"ospita", senza nessuna pianificazione e decidendo di giorni in giorno la loro successiva meta.
E' un libro che, proposto meritoriamente dalla Casa Editrice nata come "costola" della "Compagnia dei Cammini" per accogliere testimonianze, racconti e guide va letto perché oltre che straordinaria esperienza di viaggio a piedi, può essere anche visto come uno specchio del nostro tempo.

Carnovalini e Rastello in viaggio(dal risguardo di copertina) Riccardo Carnovalini e Anna Rastello camminano insieme da alcuni anni, molti sono i viaggi che hanno intrapreso per scoprire o riscoprire regioni e angoli "speciali" del nostro Paese, a volte con lo scopo di portare un messaggio di solidarietà, oppure per attirare l'attenzione su problematiche particolari. Il cammino più lungo, intenso e imprevedibile che hanno condiviso è stato PasParTu: Passi, Parole, Tu.
Passi: quelli che hanno compiuto per unire le persone che li hanno accolti.
Parole: quelle che hanno ascoltato per conoscere chi, giorno dopo giorno, ha donato loro un bene impagabile e prezioso, il proprio tempo.
Tu: perché si sono spogliati della loro individualità per mettersi nelle mani dell'estraneo che li ha accolti alla sera e che ha stabilito la destinazione del giorno successivo.
Qualcuno l'ha definita un'indagine sociologica, altri un'opera di Land Art, ma PasParTu è, prima di tutto, un ritratto senza filtri dell'Italia e degli italiani di oggi.

Riccardo Carnovalini ha fatto la storia del camminare in Italia, ha attraversato l’Italia camminando varie volte, dal 1981 a oggi.
È stato un precursore, e ha continuato in questa sua passione, con creatività. L’ultimo suo cammino, studiato e percorso insieme ad Anna Rastello, è stato Paspartu, da cui è nato un libro uscito per le Edizioni dei Cammini.
“È stato un viaggio a piedi senza meta”, spiegano Anna e Riccardo, “alla ricerca dell’Italia che si fida ed è curiosa e ospitale, una ricerca fatta con i piedi per dimostrare che c’è ancora chi sa aprire la porta di casa agli sconosciuti, dando fiducia a chi giunge all’improvviso a scompigliare il tran tran quotidiano”.
Un argomento di stretta attualità in questi giorni di biblici esodi verso un’Europa non sempre ospitale, sicuramente una metafora dei tempi in cui viviamo.

Dalla recensione di Luca Gianotti per La Compagnia dei Cammini

Sei mesi e più di cammino partendo da Torino. Riccardo Carnovalini e Anna Rastello dopo averci aggiornato via via sulla loro pagina di Facebook, ci offrono adesso nel bel libro curiosamente intitolato “PasParTu” (Edizioni dei Cammini) il racconto di questa loro esperienza. Molti sono i viaggi che Riccardo e Anna hanno intrapreso per scoprire o riscoprire regioni e angoli “speciali” del nostro paese, a volte con lo scopo di portare un messaggio di solidarietà, oppure per attirare l’attenzione su problematiche particolari. Il cammino più lungo, intenso e imprevedibile che hanno condiviso è però questo da loro denominato PasParTu: Passi, Parole, Tu.

Passi: quelli che hanno compiuto per unire le persone che li hanno accolti.Parole: quelle che hanno ascoltato per conoscere chi, giorno dopo giorno, ha donato loro un bene impagabile e prezioso – il proprio tempo. Tu: perché si sono spogliati della loro individualità per mettersi nelle mani dell’estraneo che li ha accolti alla sera e che ha stabilito la destinazione del giorno successivo.

“È stato un viaggio a piedi senza meta”, spiegano Anna e Riccardo, “alla ricerca dell’Italia che si fida ed è curiosa e ospitale, una ricerca fatta con i piedi per dimostrare che c’è ancora chi sa aprire la porta di casa agli sconosciuti, dando fiducia a chi giunge all’improvviso a scompigliare il tran tran quotidiano”. Un argomento di stretta attualità in questi giorni di biblici esodi verso un’Europa non sempre ospitale, sicuramente una metafora dei tempi in cui viviamo.

E’ dagli anni Ottanta che Riccardo racconta le meraviglie dell’andare a piedi, fin da quando con la compagna Cristina attraversava l’Europa da cima a fondo innestando nel racconto una fitta serie di appunti impregnati di sociologia e tenendoci compagnia con le sue appassionanti conversazioni il mattino sulle onde della Rai. Anna Rastello, atleta mezzofondista in gioventù, si è rivelata invece nel 2011 quando, per tener fede a una promessa fatta in occasione di un terribile incidente stradale che rese paralizzata la figlia Marcella, intraprese un lungo cammino alla ricerca di un nuovo sguardo sulla disabilità.

Per leggere un frammento del libro di Carnovalini e Rastello in cui gli autori spiegano cos'è per loro il camminare seguire il link

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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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