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25 febbraio 2016 4 25 /02 /febbraio /2016 07:35
(Angela Gargano alla maratona di Messina 2016 - foto di Maurizio Crispi)
(Angela Gargano alla maratona di Messina 2016 - foto di Maurizio Crispi)
(Angela Gargano alla maratona di Messina 2016 - foto di Maurizio Crispi)

(Angela Gargano alla maratona di Messina 2016 - foto di Maurizio Crispi)

Lo psicologo Matteo Simone - lui stesso ultrarunner -, nel quadro del suo progetto di sistematiche interviste a ultramaratoneti con lo scopo di tracciare i loro profili e di scoprire le loro motivazioni, ha intervistato di recente la pugliese Angela Gargano, super-maratoneta e ultramaratoneta, con un carniere di ben 707 maratone disputate in carriera (le Ultra incluse in questa cifra) ed finisher di numerose ultramaratone estreme, come la famosa "Marathon des Sables", oppure la Nove Colli Running o la Spartathlon.
Angela Gargano, alcuni anni fa, si è guadagnata la registrazione nel Guinness Book of World Records per aver corso ben 100 maratone in un solo anno.

Angela Gargano alza le braccia al cielo, tagliando il traguardo di una delle sue innumerevoli gare(Matteo Simone) Angela Gargano é una donna straordinaria. La si incontra in tante maratone, in tante ultramaratone, nelle gare più impensabili e difficili quali la Nove Colli Running sulla distanza di oltre 200 km, in gare di 24 ore di corsa, nelle 6 giorni podistiche e perfino nelle 10 giorni di corsa: insomma, sinora, la sua è stata una vita di corsa e di corse. Solare ed amichevole sempre con il sorriso e pronta ad aiutarti.

Ti sei sentita campionessa nello sport almeno un giorno della tua vita o sempre un comune sportivo?Ho vinto qualche maratona ed ultra, nel 2002 ho corso 100 maratone in un anno solare ed inscritta nel Guinness World Record, ad Antibes ho stabilito la migliore prestazione femminile italiana della 6 giorni (564,220 km) e ad Atene la migliore prestazione femminile italiana della 10 giorni (826,00 km), ma non mi sono mai sentita una campionessa. Però, una sola volta mi sono sentita tale, e non per aver vinto, semplicemente per aver tagliato il traguardo della Nove Colli (202 km)”.

Come ha contribuito lo sport al tuo benessere e quali sono i fattori che hanno contribuito al tuo benessere o alla tua performance?E’ risaputo che lo sport faccia bene. Quando corro mi sento libera, mi piace allenarmi lungo il mare per respirare ossigeno iodato, conoscere nuova gente e località interessanti. Tutto questo ha contribuito al mio benessere e, conseguentemente, a migliorare la prestazione”.

Più c’è benessere e più c’è performance, è quello che dovrebbe accadere anche nelgi ambienti di lavoro, più il personale sperimenta benessere negli ambienti di lavoro e più è produttivo e performante.

 

Come hai scelto il tuo sport?Non l’ho proprio scelto, mi si è presentato dopo il matrimonio, e l’ho adottato. La domenica, mio marito, dopo che avevamo lavorato insieme tutta la settimana, usciva per una corsetta, mentre io rimanevo in casa a pulirla e a preparare da mangiare. Ciò che ha scatenato la mia voglia di correre è stato il vederlo rientrare sudato, stanco, rilassato e felice. ‘Bene!’, dissi fra di me ‘farò altrettanto, lo seguirò!’”.

Importanti sono i modelli di riferimento, vedere altri che stanno bene facendo sport spinge a provare.

Nella tua disciplina quali difficoltà si incontrano?All’inizio gli allenamenti sono stati duri. Per me che cominciavo da zero e molto impegnata in un lavoro libero-professionale, è stato faticoso. In tutti i modi, dopo due mesi ero già schierata sulla linea di partenza della Roma-Ostia. Ma era la maratona il mio obiettivo primario, che ho realizzato poco dopo. Entrata nel mondo dei maratoneti, mi sono lasciata trascinare dalla loro filosofia di vita. Portata a termine la prima 42 km, le altre e le ultramaratone sono venute come le ciliegie tanto da averne completate 707 a tutt’oggi”.

707 maratone, un numero notevole, trattasi di una super donna.

Quale alimentazione segui prima, durante e dopo una gara?Personalmente, adoro la pasta e i dolci”.

Cosa ti farebbe mollare e cosa ti fa continuare a fare sport?Non ho mai pensato di mollare. Con l’età qualche dolorino comincia a presentarsi, ma io vado avanti e voglio imparare a convivere. Mi hanno insegnato ad ascoltare il mio cuore e la mia mente”.

Chi ha contribuito al tuo benessere nello sport o alla tua performance?Il matrimonio, che mi ha fatto conoscere il mondo della corsa. Solitamente, gestisco io la mia gara, ma in gare particolarmente difficili per una non buona organizzazione o nelle gare di montagna che presentano qualche rischio, mio marito mi è vicino e mi infonde sicurezza e benessere. Se poi voglio migliorare i miei tempi, devo obbligatoriamente fare allenamenti con mio marito; quando esco da sola o con le amiche corro a ritmi turistici.

Qual è stata la gara della tua vita dove hai dato il meglio di te o dove hai sperimentato le emozioni più belle? “In ogni gara mi impegno e cerco di dare sempre il massimo. L’emozione più grande che conservo nel mio cuore e che rivivo ogni volta che ci penso, è quella provata quando ho tagliato il traguardo della Nove Colli. Tutti gli amici romani della Villa De Sanctis mi sono venuti incontro e mi hanno accompagnato fino all’arrivo, dove c’era mio marito che mi ha abbracciato dicendomi: ‘Sei stata fortissima!’”.

La Nove Colli, una gara di 202 km con tantissimo dislivello diventa per Angela una fonte imortantissima di autoefficacia per essere riuscita a portre a termine un impresa e per il riconoscimento ricevuto da parte di tutti. Diventa una risorsa per Angela e va custodita sempre con se.

Qual è una tua esperienza che ti possa dare la sicurezza, la convinzione che ce la puoi fare nello sport o nella vita?La corsa mi ha aiutato a superare tante difficoltà, è riuscita a farmi sentire più forte, più sicura. Nel 1999 ho portato a termine la Marathon de Sables, 224 km in cinque giorni in autosufficienza idrica ed alimentare; pensavo che non sarei stata in grado di arrivare in fondo, e invece ce l’ho fatta. Questa gara mi forgiato il carattere e ha contribuito a rafforzare la fiducia nei miei mezzi”.

Ha saputo costruire la sua autoefficacia Angela, gara su gara, riuscendo ogni volta ad alzare un pochino l’asticella delle difficoltà.

Quali sono le tue capacità, risorse, caratteristiche, qualità che hai dimostrato di possedere? Umiltà, resistenza fisica e mentale, tenacia

Quali i meccanismi psicologici ritieni ti abbiano aiutano nello sport al tuo benessere o alla tua performance?La fatica non esiste. E’ un fatto psicologico. Basta non pensarci, e svanisce. In gara, può essere tanta, ma appena da lontano intravedo lo striscione d’arrivo mi sento fresca come una rosa, e felice taglio il traguardo

E’ quello che emerge dalle interviste a tanti ultramaratoneti, la fatica non esiste, c’è la voglia di misurarsi con se stessi, con gli altri, con le difficoltà, ma la stanchezza e le crisi come vengono così se ne vanno nella maggior parte dei casi.

Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua attività sportiva tesa al benessere o alla performance?A parte mio marito che crede in me e mi stimola, tutti gli altri parenti pensano che io non sia del tutto normale, specialmente quando mi hanno visto correre sotto la pioggia gelida. Sono convinti che io esageri, o per lo meno che mi sottoponga a stress che non danno nessun ritorno benefico, anzi che vada in cerca di guai!".

Ti va di descrivere un episodio curioso o divertente della tua attività sportiva?Correvamo la 100 km di Sicilia da Trapani a Palermo, e come al solito mio marito era molto avanti a me. Lo raggiunsi intorno al 50° km, notando che era claudicante e in evidente difficoltà. Mi aveva aiutato tante volte ed era mio dovere fermarmi per rendermi conto personalmente delle condizioni della caviglia che si teneva tra le mani. Gli chiesi come stesse, e mi rispose di star bene e di non aver bisogno di aiuto. Mi accorsi che mentiva per non farmi preoccupare, ma era la risposta più conveniente per me. Mi ero informata sul suo stato di salute e mi aveva rassicurato, avevo la coscienza a posto! Neppure un attimo per fermarmi, e ripartii come un razzo. L’occasione era troppo ghiotta per me. Per la prima volta nella mia vita potevo giungere prima di lui al traguardo. Fui prima assoluta, e detti un’ora di distacco a mio marito”.

Finalmente Angela ha superato anche il suo Maestro marito, bella soddisfazione anche questa, vincente e performante nello sport e nella vita famigliare.

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel praticare attività fisica?Pensavo di essere timida, e certamente lo sono, ma ho capito che quando c’è da soffrire sono capace di tirar fuori un coraggio che non sapevo di possedere”.

Angela Gargano con Mike Bongiorno, dopo il suo record da GuinnessCome è cambiata la tua vita famigliare, lavorativa nell’aver intrapreso un’attività sportiva costante ed impegnativa?Non ha stravolto le mie abitudini condividendo con mio marito la stessa passione. E’ diventata certamente meno monotona, anzi decisamente più eccitante ed intensa”.

Quali sono o sono state le tue sensazioni pregara, in gara, postgara?Prima della gara, sono sempre un po’ tesa; in gara, la tensione passa e imposto l’andatura in sintonia con le sensazioni che provengono dal mio corpo; tagliato il traguardo, anche ad essere stanca morta, la felicità invade il mio corpo e la mia anima”.

A seguito delle tue esperienze che consiglio ti andrebbe di dare a coloro che si trovano a dover fare scelte importanti nello sport?Non andare mai oltre i propri limiti. Mantenere in gara un comportamento leale e mai barare

C’è stato il rischio di incorrere nel doping nella tua carriera sportiva?Mai!!! Non uso ristori personali, né faccio ricorso ad integratori o a farmaci analgesico-antinfiammatori. Alla 24 ore di Ciserano, sono stata sottoposta all’antidoping, ovviamente con esito negativo”.

Qual è un messaggio che vorresti dare per sconsigliare l’uso del doping e per fare uno sport teso al benessere o alla performance? “Il doping può farti migliorare qualche performance, ma a lungo andare ti distrugge sia psicologicamente che fisicamente, quindi bisogna stare lontani da quelle persone che ti promettono falsi successi”.

Riesci ad immaginare una vita senza lo sport?No! Per me lo sport è vita, però, se un giorno la condizione fisica non dovesse essere ottimale, mi adatterò alla nuova situazione”.

Come hai superato eventuali crisi, sconfitte, infortuni?La crisi, durante una gara lunga, prima o poi arriva. Bisogna camminare per qualche tratto e capire cosa sta succedendo. Di solito, così come è arrivata se ne va. Se poi è dovuta a qualcosa di più grave, bisogna avere il coraggio di fermarsi”.

E’ vero mai dire "non mi fermerò mai", è importante conoscersi bene e capire se è il momento di fermarsi per evitare ulteriori danni al proprio organismo che a volte potrebbero essere significativi ed anche irreparabili.

Ritieni utile la figura dello psicologo dello sport, se si per quali aspetti ed in quali fasi dell’attività sportiva?Non saprei. Per quanto mi riguarda, lo psicologo è dentro me”.

Quale può essere un tuo messaggio rivolto ai ragazzi per avvicinarsi a questo sport fatto di fatica, impegno, sudore, sofferenze? Lo sport fa bene, ti fa sentire più forte, ti dà sicurezza, ti fa pensare positivo. E’ una palestra che ti prepara ad affrontare le difficoltà della vita”.

Quali sono i sogni che hai realizzato e quali quelli da realizzare?Tantissimi sogni ho realizzato. Quando nel 1999 ho corso 27 maratone in un anno, sembrava che avessi fatto qualcosa di eccezionale, tanto che Giuliano Orlando, giornalista di Correre, mi dedicò tre pagine sulla rivista; ero su tantissimi settimanali, Gente, Donna Moderna e tanti altri, parlavano di una donna sempre in corsa, una stakanovista della maratona; fui invitata anche alla trasmissione televisiva La Ruota della Fortuna, condotta da Mike Buongiorno. La corsa mi ha fatto conoscere molte belle persone e mi ha fatto visitare molti luoghi. Ho corso nel deserto, al circolo polare artico, sull’Himalaya, in grandi città e in località sperdute che mai mi sarei sognato di visitare. Ho al mio attivo anche qualche buona performance come ho già riferito. Ma sogno ancora, come prima e più di prima. E’ arida una vita senza sogni. Quello più ricorrente è tagliare il traguardo di Atene-Sparta”.

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25 dicembre 2015 5 25 /12 /dicembre /2015 18:24
Pasteo Runners (Alberto Bressan) intervista il podista Riccardo Uramonti

Torna su Pasteo Runners (divenuto ora "Running... Il Blog di Alberto Bressan Pasteo") la rubrica "L'intervista col... podista" con una serie di appuntamenti che avranno come riferimento il punto di vista di 5 atleti.
Tutti coloro che condividono le pratiche del running hanno iniziato a correre per motivi diversi e hanno arricchito la propria passione con esperienze di vario genere.
La rubrica offerta da Bressan nel suo blog è uno strumento per conoscere più in profondità coloro che condividono la passione per la corsa.
Con l'occasione di rende noto che il blog di Alberto Bressan ha raggiunto proprio in questi giorni la cifra di ben 400.000 visitatori unici e a questi che hanno supportato la sua pagina e l'hanno fatta crescere ha indirizzato quattrocentomila volte grazie.

Nell'intervista che segue è andato a  fare una chiacchierata con Riccardo Uramonti. 

Pasteo: Ciao Riccardo e benvenuto nel mio blog...
Riccardo: Ciao a tutti, mi chiamo Riccardo Uramonti, ho 37 anni e vivo a Ponte della Priula (Tv). Pratico podismo seriamente da circa 10 anni e corro per la scuola di maratona di Vittorio Veneto, prima mi sono dilettato in parecchi altri sport quali basket, nuoto e principalmente calcio, trovando finalmente nella corsa poi la vera passione. Dedico la mia giornata al lavoro, alla famiglia e negli spazi rimanenti ai miei hobby: la cucina e la corsa.

P: In quale occasione ti sei avvicinato al podismo?
R: Voglia o no nella mia vita ho fatto sempre sport basati sulla corsa, poi causa alcuni infortuni gravi ho deciso di mollare definitivamente l’attivita’ sportiva. Star fermo pero’ non faceva per me e vedendomi ingrassare parecchio decisi di uscire per farmi qualche corsetta…e da li non mi sono piu’ fermato.

P: Quale tipologia di gare preferisci?
R: Mi ritengo un podista a 360°, penso che tutti i tipi di allenamenti e gare siano utili ad una preparazione fisica completa. Se devo pero’ far pendere l’ago della bilancia da una parte,sicuramente trail. Che c’e’ di piu’ bello di correre in natura?!

P: C’e’ una manifestazione alla quale sei particolarmente legato?
R: Essendo amante del Cansiglio adoro il Troi dei Cimbri, anche se purtroppo nelle ultime edizioni non ho potuto essere presente causa problemi fisici ma anche per il cambio di data della manifestazione:da settembre si e’ passati a luglio e si sa che fitto sia il calendario gare in questo mese…bisogna fare delle scelte.

P: C’e’ stato un momento in cui avresti voluto smettere?
R: Sinceramente il pensiero di smettere definitivamente non mi ha mai sfiorato,alle volte pero’ ascoltando il mio corpo sento che ho bisogno di un periodo di stop per rigenerarmi e creare nuovi stimoli.

P: C’e’ stata una gara nella quale ti sei trovato a dover soffrire piu’ del necessario?
R: Gare in cui ho sofferto ce ne sono state parecchie, sicuramente pero’ l’Alpagoecomarathon di qualche anno fa e’ stata la peggiore e anche l’unica in cui mi sono ritirato: un caldo asfissiante e vesciche mi hanno fatto demordere..

P: Correre secondo te e’?
R: Correre secondo me e’ voglia di star bene, opportunita’ di stare con se stessi, un modo per creare nuovi stimoli , per conoscere nuovi territori e fare nuove amicizie.

P: Correre migliora la qualita’ della vita e questo e’ assodato. In cosa ha migliorato la tua?
R: In particolare correre mi aiuta ad eliminare tutti gli stress, principalmente mentali, che accumulo durante l’arco della giornata o della settimana , un modo per resettare completamente la negativita’ in eccesso.

P: Fuori piove,fa piuttosto freddo e per di piu’ e’ buio.Che fai divano oppure antivento?
R: Le intemperie non mi spaventano:pioggia, vento, buio e freddo , nessun problema!! Mi attrezzo e via! Anzi devo dire che con il passare del tempo ho cominciato anche ad apprezzare queste situazioni , naturalmente senza toccare l’estremo e sempre in sicurezza!

P: C’e’ qualcosa nel mondo del podismo che vorresti cambiare?
R: Quello che vorrei e’ che il podismo non venga considerato come una "moda", deve essere una passione. Quest’ultima pero’ necessita di sacrificio e preparazione specifica. Spesso mi capita di imbattermi , durante gare lunghe ed impegnative, in persone allo sbaraglio prive di allenamento ed attrezzatura adeguata. Le competizioni trail con notevoli chilometraggi e dislivelli non sono delle passeggiate aperte a tutti, ci si puo’ far male veramente e si puo’ recar danno anche agli altri! Le nostre scelte devono essere in funzione alla nostra preparazione. Mi ‘incazzo’ quando sento “tanto e’ solo questione di testa” , non e’ cosi ragazzi,serve si testa ma anche corpo e muscoli!

P: Quale sara’ la tua prossima sfida?
R: Da gennaio 2016 comincero’ la preparazione per affrontare i 71 km del Gran raid delle Prealpi, una bella sfida visto che sopra i 50 km non sono mai andato. Fino a quel momento ci saranno altre gare ma serviranno principalmente per prepararmi ad arrivare a maggio fino in fondo,ai laghetti blu!

P: Grazie Riccardo sei stato davvero molto gentile oltre che decisamente esaustivo nelle tue risposte. Leggendole si capisce che hai una grande passione per lo sport e per la corsa a piedi. Sono certo che avrai modo di toglierti tante soddisfazioni che contribuiranno a rendere ancora più forte il tuo rapporto con il podismo. Ti ringrazio per la tua dosponibilità e serietà.

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Published by Ultramaratone, maratone e dintorni (Alberto Bressan) - in Pasteo Runners Interviste Atleti
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13 dicembre 2015 7 13 /12 /dicembre /2015 07:22
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)
Michele Graglia, ultrarunner. Da quando ho iniziato non mi sono più fermato (Intervista di Matteo Simone)

(Matteo Simone) Michele Graglia non è uno dei tanti ultramaratoneti che ho intervistato, ma uno dei più resistenti e più resilienti per l’impegno, la determinazione, la passione nel dedicarsi a gare lunghissime e durissime di corsa a piedi. Questa sua dote e passione l’ha scoperta alcuni anni fa imbattendosi con le corse di lunga distanze, e da allora non si è più fermato ma ha trovato le modalità giuste per essere più performante diventando espertissimo e formandosi per quanto riguarda l’importantissimo approccio mentale ed anche formandosi sull’alimentazione giusta.

Ho rivolto a lui alcune domande e le risposte sono interessanti ed utili per coloro che si apprestano a percorrere lunghi chilometraggi ma anche utili sono le risposte per coloro che sono anche esperti di questo modo di praticare sport. Ecco di seguito cosa ci racconta.

Ti puoi definire ultramaratoneta?
“Ho corso la mia prima ultra a Maggio 2011 e, dopo piu di 4 anni di gare corse in paesi e continenti diversi, al momento, mi ritengo Ultramaratoneta”.

Cosa significa per te essere ultramaratoneta?
“Significa avventura, pura! Trovo inoltre che essere Ultramaratoneta sia la migliore rappresentazione di me stesso. Mi ha permesso di scoprire un mondo completamente nuovo, dove i limiti non esistono e di un fascino incontrastato”.

Questa disciplina sportiva è considerata durissima ma chi la pratica lo fa per passione e per scoprire nuove realtà, quasi mondi paralleli, si tratta di avventure, viaggi scoperte.

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta?
“Sotto le feste di Natale 2010 lessi per caso il libro UltraMarathon Man di Dean Karnazes. Lo trovai di grandissima ispirazione e senza cognizione di causa alcuna decisi di voler provare questa pratica. Dopo meno di 6 mesi (Maggio 2011) partecipai alla Keys 100 (160km) dove, dopo allenamenti intensissimi, mi trovai in testa fino al 140 Km. Purtroppo la mia inesperienza (e completa ignoranza in ambito nutrizionale e di idratazione) gioco un ruolo fondamentale quando picchiai a terra svenuto per gravi problemi di iponatrimia. Impiegai più di 2 mesi per riprendermi e poco più di 6 mesi dopo partecipai alla Everglades 50 (miles) dove portai a casa la vittoria, e da quel momento non mi sono più fermato”.

E’ importantissima l’esperienza, si incontra per caso questa disciplina, ci si appassiona, ma è importante avere il massimo rispetto di quello che si sta facendo ed essere disponibili ad imparare dall’esperienza.

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta?
“Semplicemente Avventura ed esplorazione. Non solo di paesaggi selvaggi dove spesso mi trovo a correre ma forse, e soprattutto, esplorazione dei propri limiti e delle proprie capacita. Le Ultra sono un vero e proprio viaggio introspettivo“.

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta?
“Al momento la mia Passione non mi lascia, anzi, e fino a quando avrò il desiderio di spingere ‘oltre’ continuerò questa fantastica avventura. Dopotutto esempi come il grande Olmo mi fanno sperare al meglio, con l’evidente possibilità che nelle corse di lunga distanza si può essere competitivi fino ad oltre 60 anni!”.

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta? “Dopo la brutta esperienza della mia prima gara imparai molto e mi portarono a studiare e imparare molto. Decisi quindi di prendere la qualifica di Running Coach e Nutrizionista Sportivo presso la USA Track&Field per meglio gestire la mia preparazione atletica e nutrizionale. Fino a questo momento non ho avuto infortuni che abbiano messo in pausa, ovviamente qualche infiammazione o problemino qua e la sono normali, ma questo intro e solo per evidenziare che, con i giusti recuperi e la giusta cura per il proprio corpo, gli infortuni possano sempre essere evitati”.

Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta?
“Passione e il Desiderio di spingere sempre oltre”.

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?
“E inevitabile, si attraversano momenti davvero unici, di un’intensità inesplicabile. L’andare ‘oltre’ e la differenza che c’è tra essere un corridore "normale" e un ultrarunner. Quando il corpo non ce la fa più e la mente (e il cuore, inteso come passione - motivazione - ispirazione) che ti permettono di andare Avanti “.

Michele spiega l’importanza non solo del corpo, del fisico, dei muscoli ma anche l’importanza del cuore, della passione, degli aspetti mentali che ti aiutano a superare le crisi che spesso sono momentanee.

Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme?
“Parte tutto dall’ispirazione ma credo sia principalmente dedizione, e trovare la giusta motivazione. Quando (inevitabilmente) le energie vanno via e ogni muscolo nel corpo urla di dolore e tutta questione di trovare la giusta motivazione per continuare a spingere”.

Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?
La UltraMilano-Sanremo 2014 e stata sicuramente una delle gare più dure, principalmente per la sua distanza. Ben 285 km, e come ‘prima volta’, è stata davvero un viaggio straordinario. A livello psicologico principalmente. Anche la Leadville in Colorado, corsa tutta tra I 3.000 e I 4.000 metri, e sicuramente nella top3!”.

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine?
“Credo che il dire ‘non potere’ sia l’unica cosa che ci possa fermare dal raggiungere gli obiettivi fissati. C’è un detto qui negli States che dice: ‘He who says he can and he who says he can’t, are both perfectly right.’ Quindi, rispondendo alla tua domanda, no. Non credo esista gara o avventura che potrei ‘non’ terminare“.

C’è una gara estremi che non faresti mai?
"La Yukon Arctic (CANADA) e la Badwater (USA) sono considerate le due gare più estreme al mondo. La prima considerata brutale per essere la più fredda, con temperature intorno ai -40 gradi. La seconda considerate massacrante per essere la più calda, correndo attraverso la Death Valley con temperature intorno ai 50 gradi. Quest’anno (2016) ho intenzione di partecipare ad entrambe. Quindi direi no, e la pura sfida (la famosa Challenge) che dà forza alla mia passione. Quindi più grande e la sfida, più forte e il desiderio di intraprenderla”.

Più dura è la lotta più grande è la gloria, questo sembra essere il motto di Michele, per lui ‘potere’ o ‘non potere’ ha lo stesso valore, tanto lui può sempre, non esiste troppo caldo o troppo freddo, per Michele non esiste la Fatica, non esiste la Paura, lui ci va a nozze con questo tipo di gare o avventure considerate estreme, durissime, lunghissime.

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici?
“E il senso di Esplorazione che ci porta a connettersi con se stessi. A scoprire se stessi. A migliorare e a crescere. Sempre. Senza questa ricerca di evoluzione si stagna. La nostro mondo non ha più continenti da attraversare, o valli da esplorare, o paesi da conquistare. Esistono solo limiti da abbattere. E credo questa sia la vera esplorazione della nostra generazione, rivolta verso I nostri limiti, intesi come limiti umani. Lo trovo estremamente affascinante”
.

“Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua partecipazione a gare estreme?
“La mia famiglia mi supporta molto e questo e importante per me. Anche se credo sia normale che le preoccupazioni della mamma siano sempre piuttosto evidenti. Per questo motivo preferisco sempre non ‘vederli’ durante queste prove estreme. Si attraversano momenti molto difficili e l’esperienza vissuta dalla parte di un genitore non e mai piacevole”
.

Che significa per te partecipare ad una gara estrema? “Mettersi alla prova. La competizione non e mai contro gli avversari ma contro se stessi”.

Ti va di raccontare un aneddoto?
“Durante una 100 miglia nello stato di New York mancavano circa 30 km alla fine ed era tutto il giorno che correvamo sotto una pioggia incessante. Il buio della notte aveva reso le valli della Virgil Crest di un buio pesto e il freddo cominciava a farsi sentire. Solo le nostre luci frontali aprivano un tunnel di luce tra la fitta boscaglia. Ad un certo punto comincio a sentire passi dietro di me, anche se voltandomi non cerano altri corridori in vista. La cosa va Avanti per diversi minuti fino a quando comincio ad essere turbato. D’improvviso vedo delle figure al mio fianco e distinto tiro un urlo di terrore a pieni polmoni. Un mix di fatica, freddo e poca lucidità mentale avevano trasformato le ombre create dai rami e dalla mia luce frontale in un ‘branco di lupi’ che mi inseguiva. Parto cosi a tutta velocita nella direzione da cui ero venuto, in cerca di aiuto. Dopo pochi minuti realizzai che erano solo Allucinazioni!! Scoprii poi che le allucinazioni sono una parte quasi "normale" del nostro sport”.

Anche Michele come tanti altri ultrarunner o ultraciclyng racconta aneddoti relativi ad allucinazioni, succede che la stanchezza, la fatica faccia brutti scherzi, ma poi sorridi, ci ridi sopra e continui più determinato più prima e più convinto nel raggiungere il tuo obiettivo che sia di terminare la gara, il viaggio, l’avventura, l’impresa oppure di fare il tuo miglior risultato.

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta?
“La pratica delle ultramaratone porta alla scoperta di se stessi ma soprattutto alla formazione del proprio carattere e alla crescita personale. Il desiderio e la passione possono portare lontano e quello che ho imparato e che i limiti sono solo quelli che poniamo a noi stessi. Realmente, non esistono limiti a quello che il corpo umano può raggiungere con la giusta preparazione e motivazione”.

Come è cambiata la tua vita famigliare, lavorativa?
“Chiaramente una pratica sportiva simile richiede moltissime ore dedicate alla preparazione sia fisica che mentale. Questo rende le relazioni personali alquanto difficili. Per fortuna mia moglie supporta questa mia passione e riesco a gestire la nostra vita sentimentale anche se con qualche difficoltà a volta. Dall'altra parte, invece, la mia vita sociale e diventata pari a zero”.

Se potessi tornare indietro cosa faresti? O non faresti?
“Da un certo punto di vista adoro il mio percorso, con I suoi tentativi ed errori, prima di trovare la strada giusta. Chiaramente se potessi tornare indietro, all'inizio, prenderei un Coach con esperienza per evitare certe ‘facciate’”.

Usi farmaci, integratori? Per quale motivo?
“No assolutamente no Farmaci, nemmeno anti-infiammatori. Come supplementi, duranti I carichi e gare, prendo solo amino acidi ramificati per recuperare più velocemente. Ho pero cambiato sensibilmente la mia nutrizione eliminando completamente glutine, quindi pasta, pane e altri carboidrati semplici ma incrementando notevolmente l’assunzione di vegetali e frutta. Questo favorisce l’assunzione di tutte le vitamine ed enzimi necessari”
.

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali?
“Solitamente faccio una visita sportiva e una cardiologica ogni anno, per assicurarmi che tutto sia a posto”.

Qualcuno ti ha consigliato di ridurre la tua attività sportiva?
“Si, probabilmente più volte di quelle che posso ricordare. Anche se a dire la verità prendo i consigli dei ‘dottori’ con le pinze... trovo che molte opinioni manchino di cognizione in questo ambito. Basti pensare che fino agli anni 80 alle donne era proibito partecipare alle Maratone perché considerate ‘letali’ e perché si pensava che avrebbero causato danni permanenti alle ovaie. Questo spiega il mio approccio e il perché considero che anche la pratica medica abbia bisogno di una evoluzione”.

Hai un sogno nel cassetto?
“1000 sogni e un mondo intero da esplorare! Il mio più grande sogno e attraversare tutti i grandi deserti del pianeta. Un grande sogno nel cassetto che spero di poter realizzare nel future prossimo!".

 

 

Matteo SIMONE
380-4337230 
21163@tiscali.it
www.psicologiadellosport.net

 

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Published by Ultramaratone, maratone e dintorni (Simone Matteo) - in Interviste Atleti
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9 novembre 2015 1 09 /11 /novembre /2015 06:24
Psiche&Sport ha intervistato Giorgio Calcaterra: grande corsa, agonismo di prima qualità, ma sempre con brio

Psiche&Sport, il blog sportivo fondato da Stefano Ruzza e da Cesare Picco è andato ad intervistare Giorgio Calcaterra, campionissimo di corsa sulle lunghe distanze, tre volte campione del mondo 100 km su strada, vincitore per dieci volte consecutive della celebre 100 km del Passatore, ma anche per l'impresa di aver corso nel 2000 16 maratone sotto le ore 2h20, prima di votarsi all'Ultramaratona.
Non a caso, da molti è stato denominato affettuosamente "Re Giorgio".
Giorgio Calcaterra è una persona affabile alla mano, alle volte sembrerebbe un po' schivo ed introverso, poco disponibile al dialogo, ma è uno che comunica con gli occhi e che osserva.
Tanti si chiedono cosa egli pensi quando corre un'altramaratona, cosa senta: questa intervista dà alcune risposte a tali interrogativi, oltre a fornire alcuni inediti scorci sulla sua formazione alla corsa e sulla funzione del padre di Re Giorgio, come maestro ed ispiratore.
L'intervista è stata pubblicata nel sito originario il 2 novembre scorso.

Giorgio Calcaterra al Campionato del Mondo IAU 100 km a Winschoten, Olanda, 2011 (Foto di Maurizio Crispi)
Giorgio Calcaterra al Campionato del Mondo IAU 100 km a Winschoten, Olanda, 2011 (Foto di Maurizio Crispi)
Giorgio Calcaterra al Campionato del Mondo IAU 100 km a Winschoten, Olanda, 2011 (Foto di Maurizio Crispi)
Giorgio Calcaterra al Campionato del Mondo IAU 100 km a Winschoten, Olanda, 2011 (Foto di Maurizio Crispi)

Giorgio Calcaterra al Campionato del Mondo IAU 100 km a Winschoten, Olanda, 2011 (Foto di Maurizio Crispi)

Una delle doti che ti ha reso famoso è senza dubbio la resistenza. Ripensando alla tua vita, fin da quando eri bambino, c’è stato un momento o un’esperienza in cui ti sei accorto che eri portato per “la resistenza” e che la sensazione di superare la fatica ti poteva piacere?

Devo risponderti di no, il mio percorso è stato molto graduale. E' vivo in me il ricordo di quando avevo 18/19 anni e di come sia stato per me estremamente complicato superare le due ore di corsa. Vedevo le 2 ore di corsa come una distanza molto lunga.

Non mi sono mai ritenuto particolarmente resistente e non c'è stato un momento specifico in cui mi sono accorto di esserlo. Ho sempre corso tanto, perchè mi piaceva e perchè provavo piacere nel partecipare alle gare. Questo mi permetteva inoltre di passare del tempo con mio padre e di conoscere nuovi posti.

Facevo soltanto ciò che mi indicava il mio istinto e devo ammettere di non aver mai pensato di essere particolarmente resistente.

 

Posso chiederti come è avvenuto il passaggio da correre 2 ore a correre molte più ore?

E' stato tutto molto graduale! All'inizio correvo 2 ore, poi passando alle maratone le 2 ore e 30/2 ore e 40 le correvo tranquillamente. Il passo successivo è stato prendere parte a maratone quasi tutte le settimane. Mi invitavano, mi divertivo ed è stato per me quasi naturale. Un giorno poi mi proposero una 50 km, io pensai che 50 km non sono poi così lontani dai 42, solo 8 in più! Prima provai quindi a correre 50 km e poi passai a 78. Certo 78 sono molti più di 50, ma ne ero intrigato!

Infine arrivai a correre la 100 km del Passatore. Tutti me ne parlavano e quindi decisi di provarla. Volevo provare qualcosa di diverso e avevo il desiderio di sfidarmi. Fu tutto molto graduale! Quando mi ritrovai a prendere parte a molte gare, tutti mi rimandarono la resistenza come un mio punto forte.

 

Sei solito raccontare, scrivendo, le corse a cui prendi parte. Secondo te, il narrare un'esperienza sportiva vissuta può fare crescere un atleta? Se si in che modo?

Sai le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere sono diverse dal ricercare aspetti prestativi, perciò mi riesce difficile risponderti.

Pensando però alle motivazioni, la prima che mi ha spinto a scrivere è stato il desiderio di tenere una sorta di diario, come quelli che si tengono nel cassetto. Il tempo può cancellare i ricordi e ho pensato a questo come un modo per farli rimanere maggiormente impressi.

Un'altra motivazione è stata il desiderio di archiviare le mie gare, continuando quanto iniziò mio padre, come raccogliendone il testimone. A 10 anni, quando ho iniziato a correre, mio padre mi fece un album delle gare. A dire il vero, ne fece più di uno tante furono le gare a cui partecipai! Scriveva la data, il tempo, la posizione e vi allegava la foto.

Mio padre mi insegnò a dare la dovuta importanza ai ricordi! Noi cambiamo, le cose un po' si dimenticano, ma attraverso le foto abbiamo la possibilità di vedere, come diceva lui, di scoprire come eravamo 10 o 20 anni prima. Il mio album è la continuazione di quello creato da mio papà, solamente in formato elettronico.

Un altro aspetto che mi ha spinto a scrivere è l'interesse manifestatomi, da alcune persone, nel poter leggere delle mie gare e delle mie sensazioni. Non ho fini pubblicitari, ma ho il piacere di condividere i miei pensieri con chi ha interesse nel leggerli. Il sito, inoltre, mi è stato regalato e credo che prendermene cura sia un modo per ringraziare chi mi ha fatto questo dono.

Anche se rileggere delle tue gare può aiutarti a scorgere dei possibili errori, le motivazioni che mi spingono a scrivere non sono connesse alla speranza di migliorare come atleta. Credo infatti che quanto faccio sia un modo per raccogliere il testimone passatomi da mio papà, condividendo le mie sensazioni con le persone che hanno piacere di leggerle.

 

Per leggere tutta l'intervista segui il link

Di seguito una fulminea scheda su Giorgio Calcaterra, per chi affacciandosi appena adesso al mondo delle corsa su strada ancora non dovesse conoscerlo.

Giorgio Calcaterra è un runner italiano.

3 volte campione del mondo nella 100 km di ultra-maratona nel 2008-2011-2012.

Laureatosi 10 volte vincitore nella prestigiosa 100 km del passatore.

Giorgio Calacaterra è conosciuto soprattutto per le sue doti di resistenza e di recupero. Nel 2000 stabilisce il record mondiale, correndo 16 maratone sotto le 2 ore e 20.

 

Chi siamo? Una sera, davanti a una birra, uno psicologo-psicoterapeuta con un debole per il ciclismo e un ultratrailer con la passione per la musica e l'arte narratoria, hanno pensato che lo sport non è solo fatto di gesti, ma soprattutto di sportivi con storie e mondi da raccontare.
Accompagnati da canzoni che scandiscono il nostro passo conosceremo i protagonisti dello sport e ci avvicineremo ai loro pensieri con la discrezione propria di chi fa una scoperta.
Per chi fosse interessato a sapere qualcosa di noi o fosse solo curioso....
CESARE PICCO: psicologo e psicoterapeuta ad indirizzo Analitico Transazionale, si occupa principalmente di formazione oltre a svolgere privatamente attività clinica.
Da sempre appassionato di sport, negli ultimi anni si è "ammalato" di ciclismo che pratica a livello amatoriale per meditare, per ridurre lo stress, per scoprire nuovi territori, per stare in gruppo e anche per dare una valvola di sfogo al suo bisogno di competizione.
STEFANO RUZZA: da sempre appassionato di musica, letteratura e sport, dopo aver praticato calcio in età giovanile, si rivolge alla corsa. Nell'ultratrail e nelle lunghe distanze trova una dimensione vicina al suo modo di concepire la vita, l'arte e una buona filosofia sportiva.
Atleta competitivo a livello nazionale, riesce a dare battaglia anche in alcune competizioni internazionali.
Impegnato a livello professionale e sociale come soccorritore per il 118 presso la Croce Rossa di Gallarate.
Oltre a Cesare e Stefano, molte altre persone hanno contribuito con idee, pareri e suggerimenti alla creazione di Psiche&Sport. Alcuni di loro avranno occasione di collaborare come autori, curando rubriche personali o contenuti specifici. Di volta in volta li presenteremo, così da farvi scoprire qualcosa anche di loro.

Chi siamo? (Psiche&Sport)

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6 novembre 2015 5 06 /11 /novembre /2015 05:00
Foto di Diego Mazzarese.

Foto di Diego Mazzarese.

Ci sono volti e nomi noti nel panorama del running cosi come nelle ultramaratone e nell'ultratrail, volti e nomi da leggenda che hanno contribuito alla crescita dell'Ultra in Italia: basti citare Giorgio Calcaterra pluri premiato campione del mondo 100 km, e dieci volte consecutive vincitore della 100 km del Passatore, oppure un Lucio Bazzana o - nel trail, un Marco Olmo; e poi ci sono volti e nomi semi-sconosciuti che aspirano a correre determinate gare di ultra, allenandosi con sacrificio e dedizione. Alcuni non diventeranno leggende, altri invece potrebbero averne la potenzialità e questo avremo modo di scoprirlo in un futuro prosssimo o lontano, quando nel perseguimento del loro sogno vorranno cimentarsi nell'impresa di un'ultramaratona.
Molti, dopo il battesimo del fuoco, proseguiranno le loro esperienze di Ultra, altri si fermeranno lì e metteranno punto, ritornando alla partecipazione agare di lunghezza più rassicurante e - a loro parerew - più pedalabile.
In ogni caso, tutti, contribuiscono a diffondere il Verbo (e il Virus) dell'Ultramaratona, allungando le fila del popolo delle ultra e facendo grande questa disciplina. Uno di essi, Mariano Colletta, è stato intervistato da Stefano Severoni, assiduo collaboratore del sito web della IUTA.
Per molti che intendono fare il grande passo che li porti nell'universo delle Ultra è partecipare alla 100 km del Passatore, che - per gli taliani sta alle Ultra come la Maratona di New York sta alle Maratone: da molti considerata infatti l'Ultra di eccellenza per il proprio esordio (ed anche la più conosciuta attraverso foto e racconti divulgati nella rete).
E, quindi, si sogna il Passatore, come si sogna la Maratona nella Grande Mela.
L'intervista è suddivisa in tre parti: Atletica ed esordio nello sport, Nutrizione e Salute, Sport

Quando hai cominciato a praticare l’atletica leggera? Circa 6 anni fa.

Quali motivazioni ti hanno spinto a iniziare? Passione per lo sport.

Preferisci allenarti in compagnia o da solo? In compagnia.

Cosa pensi quando corri? Mi rilasso e mi concentro: dipende dalle gare.

L’allenamento che preferisci e perché. I lunghi.

Com’è il tuo allenamento? 3 giorni lenti, 2 veloci e 1 gara

Quante volti ti alleni a settimana? 6 giorni.

Quanti chilometri percorri a settimana? Da 70 in poi.

Quante gare fai ogni anno? Oltre 40.

Hai un diario in cui annotare programmi, allenamenti, gare, test? No.

Il successo che più ti ha gratificato. La Maratona di San Valentino a Terni.

Quante e quali scarpe possiedi per allenamento e gare? ASCS Nimbus e Brooks Glycerin.



Come ti alimenti abitualmente? Colazione: latte e biscotti. Pranzo: verdura e frutta. Merenda: barretta energetica. Cena: pasto completo.

Assumi integratori alimentari? Si.

Sai distinguere la vera fame dalla falsa fame? Non so.

In caso di problemi fisici a chi/che cosa ricorri? Se di poco conto, li risolvo da solo. Se più importanti, mi rivolgo a uno specialista.

Ti fai massaggiare abitualmente o solo in caso di infortuni? Solo in caso di infortuni, ma vorrei farlo abitualmente.

Sai gestire l’ansia pregara? Si.

Ti sei mai sottoposto a un esame baropodometrico? A una valutazione posturale? No al primo, si alla valutazione posturale.

Hai mai effettuato test di valutazione? Quali e con che frequenza? No.



Leggi libri e riviste di atletica leggera? Quali? No.

Segui trasmissioni televisive su questo sport? Alcune

Quale sito frequenti maggiormente? www.maratoneta.it.

Nella tua società sportiva ci sono atleti con disabilità? Non ritieni che il settore disabilitàandrebbe maggiormente preso in considerazione anche nell’atletica leggera? Non so.

Lo sportivo che preferisci? Cristiano Ronaldo.

«L’importante non è vincere, ma partecipare con il massimo impegno e al limite delle proprie possibilità» (De Coubertin). Sei d’accordo? Si, sono d’accordo.

I tuoi obiettivi sportivi. Il Passatore.

Stefano Severoni

Personal best di Mariano Colletta

 

10 km: 39’07 (2013)

21,097 km: 1h28’54” (2015)

42,195 km: 3h28’21” (2015)

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23 settembre 2015 3 23 /09 /settembre /2015 01:23
Psche&Sport intervista Katia Figini, ultramaratoneta dei deserti e vessillifera di cause solidali: "Fallisce solo chi smette di sognare"

Katia Figini è una ultramaratoneta esperta nelle corse nei deserti.

Nel suo palmares sono presenti numerose competizioni internazionali tenutesi nel deserto della Namibia, dell'Oman, del Mali, del Sahara, della Giordania e della Bolivia.

Katia Figini, oltre ad essere una sportiva vincente, è anche attiva in prima persona per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne. Nel 2010 e nel 2011 è diventata testimonial del progetto Run for Women diventando la prima donna in assoluto a percorrere 5 deserti in 5 continenti in un solo anno.

Attualmente Katia Figini è anche un coach sportivo e cura la preparazione per podisti a tutti i livelli e per runner che desiderano partecipare a gare nei deserti.

 

Niccolò Fabi, un cantautore italiano, canta “la solitudine è amara beatitudine, per me. E' necessaria come un vizio e la coltivo un po' per sfizio”. Per te, Katia, cos'è la solitudine? Che rapporto hai con lei e che valore ha all'interno della tua vita quotidiana?

 

Io ho sempre pensato di soffrire, di patire, l'idea di rimanere sola, ma in realtà spesso e volentieri sono sola nella mia vita.

Trasferendomi da Milano ad un paesino su un cucuzzolo di una collina di poco più di 300 abitanti, mi sono accorta che molto del mio tempo lo passo da sola e non mi pesa. A volte chiaramente ho il desiderio e il piacere di condividere del tempo e delle esperienze con gli altri, ma anche lo stare da sola lo trovo piacevole.

Sicuramente con il tempo ho imparato che a volte le persone riempiono il tempo per non stare da sole, ma queste cose hanno poca qualità. Quindi ho imparato a preferire di condividere il mio tempo con persone care, che posso anche darmi un ritorno esperienziale e valoriale. Se non c'è invece uno scambio arricchente credo sia meglio anche stare soli.

 

Credi la solitudine possa darti qualcosa che la folla e il gruppo non possano darti?

 

La solitudine ti permette di approfondire dei pensieri di natura introspettiva che con altri non potresti sviluppare. Non rapportandoti con altri credo sia più facile entrare nella propria sfera personale.

Chiaramente anche lo stare troppo soli non credo faccia bene. Ovviamente mi alleno anche con amici che condividono la mia passione. Entrambe le dimensioni se portate all'estremo credo siano dannose, è bene anche qui trovare un equilibrio.

 

Pensando alle tue gare, credo che una tua dote sia la resistenza. Ripensando alla tua vita, fin da quando eri bambina, c’è stato un momento o un’esperienza in cui ti sei accorta che eri portata per “la resistenza” e che la sensazione di superare la fatica ti poteva piacere?

 

La prima cosa che mi è venuta in mente è che la prima volta che ho dovuto dimostrare a me stessa la mia resistenza è quando a sei anni stavo rischiando di annegare. Ho chiamato aiuto per moltissimo tempo

Ero andata al largo con alcuni amici un po' più grandi di me e mi sono trovata in un mulinello che mi trascinava sotto. In quel momento mi trovavo sola, i miei amici non mi sentivano, e c'era questa forza che mi trascinava giù e ho capito che non dovevo mollare.

Mi ricordo che tenevo in mano con forza una maschera che tanto avevo desiderato e che mi era stata regalata dai miei genitori, perchè non volevo lasciarla. Non so con precisione quanto tempo ho chiesto aiuto, ma può essere passata mezz'ora, e mi sono resa conto che non potevo mollare.

Questo è stato il primo approccio, ma devo confidarti che sono sempre stata una persona che “non mollava” facilmente. Anche crescendo con un gruppo di amici maschi con cui facevamo cose un po' “estreme”, come pedalare per 40 km in bici tra i parchi, per stare dietro a loro che erano “più forti” di me, io non potevo mollare.

 

Trovavi piacevole queste attività di resistenza?

 

Nell'infanzia non ti domandi se provi piacere o meno. Ti trovi in una data attività, la fai. Chiaramente essendo in compagnia c'era anche un aspetto di piacere.

Se penso alla vita attuale il superare una fatica porta soddisfazione, perchè riuscire a fare qualcosa che in un dato momento era fatico, ma sei riuscito a superarlo penso sia gratificante per chiunque.

 

Durante le tue ore di corsa esistono dei pensieri a cui ricorri attivamente per far fronte ai momenti di difficoltà? Ti posso chiedere quali sono?

 

Io lavoro con un mental coach (Luca Taverna). Di mio avevo innate degli approcci di pensiero che normalmente si trattano con un mental coach, ma il lavoro con lui mi ha permesso di sistematizzarle e di farle diventare un metodo.

Un trucco per superare un momento di difficoltà è pensare all'arrivo, al podio, al traguardo, alle persone che si complimentano con te. Anche pensare ad assaporare una vittoria. Chiaramente ciò non significa darla per scontata, perchè questo ti porterebbe a dormire sugli allori. Questo ti motiva ad arrivare, perchè è come il pensiero di un bambino che sa che alla fine c'è la torta. Questo entusiasmo ti porta a vedere la fatica come ad un prezzo da pagare per ottenere un grande regalo.

Un'altra possibile strategia da utilizzare quando sta arrivando una crisi è fare ironia e sdrammatizzare. Nel mio caso, quando sono nel deserto mi dico che se sono li è perchè l'ho deciso io, ho pagato per esserci, mi sono allenata duramente e ora ho la possibilità di vedere dei posti stupendi. Razionalizzo la situazione per evitare di vederla in modo drammatico.

 

Credi che l'essere donna, una sportiva donna, possa caratterizzare la tua pratica atletica dal punto di vista mentale? Aspetti del tuo essere donna possono avvantaggiarti in allenamento e/o in gara?

 

Nelle gare a tappe le donne nelle prime fasi sono in posizioni di rincalzo, ma mano a mano che si susseguono le tappe una donna riesce ad avvicinarsi maggiormente ai primi o comunque riesce a guadagnare più posizioni se rapportata ad un uomo. Credo che l'essere maggiormente strateghe ci aiuti sotto questo aspetto. L'essere più debole a livello biologico, avendo muscoli più piccoli ci porta ad essere più strateghe e meno prepotenti nello “spingere”, ci porta, forse, ad avere una marcia in più sotto l'aspetto mentale.

Anche pensando alla maternità e ai nove mesi di gestazione, credo renda chiaro come una donna abbia una grande resistenza innata.

Chiaramente poi più che l'essere donna credo sia il carattere di una persona quello che ti avvantaggia in allenamento o in gara. Anche se una donna può avere dei vantaggi dal punto di vista mentale, ci sono donne stupide come donne intelligenti. Uomini stupidi come anche uomini intelligenti.

 

So che ti sei impegnata in prima persona per contrastare il fenomeno della violenza contro le donne e per sostenere l'emancipazione femminile. Parlando di corsa e di sport in genere, in che modo secondo te queste attività possono sviluppare e rinforzare il carattere della “donna moderna occidentale”?

 

Completerei anche con“uomo moderno occidentale”, perchè quando c'è benessere si tende un po' ad essere molli.

Tornando alla domanda, innanzitutto lo sport cambia la vita, perchè non ci sono scorciatoie e capisci che se vuoi riuscire, indipendentemente da quale sia il tuo obiettivo, ti devi “fare il mazzo”. Questo è già un buon campo per imparare molte cose.

Un altro elemento di insegnamento dello sport è che “nessuno ti regala niente” e soprattutto nel mio sport, quando corri per una settimana ti porti tutto ciò che ti serve sulle spalle e questo ti permette di comprendere quali sono le cose importanti nella vita, ciò di cui hai bisogno. Quando ritorni al mondo “occidentale” capisci quanto tu sia fortunato e impari a valorizzare ciò che già hai senza desiderare necessariamente tante altre cose.

Il fatto di sedersi ad una sedia e mangiare ad un tavolo è un valore aggiunto della vita, perchè se mangi per terra una settimana dopo aver corso ed essere stanco ti rendi conto di quanto sia scomodo. Possono sembrare una banalità un tavolo e una sedia, ma se impari a godere di queste cose, sei felice tutti i giorni.

Anche il lavandino dell'acqua! Se tu passi dai 35 ai 48 gradi, come mi è capitato nel deserto dell'Oman, dove ogni microgoccia dell'acqua è importante a casa tua, dove sei seduta vicino a una fonte di acqua quasi inesauribile, dici “questa è la fortuna più grande del mondo!”.

Credo che anche la donna orientale o africana, se dovesse venire qua, perderebbe la sua forza, perchè anche noi eravamo così prima.

 

Partecipi a stage di corsa e prepari atleti per corse nel deserto. Quanto conta l'aspetto mentale in questa attività?

 

Inizialmente ho pensato al 50%, almeno al 50%. Poi riflettendo ho capito che la percentuale sale all'aumentare dei km. Credo si potrebbe quasi fare un grafico.

A me è capitato anche di avere delle crisi correndo 5 km “tirati” e “impiccati”, però psicologicamente potevo dire a me stessa “manca poco” e che è questione di minuti. Se devi fare 100 km e dopo un passo ti rendi conto te ne mancano ancora 99,9 psicologicamente diventa distruttivo.

Più tempo devi stare sulle gambe e più hai bisogno di testa. Il prof. Arcelli diceva che ci può essere un grande atleta a livello fisico, ma se questo atleta non ha una mente che funziona bene non potrà fare una maratona da atleta con la A maiuscola. Io sono completamente in accordo con il prof. Arcelli [continua]

 

Per leggere tutta l'intervista, segui il link

 

 

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21 settembre 2015 1 21 /09 /settembre /2015 06:41

(Pasteo Runners - Alberto Bressan) Torna nel blog di Alberto Bressan (Pasteo Runners) la rubrica  "L'intervista col...podista" in un'edizione speciale tutta dedicata a Virginio Trentin che, poche settimane fa, é diventato Campione del mondo Master di categoria nella maratona.

E' con grande orgoglio che Alberto Bressan presenta ai suoi seguaci questa intervista - molto semplice e decisamente genuina, più che altro una conversazione tra amici - che farà conoscere meglio una delle icone del running trevigiano, un podista Master DOC, fortissimo ed un uomo unico.

Ed ecco, il professoreTrentin.

Pasteo: Ciao Virginio e benvenuto nel mio blog.
Virginio: Ciao mitico Pasteo, sono Virginio Trentin e vivo in quel di Treviso, mi guadagno da vivere insegnando (meglio: tentando di insegnare) Fisica all'istituto Max Planck. Il mio hobby preferito e' correre, soprattutto su lunghe distanze.
P: Quando hai iniziato a correre e qual' é stato il motivo che ti ha avvicinato al podismo?
V: Una quindicina di anni fa quando per caso, da degli esami medici, mi trovarono una preoccupante iperglicemia con livelli di colesterolo e trigliceridi fuori norma. I medici mi prescrissero una pastiglia al giorno per ogni malanno. "Per quanto tempo?" chiesi io. "Per tutta la vita" fu la risposta che mi fece rizzare quei quattro capelli che mi erano rimasti.
P: Qual'é stato il beneficio maggiore che la corsa di ha fatto ottenere?
V: Dopo sei mesi di corsa e un calo di 10 kg i miei valori sono tornati nella norma senza neppure una pastiglia. Mi sarebbe venuta l'idea di fare il gesto dell'ombrello a quelli che non ci credevano.
P: C' é qualcosa nel mondo del running che vorresti cambiare?
V:Il fatto che nelle gare Fidal, noi Master siamo considerati polli da spennare, senza avere granche' in cambio. Dovrebbero imparare molto dalle altre corse, quelle chiamate a torto "non competitive". Non finiro' mai di essere riconoscente a quelle centinaia di volontari che vi lavorano e che permettono a noi podisti di parteciparvi.
P: Cosa ti é passato per la testa dopo aver capito che avevi vinto l' oro nel mondiale di maratona MASTER?
V: Di essere il primo della categoria l'avevo saputo dopo 10,5 km, alla fine del primo giro, perche' si poteva leggere sul tabellone elettronico. Quando sono entrato nello stadio dopo 4 giri e ho visto il gonfiabile dell'arrivo a 200 m ho pensato: spero che ci sia la frutta :)) Mi e' mancata l'anguria!
P: C'é stato un momento, lungo la tua carriera podistica, nel quale avresti voluto smettere?
V: Mai, anzi mi e' aumentata la voglia di correre!
P: Qual'é il prossimo obbiettivo?
V: Correre. Correre e divertirsi. Se intendi a quali gare partecipero' posso dire che decido di volta in volta. Di sicuro c'e' la maratona di Porto S. Giorgio il 20 settembre e quella di Venezia (appuntamento fisso della mia vita) e poi qualche altra.
P: Hai qualche consiglio per chi si sta avvicinando al podismo e alla maratona?
V: Uno solo: correte per divertirvi e stare bene. Se vi costa troppa fatica correre, camminate. Dopo un po' di tempo vi verra' naturale correre. Sono daccordo con il mio amico Cesconetto: io non mi alleno, corro!
P: Quando ti prepari per una maratona segui delle tabelle oppure ti sei fatto una preparazione personalmente grazie alla tua esperienza?
V: Sono parecchi anni che non faccio tabelle e non mi alleno in pista. Faccio solo lunghi e lunghissimi durante la settimana a ritmi lenti e la domenica approfitto delle gare per fare qualita'.
P: Descrivi in poche parole cosa significa correre per te...
V: Correre mi permette di scaricare il cervello, ascoltare musica e poter seguire liberamente i pensieri che ti passano per la mente. Cosa che non ti puoi permettere nel resto del tempo, perche' sei occupato a pensare a quello che devi fare.
P: C'é una gara alla quale sei particolarmente legato?
V: La prossima che faro' :)) Ciao mio caro Pasteo, ci si vede nei campi di gara
P: Ci si vedrà di certo in qualche gara in giro per il trevigiano caro Virginio e intanto a nome di tutti gli appassionati di questo spondido sport ti faccio i complimenti sia per le tue prestazioni, per il tuo enorme risultato al mondiale di maratona ma soprattutto per la persone che sei, umile, gentile e dall'infinita cultura. Sono certo che le tue parole saranno condivise da tantissime persone. Grazie della tua disponibilità.

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13 settembre 2015 7 13 /09 /settembre /2015 06:41
(Foto di Emanuela Pagan)
(Foto di Emanuela Pagan)

(Foto di Emanuela Pagan)

Ultramaratone Maratone e Dintorni ha seguito passo dopo passo il Cammino verso Santiago di Emanuela Pagan, pubblicando le cronache giornaliere del suo progredire.
Alla fine del Cammino e dopo il suo rientro in italia, la abbiamo intervistata per raccogliere in qualche modo il senso della sua esperienza e per attuare un confronto tra le nostre riflessioni (quelle scaturenti dalla lettura delle cronache giornaliere) e le sue riflessioni.
Ecco, quindi di seguito l'intervista a Emaniela Pagan, anche se molte cose relative all'esperienza del Cammino rimangono ineffabili ed inspiegabili, nel senso che ciascuno può sì raccontare la sua esperienza, che - tuttavia - rimane soltanto la sua esperienza.
Per capire veramente il Cammino e poter costruire su di esso una propria verità e una propria personale architettura di pensieri ed emozioni, c'è solo un modo: farlo e sperimentarsi in prima persona.

Il cammino laico: è possibile? Ci si può accostare all'esperienza del Cammino in assenza di una motivazione religiosa?

Il cammino può essere compiuto anche senza una motivazione religiosa. Lo si può vedere come impresa sportiva. In questo caso diventano solo dei chilometri da percorrere in un certo tempo. Può essere vissuto come esperienza di vita e cammino interiore. Il credere in Dio e in quale Dio rimane solo un fatto personale. La scelta di percorrere un lungo percorso che abbia come traguardo una cattedrale già induce a riflettere sulla fede. Penso che qualsiasi laico che intraprenda la strada verso Santiago finisca inevitabilmente con il confrontarsi con un cammino segnato dalla religione.

A te, Emanuela, cosa ha insegnato il Cammino?

Il Cammino mi ha insegnato a camminare. Sembra quasi scontato, ma il passo di marcia influenza il ritmo dei pensieri. Penso che il Cammino di Santiago sia una vita in miniatura. Ho imparato a vedere il mondo con altri occhi. Ora tutto è uguale, ma allo stesso tempo diverso. Le ansie e le paure che a volte si provano nella vita di tutti i giorni non sono altro frutto dell’insicurezza di non riuscire ad affrontare una particolare situazione. Il Cammino mi ha insegnato che basta mettere un passo dopo l’altro e si arriva alla fine. E’ inutile pensare alla quantità di chilometri totali da compiere, al cammino intero. Bisogna concentrarsi solo sul passo attuale. Respirare il presente e tutto si può affrontare.

Riconosci nel tuo viaggio un momento "topico", da quale hai tratto degli insegnamenti che rimarranno, dentro di te, indelebili?

Il momento topico è stato a meno 555 km da Santiago. La strada si conta in base alla distanza che manca alla meta. Quella notte ho pianto. Volevo smettere di camminare perché avevo male al tendine, una vescica e mille ansie e paure che mi paralizzavano. La mia amica mi ha consigliato di dormire tenendo una lattina fredda sul piede. Il giorno dopo ho mosso il primo passo verso Santiago. Il dolore non era scomparso, ma dentro di me erano svanite tutte le preoccupazioni. Non mi importava più di nulla. Volevo solo arrivare a Santiago. In quel momento ho capito che quando nella vita si vuole raggiungere qualcosa di veramente importante per il proprio cuore, tutti gli ostacoli si superano. Ho scoperto di avere un’immensa forza interiore e fisica che non credevo di possedere. Questo rimarrà sempre un punto fermo nella mia vita perché Santiago non è stato il traguardo, ma solo un nuovo inizio di un cammino più grande: il percorso che mi resta da vivere.

Parli molto delle stelle nei tuoi resoconti del viaggio lungo il Cammino. Puoi spiegarci perchè?

Le stelle da sempre costituiscono un punto di riferimento per chi si deve orientare. Le stelle sono luce che viaggia attraverso lo spazio e nel tempo. Non esiste notte in cui io non alzi gli occhi verso il cielo a cercare quei puntini luminosi. Mi rassicura vederle, come fossero delle amiche silenti ma sempre presenti nella mia vita.

Ma, anche, altrettanto spesso del cielo e delle nuvole in tutte le loro variazioni e cromatismi

Con la natura ho uno stretto legame. Mi piace respirarla. Sono un’osservatrice. Il paesaggio che mi circonda entra nei miei occhi e dà impulsi al cuore.

Facendo un volo pindarico per un ardito raffronto cosa c'è in comune tra i cieli del Grande Nord con le loro aurore boreali e i cieli che sovrastano le mesetas e la Galizia?

Assolutamente nulla. L’aurora boreale è un evento meraviglioso e unico. Una luce che danza nel cielo e cattura il cuore di chi la vede. L’aurora la sento sulla pelle. Le mesetas sono enormi spazi in cui lo sguardo può perdersi. Sembra di essere sempre nello stesso punto, nonostante i piedi continuino a camminare.

Trovi che ci sia un momento in cui ti accorgi che è il Cammino di Santiago a servirsi di te, come pellegrino, per i suoi fini e che tu, compiendo il Cammino, alimenti la vita del cammino e lo fai vivere?

Non mi è sembrato di essere usata dal Cammino. Ogni pellegrino alimenta il Cammino con i propri passi. La storia del Cammino è quella della strada o di chi ha percorso la strada?

Dentro di te, al termine del Cammino, rimane qualcosa di incompiuto: qualcosa che ancora vorresti nel Cammino e per il Cammino?

Non mi è sembrato di essere usata dal Cammino. Ogni pellegrino alimenta il Cammino con i propri passi. La storia del Cammino è quella della strada o di chi ha percorso la strada?

Infine due ultime domande che riguardano coloro che non vogliono lasciarsi "dominare" da l Cammino e che lo vivono in maniera in qualche modo distorta. Cosa pensi dei pellegrini turistici e di quelli che, pur di avere riconosciuto il pellegrinaggio con tanto di timbri sul tesserino del Pellegrino, compiono a piedi soltanto gli ultimi 100 km? Trovi che il Cammino sopravviverà anche a questa forma di consumismo turistico?

L’attestato finale è solo un pezzo di pergamena. Si può mostrare agli amici, ma la vera prova di aver compiuto il cammino è la persona che lo ha fatto. La sua vita non è più uguale. Ritengo che questo sia un percorso da compiere per intero e in una volta sola altrimenti non si possono capire e avere gli adattamenti fisici e mentali che tutto il percorso comporta. Fare gli ultimi 100km serve a poco. E’ come mangiare una porzione di cibo. Non è un pasto, non lo si assapora del tutto e non sazia. Non esistono le scuse del tempo da dedicargli. Quando qualcosa è importante per la propria vita il tempo lo si deve trovare. Gli ultimi 100 km sono molto turistici. Santiago si trasforma in un mercato. Quanto di più distante dallo spirito del Cammino. Gli interessi economici cercano di invadere ogni aspetto della vita. Bisogna isolarsi. Se non si è in grado di compiere l’intero cammino, esistono pellegrinaggi più brevi nel mondo. Secondo me qualsiasi percorso va compiuto dalla partenza alla fine, non esistono scorciatoie.

E cosa pensi, alla luce di ciò che hai osservato, di quelli che vi si accostano con piglio sportivo, tentando di fare del Cammino un'occasione di performance sportiva da misurare, cronometrare, etc etc?

Chi cerca una prestazione sportiva può scegliere migliaia di percorsi nel mondo. Chi sceglie Santiago, secondo me, troverà strada facendo qualcosa di più di quello per cui era partito.

Quali consigli daresti a chi si accinge ad affrontare per la prima volta il Cammino di Santiago.
Spaziando dai suggerimenti tecnici a quelli relative all'attitudine interior
e.

Santiago bisogna compierlo quando si sente la necessità. E’ un richiamo. Non si riesce a sopprimere. La motivazione per partire deve essere forte. L’arrivo sembra non giungere, ma è fermo lì ad aspettare, ognuno con il proprio passo. Dal punto di vista tecnico consiglio di portare al massimo 5-6 kg sulle spalle. Utilizzare un buon paio di scarpe comode. Bere molto e spesso. Ci sarebbero mille consigli tecnici a partire dalla prevenzione e cura delle vesciche all’abbigliamento, servirebbe un capitolo intero. L’importante resta, secondo me, la motivazione. Tutto il resto sono dettagli che si aggiustano. E’ il volere che conduce alla realizzazione.

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Published by Ultramaratone, maratone e dintorni (Maurizio Crispi) - in Emanuela Pagan e il Cammino di Santiago Camminare Cammino di Santiago Interviste
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19 agosto 2015 3 19 /08 /agosto /2015 06:36
Popof Day and Night 2015 (4^ ed.). Matteo Simone intervista Filippo Poponesi, alla vigilia del suo Popof Day

(Matteo Simone) Gli ultramaratoneti non corrono solo per se stessi ma corrono anche per gli altri, ci sono gli "spingitori" come Antonio Mammoli e Daniele Cesconetto che stanchi di record e di imprese estreme attraverso le 100 km di record sul tapis roulant o le tante vittorie alla nove colli running di 202 km o la spartathlon di 24 7km ora spingono Marco Albertini in carrozzina per le strade della Strasimento di 60 km, per la Pisotoia Abetone salita ripida di 50 km per il passatore classica gara storica di 100 km superando il Passo della Colla di quasi 1.000 metri da firenze a Faenza.

C’è anche Filippo Poponesi instancabile ultrarunner di Perugia chiamato Popof che ha deciso di dedicare i suoi chilometri ad associazioni benefiche per la riceca o assistenza e vi spiegherà di che tratta la sua 24 ore di corsa giorno e notte per raccolta fondi che, quest'anno, ha aavuto luogo tra il 10 e l'11 agosto 2015 e che, come nelle precedentiedizioni è servita a Filippo Poponesi come stimolo collettivo ad un allenamento prolungato in vista della Spartathlon.

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta?

“Che sono uno tenace, uno che non molla. Che se mi pongo un obiettivo riesco a trovare la motivazione per raggiungerlo, anche sopra le mie stesse forze. E quando organizzo incontri di lavoro con i miei collaboratori cerco di trasmettere loro questo messaggio usando anche metafore podistiche tipo: ‘Quando corro io cerco di immaginarmi il momento in cui taglierò il traguardo e questo mi dà la forza per continuare a correre, perché la Motivazione è la prefigurazione della soddisfazione che si proverà nel raggiungere il proprio obiettivo’. L’ultramaratona mi ha aiutato tantissimo ad accrescere l’autostima. Forse l’ho già detto, ma mi sento di ripeterlo perché è un qualcosa che può aiutare anche altri. Inoltre ha amplificato in me la voglia di aiutare gli altri, mettendo a disposizione questa che io considero ‘dote’, organizzando una manifestazione di 24 ore di corsa chiamata Popof Day and Night (dal nomignolo che gli amici podisti mi hanno attribuito e cioè POPOF). In pratica io corro per 24 ore e gli amici mi fanno compagnia a turno all’interno dell’area verde di Perugia, un percorso di circa 4 km. Mentre si svolge tutto ciò, viene offerto un piccolo ristoro a tutti i partecipanti e vengono distribuite magliette per raccogliere fondi a favore di un’associazione benefica (Avis, lotta contro il cancro, lotta contro l’Alzheimer, lotta contro la SLA, etc.). Quest’anno, 2015, ci sarà la 5° edizione, il 19/20 Settembre, e raccoglieremo fondi per l’Associazione Fiorella contro l'Alzheimer”. Nel 2012 abbiamo corso il Popof Day per la stessa Associazione e complessivamente, sommando i km di tutti i partecipanti, abbiamo percorso 2.581,67 Km. Quest’anno vogliamo superare questa soglia.

Ti puoi definire ultramaratoneta?

“Da quando partecipo a competizioni podistiche ho superato più volte la classica distanza dei 42,195 KM della Maratona e penso, pertanto, di potermi definire Ultramaratoneta. Se non altro perché lo dice la parola stessa.”

Cosa significa per te essere ultramaratoneta?

“Significa essere una persona molto fortunata. Mi spiego meglio. Per essere ultramaratoneta devi essere in una buona condizione psico-fisica (o fisico-mentale, come dir si voglia), avere del tempo a disposizione (sicuramente più rispetto ad un podista ‘non ultramaratoneta’, sia per gli allenamenti che per le gare) e la possibilità economica di sostenere le spese per le quote d’iscrizione e le trasferte (ovviamente quest’ultimo punto vale anche per chi corre le maratone, ma le ‘Ultra’ sono oggettivamente meno economiche). Sono considerazioni che faccio spesso con i miei amici e compagni di corsa quando magari ci troviamo al tramonto a correre una gara da 100 km o più di fronte a paesaggi meravigliosi, pur sempre con la consapevolezza di essere in un momento di grande sforzo e fatica. In quei momenti l’espressione esatta che solitamente uso per definirmi è: ‘Privilegiato’.

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta?

“Ho iniziato dedicandomi alla corsa per diletto, per non ingrassare, ed anche un po’ come mezzo di allenamento per poter praticare altri sport. Poi un amico mi ha convinto ad iscrivermi ad una Società sportiva, quella cui continuo ad appartenere e cioè l’Atletica Avis Perugia, iniziando a partecipare a piccole gare da 5 e 10 km per poi passare alle mezze maratone ed alle maratone. Poi, un giorno, ho deciso di partecipare ad un ultramaratona che si corre qui in Umbria (io sono di Perugia) chiamata ‘Strasimeno’, cioè il giro del lago omonimo (60 km), gara organizzata dalla mia Società insieme ad altre due società umbre. Da quel momento ho continuato a spingermi sempre oltre e quindi ho allungato le distanze correndo in sequenza il Passatore (100 km), la Nove Colli Running (202 km), la Spartathlon (247 km) e, nel mezzo, gare a tempo da 6/8/12/24/48 ore, fino ad arrivare ad una 6 giorni in cui ho percorso 611 KM.”

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta?

“La continua sfida con me stesso. Raggiungere traguardi sempre più ambiziosi ha contribuito, nel tempo, ad accrescere l’autostima ed a rendermi più forte nell’affrontare i problemi del quotidiano. Più di una volta, quando mi sono trovato di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili, mi sono sempre aiutato dicendomi: “Se sono riuscito a correre per 34 ore percorrendo quasi 250 km senza fermarmi posso superare anche questa difficoltà” Ed in effetti poi così è sempre stato.

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta?

“No e sinceramente non lo penserò almeno fino a quando il fisico e la mente continueranno a sostenermi. Quando mi renderò conto che non sarò più in grado di stare sulle gambe per problemi fisici o la testa non vorrà più saperne di “spingere”, allora mi fermerò. Aiutarsi con la chimica o con la fisioterapia a tutti i costi per portare il fisico oltre i propri limiti non lo reputo un segno di maturità ed intelligenza, anche perché alla base di tutto per me c’è il DIVERTIMENTO. Indipendentemente dal fatto che io sia in gara o in allenamento, se non mi diverto mi fermo anche solo dopo aver percorso pochi chilometri.”

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta?

“No. Mi sono sempre fermato prima. Anzi, il motivo per cui io sono considerato un podista ‘anomalo’ da chi mi conosce è proprio per il fatto che alterno fasi in cui sono molto attivo (podisticamente parlando) a periodi di lunga inattività. E non per gravi infortuni, ma anche per un semplice fastidio, o magari perché il lavoro mi impegna molto e/o andare a correre non mi diverte in quanto in quel momento ho la testa impegnata in altre cose. In parole povere, nonostante tutti pensino il contrario, non sono un appassionato, cioè uno di quelli che se non corre tutti i giorni muore. La vita è fatta di tante cose e la corsa, per me, fa parte di queste ma non è l’unica. Invece, vedo persone che corrono sopra i dolori e sopra le forze, rischiando di farsi veramente del male e quindi rischiando davvero di dover smettere. Non a caso il mio fisico non è proprio da ultramaratoneta per questa mancanza di continuità, ma alla fine, la testa e le gambe, con un buon lavoro di squadra, mi portano quasi sempre dignitosamente al traguardo. “

Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta?

“In primo luogo a continuare a fare attività fisica, di cui il corpo umano non può fare a meno. Il mio in particolar modo, perché se non faccio sport aumento di peso in tempi rapidissimi. E’ vero, ci sarebbero altri mille modi per fare attività fisica senza sottoporsi ad ore ed ore di stress sforzo fisico e mentale, ma quando si è diventati ultramaratoneti è difficile tornare indietro. Anzi, lo stimolo è quello di spingersi sempre oltre cercando sfide sempre più ambiziose, come faccio io nel trovare maggiori distanze da percorrere. Ci sono altri amici ultramaratoneti che invece si pongono obbiettivi in termini di numero di gare corse ed anche quella è comunque una sfida con se stessi. Non dico che sia una droga, ma una volta che sei entrato nel vortice dell’ultramaratona difficilmente ne vieni fuori, anche perché l’ultramaratoneta amatore vuole divertirsi. Non segue tabelle o rigidi programmi. Mette le scarpette e via. Una delle cose più belle di questa disciplina è che ad ogni gara rivedi tanti amici provenienti da tutta Italia, con i quali trascorri un piacevole weekend, fatto di risate, scherzi, un buon piatto di pasta o una pizza e tanti chilometri da correre allegramente. Perché smettere finché si può?”

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?

“Se devo essere sincero, si. Ogni volta! Solitamente uso l’espressione: ‘Se al termine di una gara mi tagliassi una vena non uscirebbe una goccia di sangue’, tanto per dire che ho proprio dato il massimo. Non sempre è un bene, ma quando la testa ti dice di spingere fino alla fine, le gambe ed il cuore non ce la fanno a rifiutarsi. Quando accade è proprio perché non ce n’è davvero più. Fino ad ora, nelle due uniche volte in cui mi sono fermato in un’ultramaratona, è stata la testa ha decidere così. La prima volta mi ha mollato a pochi km dal traguardo di una 60 km (ero ancora alle mie prime ultra) e la seconda mi ha detto che tanto non ce l’avrei fatta quando, al 50° km della mia seconda Spartathlon, ne avrei dovuti correre altri 200 ma avevo già dolori dappertutto. Era inutile continuare e sono certo che abbia avuto ragione lei. Non raramente io parlo con testa, cuore e gambe mentre corro un ultramaratona particolarmente impegnativa, soprattutto negli ultimi km quando c’è da stringere i denti. Pazzo? Ma no, dai … è anche un modo per far passare meglio il tempo quando non vedi l’ora di finire J.”

Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme?

“Non pensare a ciò che ci si sta apprestando a fare. Se alla partenza di una 100 km o 200 km o di una 24 ore, o oltre, fossi pienamente cosciente di quanto mi sto apprestando a fare, probabilmente non partirei neanche. Dopodiché penso che noi ultramaratoneti abbiamo una dote che ci consente di ‘ammortizzare’ meglio di altri il tempo che passa. Ogni volta che termino un’ultramaratona cerco di tornare indietro con la mente fino al momento dello Start e mi sembra di essere partito da 5 minuti, sia che abbia corso per qualche ora che per due giorni.”

Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?

“La Spartathlon. Atene- Sparta, 247 km con 75 cancelli orari ed un tempo limite di 36 ore. A metà gara si deve anche scalare un monte per qualche km, ma la difficoltà vera sono i cancelli orari da rispettare. Se non li rispetti sei fuori.”

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine?

“Non mi sono mai posto dei limiti e penso di avere le doti psico-fisiche per portare a termine ogni gara che sia umanamente possibile correre, però con la dovuta preparazione ed al raggiungimento della perfetta forma fisica. Fino ad ora ogni volta che ho alzato l’asticella sono sempre riuscito a superarla. Certo, esistono gare al limite della sopravvivenza che mi metterebbe un po’ pensiero dover affrontare, come ad es. fra i ghiacci dell’Alaska a -40° di temperatura, in autosufficienza, dove si rischia davvero la vita, ma come ho detto, con la dovuta preparazione, professionisti dello sport che ti seguono, sponsors per sostenere le spese, etc., penso che riuscirei a portarle a termine.”

C’è una gara estrema che non faresti mai?

“Non le conosco tutte ma sono certo che esistano gare per le quali ci farei più di un pensiero prima di decidere di affrontarle. Il fatto è che io non voglio e non devo dimostrare alcunché ad alcuno e prima di portare l’asticella a livelli così alti c’è ancora tanto da fare se uno si vuole divertire con le ultramaratone. Per rispondere seccamente, comunque, dico … sicuramente si.”

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici?

“Principalmente la sfida con me stesso.Ma non nascondo che la ricerca di traguardi sempre più ambiziosi è legata anche ad una certa forma di egocentrismo. Non reputo questo un difetto. In fin dei conti è solo un altro modo per trovare le giuste motivazioni per andare “oltre”.

Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua partecipazione a gare estreme?

“Che fanno male alla salute e che dovrei smettere. Ma come ripeto, le gare cui partecipo io non sono estreme. Sono molto impegnative fisicamente e psicologicamente, ma non al punto tale da mettere a rischio la vita.”

Che significa per te partecipare ad una gara estrema?

“Credo che prima bisognerebbe capire cosa s’intende per ‘gara estrema’. Ricollegandomi alla risposta precedente non credo di aver mai partecipato ad una gara estrema, se in ogni momento sei in condizione di poterti fermare e ritirare. Per me una gara estrema è una competizione dove, ad un certo punto, puoi rischiare di trovarti da solo in mezzo ai ghiacci, in mezzo al ad un deserto, in cima ad una montagna, senza viveri, né acqua ed aver perso l’orientamento. Lì rischi la vita e questa si che potrebbe essere identificata come gara estrema. Le ultramaratone più dure che ho corso io erano lunghe e faticose, ma da qui a definirle estreme “ce ne corre” (scusa il gioco di parole J). Adesso che ci sto ripensando, però, nel 2010 ho partecipato ad un Ultratrail in montagna, Gran Trail Valdigne, circa 90 km con un D+ 5000 mt, e mi ricordo che ad un certo punto mi sono trovato ad arrampicarmi in un punto dove non sarebbe stato possibile potermi ritirare se non con l’ausilio dell’elisoccorso ed in un altro punto correvo sulla cresta di un monte con strapiombo sia a destra che a sinistra. Una piccola distrazione avrebbe potuto causarmi grave pericolo. Ecco, quella forse è stata la gara più estrema cui io abbia partecipato.” Non a caso, ad uno dei ristori ho chiesto scherzosamente ad un membro dell’organizzazione: “Scusa … ma tutto questo è legale, vero???” J)

Ti va di raccontare un aneddoto?

“Si, una cosa spiritosa. Una volta ho partecipato ad una manifestazione volta a raccogliere fondi per la lotta contro la SLA. Eravamo solo tre podisti a partecipare in quanto era una corsa di 750 km da percorrere in 10 tappe. In una di queste si associa un gruppo di podisti, tanto per farci compagnia, fra cui un neofita della corsa. Questo ragazzo ad un certo punto mi vede con in mano una bustina di Polase Sport (Sali minerali) e mi chiede: ‘Cosa sono quelli? Ed io rispondo: ‘Sono SALI’. E lui: ‘E come si usano? Ed io: ‘Beh … tu porta sempre con te questa bustina mentre corri. Se ad un certo punto ti senti stanco, ma proprio stanco da non farcela più, prendi la bustina e comincia ad agitarla in aria, in modo che si veda bene. Vedrai che dopo poco arriverà un’auto del soccorso gara ed il conducente ti dira: SALI!!! Ahahah J’. Inizialmente c’è rimasto male ma poi abbiamo riso tutti!”

Come è cambiata la tua vita famigliare, lavorativa?

“Non è affatto cambiata, anche perché per me la corsa è un di cui della vita e cerco di praticarla quando ho tempo. Le priorità sono ben altre e sono proprio la famiglia ed il lavoro. Se poi ci scappa il tempo e ci sono i soldi per andare a correre le ultramaratone, ben venga. Non raramente ho sacrificato la corsa per stare vicino alle persone che amo o per impegni di lavoro.”

Se potessi tornare indietro cosa faresti? O non faresti?

“Esattamente quello che ho fatto, parlando ovviamente di sport. Qualcuno dice che avrei avuto il talento per essere un buon atleta, nel senso che mentalmente e fisicamente ho delle buone doti. Chissà … Forse se avessi intrapreso la strada dello sport semi professionistico magari avrei fatto qualcosa di buono, ma come si dice, con i ‘se’ e con i ‘ma’ non si va da nessuna parte. E comunque i veri talenti sono ben altra cosa e se sono tali vengono fuori sicuramente. Se io ho raggiunto questo livello evidentemente non ero fatto per andare oltre.”

Usi farmaci, integratori? Per quale motivo?

“I classici prodotti che si comprano in farmacia, come ad esempio i Carbogel (zuccheri), Polase Sport (Sali minerali), barrette energetiche (proteine), etc. Qualcuno dice che aiutino in caso di sforzi prolungati, altri dicono che è solo un fatto psicologico. Non ne faccio un abuso, anzi, spesso li compro e poi non li uso e sinceramente non so dire se assumere questi integratori contribuisca a migliorare le mie performances. Alla fine, bersi una bustina di Enervit prima di una gara è un po’ più un rito che altro. Vedendo chi ne sa più di me, credo che sia più importante sapersi alimentare bene prima e durante la gara con prodotti naturali (miele, frutta fresca e secca, pasta, riso, patate, etc., sempre che ve ne sia la presenza ai ristori, parlando di gare in linea. Per le gare a circuito è sicuramente più facile potersi organizzare ”

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali?

“Sinceramente no, anche perché io sono donatore Avis e ogni tre mesi vado a donare il sangue. Pertanto tengo sotto controllo i miei valori costantemente. Non so se ciò sia sufficiente. Forse dovrei farne. Mi informerò”.

E’ successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva?

“No, mai. Anche perché non ce n’è bisogno. Come ho avuto modo di dire in una delle precedenti risposte, a volte passano mesi senza che io corra, un po’ per impegni di lavoro ed un po’ perché non ne ho voglia. Sono quei momenti in cui la testa mi dice di non correre ed io le do retta. Forse è un sistema di autodifesa del mio fisico.”

Hai un sogno nel cassetto?

“Relativamente all’Ultramaratona? Mah … dato che qui a Perugia mi chiamano affettuosamente il ‘Forrest Gump Perugino’ mi piacerebbe una volta correre un ‘Coast to Coast’ negli USA o in Australia. Penso che sarebbe una bella vacanza!”

Popof Day and Night 2015 (4^ ed.). Matteo Simone intervista Filippo Poponesi, alla vigilia del suo Popof Day

Popof day: 24 ore a Perugia, aspettando la Spartathlon!

(Denise Quintieri) Popof mi ricorda una canzone dello Zecchino d'oro di qualche anno fa, è la storia di un cosacco dello Zar che nulla ha del cosacco, ma a differenza degli altri che affondano nella neve, lui scivolando, rotolando riesce ad arrivare fino al fiume Don. Bisogna avere coraggio e sognare e spesso i sogni si avverano!

E' la storia di Filippo Poponesi, un tipo schietto, genuino come pochi, semplice e senza montature varie e, come il Popof dello Zecchino, felice di arrivare alla meta. Filippo Poponesi, 43 anni, perugino, ultramaratoneta con buoni tempi sulle distanze più corte, che in quest'ultimo anno ha partecipato a varie ultramaratone come il Passatore, la 100km delle Alpi, addirittura la Nove Colli Runnig di 202 km per uomini di acciaio e, soprattutto la vittoria inaspettata alla 24 ore di Fano, dove chiacchierando e scherzando, camminando nelle ultime ore, è riuscito a vincerla con quasi 193 km percorsi. Ma non si è limitato alle ultra, ha al suo attivo il recente Trail Valdigne e, senza aver mai fatto un trail, senza allenamenti specifici, è riuscito anche a terminarlo in un buon tempo. Ma il suo sogno, il sogno di molti ultramaratoneti è la mitica Spartathlon, per la quale Filippo si sta allenando con costanza, fuori dagli orari di lavoro, un ottimo quadro nella Susa spedizioni, nella sede perugina. La Spartathlon che quest'anno festeggia il traguardo importante: 2500 anni dall'impresa di Filippide che annuncia la vittoria degli ateniesi nella guerra contro i persiani; quel Filippide, che Erodoto, fra storia e leggenda, ci consegna raccontandoci le gesta di questo emerodromo che parte da Atene per recarsi a Sparta per chiedere aiuto contro gli invasori persiani, passando per il Monte Partinone a 1200 m dove incontra il dio Pan e poi attraveso il peloponneso arrivare a Sparta.

Per l'avvicinamento a questa grande impresa, Filippo si è inventato qualcosa quasi per gioco: un allenamento nel suo Parco preferito: il Percorso verde nel Parco di Pian di Massiano a Perugia. All'nterno ha scelto un percorso di km4,070 "una pazza idea" come egli stesso l'ha definita, una 24 ore per..Spartathlon, un allenamento collettivo insieme ai suoi amici dell'Avis Perugia e altri amici di altre società umbre. Un pazza idea che ha avuto un successo senza precedenti!

Alla partenza alle ore 12 di sabato 7 agosto era presente anche l’assessore allo Sport del Comune di Perugia, Ilio Liberati che ha sottolineato il carattere sportivo dell’evento, quello aggregativo e sociale: “la presenza dell’Avis – ha detto Liberati – testimonia come sport e valori siano un binomio fondamentale e vincente. In questo particolare momento, c’è un bisogno crescente e impellente di donazioni di sangue sia al Santa Maria della Misericordia, sia nelle altre strutture della regione. Sensibilizzare i cittadini anche attraverso queste iniziative risulta importante e speriamo che l’invito e l’appello rivolto ai perugini possa essere raccolto dal maggior numero di persone possibile”.

Filippo coadiuvato in primis da suo Papà, il suo primo sostenitore e fan, ha inanellato giro dopo giro, ora dopo ora, sempre con un sorriso, una parola per tutti, il tutto per divertirsi e fare qualcosa di buono: sul tavolino del ristoro approntato per l'occasione, c'era anche una scatola per le offerte per la cura di malattie neorologiche, come dire, niente è stato lasciato al caso e gli amici di Filippo, ma anche tanta gente comune, durante le 24 ore si sono aggregati al nostro ultramaratoneta dal cuore d'oro e generoso, indossando magari la maglietta del Popof day fatta stampare appositamente per l'occasione. Nella mattinata di domenica, mentre le 24 ore volgevano al termine, erano circa 150 gli atleti e non che correvano insieme al nostro Popof e anche l'Assessore che aveva dato il via al sabato non è voluto mancare, insieme alla Rai regionale accorsa quasi per caso per seguire le gesta di questo eroe dal cuore semplice.

Sono stati 190 i km percorsi da Filippo Poponesi durante il suo allenamento: "E' stata un'impresa -ha dichiarato Filippo- sono stanco ma sono felice di aver corso nella mia città e fatto conoscere l'ultramaratona ai tanti umbri che mai si sognerebbero una cosa di questo genere. Sono felice di essere arrivato alla fine".

Al telefono dopo qualche ora Filippo ha dichiarato: "E' stata un'apoteosi! Qualcosa che mai mi sarei aspettato!“ Filippo ha tracciato la strada, anche l'Umbria forse avrà la sua ultramaratona ad ore. Sì perchè c'è da giurarci che questa sia stata non solo una scommessa vinta, ma anche la prova generale di una bella 24 ore in uno dei parchi più belli d'Italia!

Ma per questo c'è tempo, ora Filippo, come i tantissimi italiani che parteciperanno all’edizione n.28 della Spartathlon, l’ultimo fine settimana di settembre, si concentrerà soltanto sul suo prossimo grande obiettivo: partire da Atene per arrivare dopo 246 km, nella mitica Sparta; a lui spetterà toccare il piede di Leonida, ricevere la coppa dalle ancelle per dissetarsi ed essere incoronato con la corona d'ulivo, quella riservata agli atleti vittoriosi nei giochi olimpici dell'antica Grecia. E noi tutti, gli amici seguiremo le sue gesta e quella di tutti gli altri italiani che vi parteciperanno, facendo il tifo: forza Filippo! da Popof cosacco russo a Spartathleta!

 

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Published by Ultramaratone, maratone e dintorni (Matteo Simone - Denise Quintieri) - in Interviste Ultramaratone italiane 2015
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23 luglio 2015 4 23 /07 /luglio /2015 16:40

Quella che segue è un'intervista di Matteo Simone, Psicologo dello Sport e Psicoterapeuta al giovane runner Raffaele Luciano che, poco dopo avere intrapreso la sua attività di runner, ha collocato il suo interesse nelle Ultramaratone.

Questa intervista fa parte di una serie che Matteo Simone sta raccogliendo per procedere presto alla loro pubblicazione in un unico volume che vuole esplorare le motivazioni individuali e gli assetti mentali nell'approccio alle ultramaratone.

Raffaele Luciano: cosa spinge un ragazzo di 29 anni a decidere di correre 50 km e a sognare solo le ultra?

(Mattteo Simone) Le ultramaratone attraggono le persone sia per parteciparvi da corridori sia per respirare l’aria che c’è durante queste competizioni, sia per aiutare ad organizzare tali competizioni, sia per aiutare le persone ad approfondire questo mondo.

il 29enne Raffaele Luciano si è avvicinato a questo mondo per tutti e tre i precedenti motivi, iniziando ad allungare le distanze di gara. In questo percorso, ha anche aiutato Pasquale Giuliani ad organizzare la prima 100 km del Gargano, ed ha collaborato con il sottoscritto a trovare volontari che rispondessero al mio questionario per la stesura del mio prossimo libro appunto su questa tematica dal titolo "Ultramaratoneti e gare estreme".
Di seguito Rffaele Luciano ci illustra la sua passione per questa particolare disciplina della corsa.

Ti puoi definire ultramaratoneta?

Nel senso proprio del termine, sono ultramaratoneta, avendo percorso in gara la distanza superiore alla maratona, praticamente devo lavorare ancora molto, con 3 ultra e diverse maratone sono all’inizio del mio percorso di crescita e conoscenza interiore”.

Raffaele ha intrapreso la strada delle lunghe distanze e sta sperimentando una crescita personale interiore e pertanto è propenso a continuare questo percorso.

Cosa significa per te essere ultramaratoneta?

L’Ultramaratoneta è una persona che attraverso la corsa fa un viaggio dentro se stesso, per conoscersi, migliorarsi e crescere”.

Raffaele, infatti, considera questo percorso di fatica, un percorso quasi terapeutico un autoterapia attraverso la conoscenza degli altri corridori ma di se stesso anche attraversando i lunghi percorsi di gara riflettendo sulla propria vita, percorrendo dentro di se lunghi sentieri.

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta?

Ho iniziato con le maratone, poi ho corso una 50 km, poi un’altra 50 km, poi una 6Ore”.

Il percorso è comune a tanti altri che cercano di alzare l’asticella piano piano dalle 42 km passano per le 50, le 6 ore e poi si inoltrano a percorsi lunghi quali le 100km le 24 ore ed alcuni sentono di avere le capacità e la voglia di spingersi ancora oltre verso i 200km ed anche superarli.

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta?

Nelle tre ultra che ho concluso, ho approfondito la conoscenza di me stesso, ho imparato a conoscere i miei limiti e superarli, rispettando il mio corpo. A livello mentale, ho imparato che con il sacrificio, e il duro lavoro posso raggiungere qualsiasi obiettivo, quelli che sembrano ostacoli insormontabili, paure che destabilizzano, possono essere superati con la volontà di arrivare e di superarsi”.

E’ una continua ricerca e parallemente una continua crescita sia dal punto di vista atletico sportivo che a livello personale si riesce a conoscersi sempre di più, le proprie risorse personali, capacità, caratteristiche individuali, i propri limiti.

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta?

Non smetterò di essere ultramaratoneta, il percorso di crescita e conoscenza interiore è appena iniziato, i limiti da superare sono tanti, i km che voglio percorrere, per migliorarmi sono tanti, e li voglio percorrere tutti”.

E’ come intraprendere una psicoanalisi ma forse è più una psicoterapia esperenziale, in quanto il percorso è si lungo ma non si tratta di stare sdraiati sul lettino, ma ci si mette in gioco come siuccede con la psicoterapia dell aGestalt che diventa un laboratorio vivo, una terapia esperenziale, si esce fuori dalla zona di confort disposti a sbagliare per imparare, ad andare in crisi per capire come superarle, come uscirne fuori.

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta?

Per fortuna ad oggi, non ho avuto infortuni o altro che mi ha impedito di correre le lunghe distanze”.

Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta?

Correre una ultramaratona, mi permette di scoprire nuovi aspetti del mio carattere, di conoscermi meglio, scopro di avere risorse che nel quotidiano non pensavo di avere”.

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?

Nella mia prima 50 km, arrivato alla distanza della maratona, sentivo dolori alle gambe, e ho smesso di correre, mi ha raggiungo un ‘Supermaratoneta’, che mi ha spinto a camminare per qualche metro, parlandomi del panorama, delle sue scarpe, dopo 300 metri correvano di nuovo”.

Come succede in psicoterapia dove lo psicoterapeuta aiuta ad aiutarti, cerca di fare un lavoro per sviluppare le risorse personali, anche nelle gare delle lunghe distanze può capitare di trovare un concorrente, un anmico, un aiutatore podistico disposto a darti una mano, a starti vicino durante una crisi, disposto a spiegarti quello che può succedere durante una lunga distanza.

Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme?

Nelle gare estreme conta molto l’umiltà, la distanza va rispettata ed affrontata senza presunzione, ascoltandosi interiormente e ascoltando i segnali del proprio corpo”.

Imiportante in questo tipo di sport è l’umiltà, affrontare le competizioni impegnative e durissime conn rispetto, senza presunzione con una buona preparazione e ben preparati.

Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?

Nella 6 ore, ha avuto al 59° km, un problema al ginocchio destro che mi ha bloccato per mezz’ora costringendomi a camminare”.

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine?

“La Spartatlon o la Nove Colli, anche se dopo la 100km, di sicuro ci proverò.”

C’è una gara estrema che non faresti mai?

No, avendone la possibilità - economica – proverei qualsiasi gara estrema”.

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici?

Da quando ho iniziato a correre, sono alla ricerca dei miei limiti, non credevo di correre una maratona e ne ho fatte diverse, la 50km mi faceva paura e ne ho fatte 2, una 100km, l’ho vissuta dando una mano agli organizzatori; superare il limite significa porsi un nuovo obiettivo, misurarsi con se stesso, continuare a conoscersi, superare le proprie paure, dimostrare che – come detto – con il lavoro, i sacrifici, uno stile di vita sano, posso raggiungere un obiettivo, e se posso raggiungere un obiettivo sportivo, posso raggiungere qualsiasi obiettivo nella mia vita, personale, famigliare, lavorativa”.

Più vai avanti, più raggiungi risultati e iù si isperimenta benessere, sicurezza, aumenta l’autoefficacia nonn solo nello sport ma anche nella vita di tutti i giorni, si è in grado maggiormente di affrontare, gestire e superare situazioni che possono sembrare difficili.

Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua partecipazione a gare estreme?

Semplicemente che ‘c’è qualcosa che non va’. Dopo la prima 50 km, mia madre non mi ha parlato per una settimana. Poi però mi ha detto: “ascolta il tuo fisico e non esagerare, questa per la corsa è una passione, non deve diventare una droga”.

In famiglia si accorgono che si viene assorbiti da questo sport delle lunghe distanze dove si passano tante ore ma poi riconoscono che si fa per passione e con attenzione ed allora i famigliari decidono di sostenerti.

Che significa per te partecipare ad una gara estrema?

Quando mi iscrivo ad una ultramaratona, cerco di immaginare il percorso mentale che farò in gara, la gioia della partenza, il rivedere gli amici, le difficoltà, la lotta mentale tra ‘fermati che ti fai male e addio corsa’ e ‘dai che tutto passa anche questi 5 minuti in cui stai pensando di mollare’ e la voglia di arrivare; dopo il via della gara mi sembra di essere isolato dal mondo, corro con me stesso, inizia un viaggio di conoscenza interiore che mi sta aiutando tantissimo a migliorarmi e a smussare aspetti del mio carattere, oltre che ad affrontare le difficoltà quotidiane”.

Ti va di raccontare un aneddoto?

Nella prima 50 km, al 45° km, non riuscivo a correre come volevo, mi sono inventato un’intervista con una giornalista sportiva, che mi rivolgeva una serie di domande, partendo da ‘cosa spinge un ragazzo di 29 anni a correre 50 km??’, fino a domande sul personale. Ha funzionato. Ho ripreso a correre senza problemi, e non nascondo che le domande me le faccio ancora quando sono in difficoltà o quando fatico a prendere sonno”.

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta?

Dalla seconda 50 km e nella 6ore, ho scoperto che non mollo facilmente, se voglio davvero una cosa, stringo i denti e la conquisto, quando ho qualche esitazione nella vita di tutti i giorni ripenso a quelle due gare e vado avanti deciso”.

Come è cambiata la tua vita famigliare, lavorativa?

Grazie alle ultra, sono diventato più umile, più disponibile, dopo la 6Ore, ho imparato che coloro che concludono le maratone dopo le 4 ore, meritano rispetto e considerazione per lo sforzo che fanno”.

Se potessi tornare indietro cosa faresti? O non faresti?

Potendo tornare indietro rifarei quello che ho fatto, forse qualche ultra in più. Devo ringraziare gli amici Guerino, Nicola, Domenico, Gino e Antonio con i quali ho fatto la mia prima 50 km, loro tutti e 5 supermaratoneti e ultramaratoneti, mi hanno insegnato ad affrontare le ultra, oltre che con consigli relativi alla preparazione, all’idratazione e alimentazione, trasmettendomi l’atteggiamento giusto per affrontare una 50km, e poi una 6Ore, con grande disponibilità e umiltà mi hanno iniziato a questo percorso, che mi ha aperto un mondo, e attraverso il quale mi sono aperto al mondo, diventando una persona migliore”.

Raffaele sente di essere diventato una persona migliore, partecipare alle ultramaratone è come partecipare ad un gruppo di alcolisti anonimi, si parla conn altri che hanno attraversato gli stessi problemi, le stesse crisi, e si comprende come far fronte, si esce fuori più rafforzati, più resilienti.

Usi farmaci, integratori? Per quale motivo?

Non uso farmaci, sporadicamente bevo qualche sportdrink, bevo birra (con moderazione). Non digerisco gel e barrette quindi evito di assumerli. Da piccolo ho sofferto di una grave forma di allergia, e poi di asma, da quando ho iniziato a correre, l’asma è sparita, cosi come l’allergia, i farmaci per contrastare l’asma sono un lontano ricordo”.

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali?

Ho fatto l’Holter cardiaco, perché da un controllo medico (elettrocardiogramma all’AVIS) mi è stato riscontrato un ‘battito anomalo’, fortunatamente niente di grave, - 32 battiti a riposo - il ‘battito anomalo’ è dipeso dall’assunzione di caffè e the prima dell’elettrocardiogramma. Stavo preparando un’esame universitario e studiavo anche la notte”.

E’ successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva?

Per fortuna non mi è mai stato consigliato di ridurre l’attività sportiva, anzi mi è stato consigliato di variare gli sport, per potenziare la parte superiore del corpo e la schiena, e quindi da settembre andrò in palestra”.

Hai un sogno nel cassetto?

Il mio sogno nel cassetto si chiama ‘100 km del Passatore’, ci sto lavorando, sia da un punto di vista fisico che mentale, l’obiettivo più vicino e scendere sotto le 3 ore in maratona e poi concentrarmi sulla 100km”.

Ha sogni Raffaele e sa che per raggiungerli non è sufficiente solo allenamento fisico ma anche l’aspetto nmentale conta tanto.

 

 

Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

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  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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Giornata record 14/04/2014 (3 098 Pagine viste)
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