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26 agosto 2015 3 26 /08 /agosto /2015 22:56
Simona Patti in azione all'Ecotrail della Luna 2015 (foto di Maurizio Crispi)Simona Patti in azione all'Ecotrail della Luna 2015 (foto di Maurizio Crispi)
Simona Patti in azione all'Ecotrail della Luna 2015 (foto di Maurizio Crispi)

Simona Patti in azione all'Ecotrail della Luna 2015 (foto di Maurizio Crispi)

Come raccontare la propria esperienza di una gara trailin chiave Fantasy.
Simona Patti ci regala uno splendido racconto che trasforma l'Ecotrail della Luna, svoltosi a Caltavuturo tra il 22 e il 23 agosto 2015, in uno scenario fiabesco dove si incrociano elfi, gnomi, dragoni e minacciosi e cinghiali.

E aspettiamo ansiosamente la prossima puntata...

(Simona Patti) Ove si narra di come i nostri eroi affrontarono e sconfissero il temutissimo Dragone Lanciafiamme di Caltavuturo…

Avevamo lasciato i nostri quattro piccoli eroi in possesso dell’Amuleto della Forza e della Resistenza, grazie a Lepre Mirabella e Lumaca Simo che si erano sacrificate per il bene di tutti i podisti combattenti. Nel frattempo però qualcosa era successo: il Sandalato, mandato in avanscoperta sulla variante Viller infestata dai folletti per proteggere i suoi compagni, aveva ricevuto l’anatema dell’Anca Sbilenca e dopo pochi giorni dall’avventura iniziale avvertì dolorosissime fitte che non gli consentivano di affrontare il Dragone Lanciafiamme di Caltavuturo: per lui era troppo rischioso!

Nonostante il suo infortunio però, decise di rimanere accanto ai suoi compagni, proferendo consigli, preparando miscugli energetici a base di radice di Pianta della Velocità, e andando in avanscoperta con l’aiuto del suo fedele scudiero Paride che lo avrebbe protetto in caso di incontro con il Dragone Lanciafiamme e i suoi Cinghiali Protettori. Il Sandalato, munito di marchingegno che con un impulso luminoso avrebbe potuto accecare il Dragone, fu quindi sguinzagliato tra le colline di Caltavuturo allo scopo di coprire le spalle ai suoi compagni che invece avrebbero dovuto affrontare direttamente il temuto Dragone.

Nei giorni precedenti all’impresa, il prode Aldo Spavaldo aveva scorrazzato tra le colline, gli uliveti e il fiume di Caltavuturo, per segnare il percorso più breve e facile (!) per arrivare al nascondiglio del Dragone Lanciafiamme e facilitare l’impresa dei nostri eroi. Aldo Spavaldo aveva dovuto ripulire il fiume dalle sterpaglie per evitare che i nostri eroi si ferissero o fossero ostacolati e affrontare il Granchio Spauracchio del fiume che con le sue chele aveva tentato più volte di ferirlo, per fortuna senza riuscirci, ma fu colpito dall’Incantesimo-della-Notte-che-Avanza e, rimasto solo al fiume, si era imbattuto nei Cinghiali Protettori del Dragone. Loro lo avevano intimidito con i grugniti e lo avevano costretto alla fuga: Aldo-non-più-tanto-Spavaldo si era rifugiato dentro la Chiusa Rinfusa dove aveva atteso l’arrivo della Carrozza Fatata che lo aveva riportato a casa sano e salvo.

Prima di affrontare il Dragone, i nostri eroi decisero di effettuare un sopralluogo notturno del posto: di notte il Dragone Lanciafiamme dorme profondamente e loro avrebbero potuto studiare meglio la strategia di attacco, anche se un incontro con i Cinghiali Protettori poteva essere sempre possibile, ma si doveva ‘correre’ il rischio; qui a Caltavuturo però i nostri eroi non potevano procedere insieme e compatti come sul Monte-che-guarda-la-Conca-d’Oro e dovevano prepararsi a fronteggiare da soli il Dragone, ognuno per la sua strada e ognuno con il proprio bagaglio di esperienze, oltre che con l’Amuleto della Forza e della Resistenza che brillava nelle loro bisacce illuminando il cammino.

La prima a partire fu Lumaca Simo, al crepuscolo: l’inizio del sentiero era in salita e molto ripido. Lei però si faceva forza volgendo lo sguardo sul panorama delle montagne e beandosi dei colori del tramonto che andavano via via smorzandosi in tinte più scure. Il sentiero era ben tenuto, con i gradoni rialzati e il passamano di corda; avrebbe potuto anche riposare sulla Panchina Assassina, ma sapeva che se si fosse fermata a sedere sarebbe stata colpita dall’Incantesimo della Pigrizia e della Sonnolenza, rischiando di passare la fredda notte lì sopra. Sulla vetta della prima collina Lumaca Simo fu circondata dalla nebbia, ma lei non aveva paura, anzi si beava di quella frescura e del vento: accesa la sua potentissima torcia frontale, procedeva imperterrita preparandosi alla discesa difficoltosa a cui sarebbe arrivata di lì a poco.

La discesa era ripida tanto quanto lo era stata la precedente salita ed era piena di Sassi Smargiassi pronti a farla inciampare, ma fortunatamente tra le nebbie si materializzò un’amica Lepre… non era Lepre Mirabella che doveva compiere la sua impresa in solitaria ma era la Lepre Brizzolata che correva spedita in discesa poiché investita dall’Incantesimo Paracadutato (che solitamente detiene la Lepre Ioppolo, anch’essa presente a Caltavuturo ma ancora ignara di ciò che avrebbe affrontato). Mettendosi sulla sua scia, anche Lumaca Simo riusciva a beneficiare dell’Incantesimo Paracadutato e le sue gambe rinvigorite saltellavano tra un Sasso Smargiasso e l’altro senza alcun intoppo! L’incantesimo però non aveva effetto sulle salite e i tratti pianeggianti, quindi Lumaca Simo dovette ben presto salutare la sua amica Lepre Brizzolata che andava perdendo terreno.

Tra un saltello e l’altro Lumaca Simo arrivò da alcuni fedeli amici, Franchino Barbuto e Giuseppe Crostata, che le avevano conservato delle potentissime Patatine della Scioltezza grazie alle quali riuscì a proseguire il suo cammino dentro l’Uliveto Fatato illuminato dalla luce della Luna. Strada facendo Lumaca Simo incontrò altri prodi combattenti: erano molto veloci e le sfrecciavano accanto, lei si scansava per farli passare perché anche loro avevano la loro missione da compiere e non doveva intralciare il percorso. Ad un certo punto fu raggiunta da altri personaggi familiari e benevoli, che la incoraggiarono a proseguire: erano il Saitta Parlante e il Sabatino Rotante che si inseguivano in discesa alternandosi il comando a vicenda. Nonostante loro due non fossero presenti all’allenamento sul Monte-che-guarda-la-Conca-d’Oro, avevano deciso di aiutare i nostri eroi a sconfiggere il Dragone Lanciafiamme, per cui andarono in avanscoperta per stordirlo con le chiacchiere del Saitta Parlante e l’Incantesimo Rotante di cui solo il Sabatino è in possesso.

Anche loro dunque seminarono Lumaca Simo che si apprestava ad entrare nel Boschetto Incantato: rinvigorita dall’incoraggiamento dei prodi amici, riuscì comunque ad uscirne indenne nonostante nel Boschetto ci fosse il Ramo Spinoso che tentava di graffiarla e trattenerla. Nel frattempo anche gli eroi Pelato Minimalista e Lepre Mirabella, insieme ad altri amici eroi incontrati nella Piazza Campanaria di Caltavuturo, procedevano tra i Sentieri e le Colline Fatate illuminate dalla Luna: il Pelato Minimalista però preso dalla fretta iniziale, aveva abusato dell’Incantesimo Paracadutato ed era stremato e stanco. Nel Boschetto Incantato infatti il Ramo Spinoso lo aveva sferzato con violenza e lui ne era uscito graffiato ma deciso a non arrendersi. Lepre Mirabella invece procedeva con prudenza e circospezione, cercando il sostegno delle amiche Lepre-dagli-Occhi-Pinti e Lepre Ioppolo la detentrice ufficiale dell’Incantesimo Paracadutato, pronta a trasferirlo ai nostri eroi all’occorrenza. La Lepre-dagli-Occhi-Pinti però era intimorita dai Cinghiali Protettori del Dragone Lanciafiamme e dopo avere sentito grugniti di dubbia provenienza aveva preferito allungare il passo e anticipare il suo rientro nella Piazza Campanaria di Caltavuturo, seminando anche la Lepre di Polizzi con la quale solitamente saltella contenta per le colline.

Lumaca Simo intanto era uscita dal Boschetto Incantato e si andava avvicinando alla tana del Dragone Lanciafiamme, la Cava Riarsa di Caltavuturo. La Cava era un posto terribile e anche gli eroi più coraggiosi e prodi ne avevano paura: quella sera però la Luna illuminava benevola il cammino, rischiarando anche i lati più oscuri e tetri della Cava Riarsa. Il Dragone Lanciafiamme dormiva, Lumaca Simo ne poteva percepire il respiro assopito: adesso sapeva qual era il suo nascondiglio e poteva prepararsi ad affrontarlo con la luce del mattino. Nella Cava però fece degli strani incontri: nascosto nel buio di un anfratto c’era lo Gnomo Guardiano della Cava con i suoi due scudieri quadrupedici che le ringhiavano dietro.

Lo Gnomo li fece tacere, ma ormai avrebbe avvertito il Dragone Lanciafiamme della presenza dei valorosi eroi nel suo territorio e lo avrebbe messo in guardia. Lumaca Simo era un po’ intimorita ma per fortuna fu raggiunta da altri due amici eroi che la contagiarono con la loro allegria: erano Ciccio Pasticcio, a sua volta Guardiano del Monte-che-guarda-la-Conca-d’Oro, che aveva messo a tacere lo Gnomo Guardiano della Cava, accompagnato da Lepre-Lewis-13:30 che ci teneva a ribadire di essere un grande amico del Sandalato Infortunato, quindi anche amico di Lumaca Simo grazie all’Incantesimo Transitivo dell’Amicizia. Sostenuta da queste due buffe presenze Lumaca Simo emerse dalla Cava Riarsa, apprestandosi a percorrere l’ultimo tratto che la separava dalla Piazza Campanaria di Caltavuturo: ormai il sopralluogo stava terminando, lei sapeva dove si nascondeva il terribile Dragone e adesso doveva solo riposare prima che spuntasse nuovamente il giorno.

Per fortuna il Sandalato Infortunato, con il prode Paride, le si presentò davanti ad indicarle la giusta deviazione per i gradoni e così Lumaca Simo arrivò alla Piazza, dove Aldo Spavaldo, preoccupato che tutti i valevoli combattenti tornassero sani e salvi, li stava aspettando insieme ai fedeli Giuseppe Cronometro, Filippo Classificatore e Renato Gazebo.
Lumaca Simo si riunì con gli altri amici eroi : tutti erano sani e salvi e si apprestavano a rifocillarsi e andare a riposare le stanche membra nelle loro tende dell’Accampamento Alberato di Calatavuturo. Solo lei e il Pelato Minimalista si rifugiarono altrove: in una grotta poco lontana in compagnia di quattro valorose Guardie che avrebbero protetto il loro sonno.

(…to be continued…)

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Published by Ultramaratone, maratone e dintorni (Simona Patti) - in Storie - storielle e barzellette Racconti di gara e tributi personali
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14 giugno 2015 7 14 /06 /giugno /2015 16:34

Ha preso il taxi da Cleveland a Painesvilleda, circa 48 chilometri e poi non aveva di che pagare.
Victoria Bascom, 18enne americana è stata condannata dal giudice a tre giorni di servizi sociali, quattro mesi di libertà vigilata e 100 dollari di multa.

Inoltre, ha potuto scegliere tra un mese di carcere o percorrere a piedi l’equivalente del tragitto fatto in taxi, in sole 48 ore.
Il giudice non aveva ancora finito di parlare che Victoria aveva già iniziato a camminare…

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8 maggio 2015 5 08 /05 /maggio /2015 11:50
Storie di Corsa. Il bacio "galeotto" ad uno sconosciuto di Barbara Tatge diventa virale nella rete
Storie di Corsa. Il bacio "galeotto" ad uno sconosciuto di Barbara Tatge diventa virale nella rete

Barbara Tatge è una donna di 55 anni, divorziata, con due figlie e con una grande passione per lo sport. Per questo motivo lo scorso 20 aprile non ha perso l'occasione di partecipare alla Maratona di Boston, anche se è diventata famosa per una performance extrasportiva.

La donna, infatti, aveva fatto una scommessa con Paige, una delle sue due figlie: durante la corsa avrebbe dovuto baciare uno sconosciuto e ha trovato un bell'uomo che si è prestato all'iniziativa.
Per vincere la scommessa, Barbara ha dovuto immortalare il momento e ha inviato la foto alla figlia, che l'ha diffusa sul web.

Da allora è scattata la caccia all'uomo misterioso, con la notizia diventata virale in pochi giorni.

Domenica scorsa (il 3 maggio 2015) la ricerca si è conclusa, ma a farsi vivo non è stato l'uomo misterioso. A rispondere, infatti, è stata la moglie, che ha chiesto di rimanere anonima e ha così risposto a Barbara: «Non sono arrabbiata per quello che è successo, anzi l'idea è stata divertente. Purtroppo, però, quello è mio marito, e con i nostri amici ci siamo divertiti tantissimo a prenderlo in giro».
Barbara ha fatto sapere di aver apprezzato la risposta della donna: «Ha dimostrato di avere grande sportività, suo marito è fortunato ad avere una moglie così. Sono sollevata, non volevo creare imbarazzo o scatenare drammi familiari. Quel bacio veloce mi ha dato la carica per finire la corsa». Lo riporta il Daily Mail.

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23 aprile 2015 4 23 /04 /aprile /2015 06:31
Mamma, vorrei fare l'emerodromo (dal sito web della FIDAL)Mamma, vorrei fare l'emerodromo (dal sito web della FIDAL)

Ecco - tra storia e fantasia - il racconto di Giorgio Cimbrico (pubblicato sul sito web della FIDAL), nel quale - ma con un finale assolutamente inedito - viene raccontata l'avventurosa vicenda del leggendario soldato ateniese che, di corsa, portò in patria la notizia della vittoria della battaglia di Maratona, che - vogliamo ricoradare qui - prima ancora di essere "maratoneta" era un "emerodromo", cioè un soldato disciplinato a correre anche per cicli di 24 ore consecutive: questo per dire che, anche con il supporto di fonti storiche alternative a quelle ufficiali sull'origine della Maratona, Filippide compì tra la vigilia della famosa battaglia e suo aftermath un'impresa di corsa titanica e tanto più gloriosa.

Gli amanti della corsa di 24 ore e più sono dunque degli "emerodromi", a somiglianza di Fidippide.

(Giorgio Cimbrico) “Mamma, vorrei fare l’emerodromo”. “Ma caro, ci vogliono buone gambe e tu a volte non vuoi neanche andare al tempio per portare l’offerto ad Atene, nostra protettrice e patrona. E dire che è lì, a quattro stadi da casa nostra”.

“Hai ragione, sono un pigraccio, ma da quando ho parlato con Eucle, ho capito che fare l’emerodromo fa al caso mio: fichi del Peloponneso, miele di Tessaglia, formaggio di Chio, è quello che tocca. Mamma, ho diciotto anni, devo pensare al mio futuro. E poi, ci sarebbe anche qualcos’altro… Per gli emerodromi le ragazze stravedono. E quando l’ho accennato a Ictina, quella ha cominciato a farmi gli occhi dolci”.

“Fai tu, ormai sei adulto. Ma ricordo che quando ci provò Tirsi, quello che abita qua dietro, tornò a casa con le ciocche ai piedi e calli che lo facevano urlare. Ora vende verdura. Altro che emerodromo”.

“Ma io quello voglio fare, ho già cominciato ad allenarmi con Tersippo. E Eucle può metterci una buona parola: lui è già nell’esercito da tempo ed è stato proprio lui a dare una mano a Tersippo perché lo prendessero”.

“E va beh, prova. Al massimo finisci come Tirsi. Io comincio a metter via un po’ di olio di Locri da spalmarti sulle piante”. “L’olio di Locri è meglio sul pane. Comunque, domani comincio e così sarebbe bene che stasera mi tenga leggero. Cos’hai preparato?”. “Capra cotta nel suo grasso”. “Va be’, faccio uno strappo, ma è l’ultimo. E’ una di quelle capre di Amaroussi?”. “Eh, sì, quelle che alleva Falocio”. E Filippide si servì di un cosciotto e, già che c’era, anche di un po’ di frattaglie che gli piacevano tanto. Stava per cominciare la sua carriera di emerodromo, messaggero a piedi. La posta celere di quel tempo.

Inizio estate del 490 prima della nascita di Nostro Signore, venti di guerra. Arrivano i persiani di re Dario, tantissimi e minacciosissimi, e marciano verso l’Attica per mettere a posto i greci che si erano un po’ allargati sulle coste della Licia. Marciano e non solo: hanno anche una flotta pazzesca, sterminata. Gli ateniesi hanno bisogno di aiuto e quelli di Platea aderiscono, ma sono quattro gatti. Rimane da ingoiare un rospo e chiedere agli Spartani, la Ddr dell’epoca: tutti duri, tosti, allenati, un po’ fissati con quella che oggi chiamano la fitness. E così Milziade raduna lo stato maggiore.

“Con voi di Platea, arriviamo sui 10.000 uomini. Pochini. Callimaco, quanti sono i persiani?”. “C’è chi dice 30.000, c’è chi dice 50.000. E non sono lontani”. “Proviamo con gli Spartani, Aristide?”. “Proviamo, ma sono degli stronzi”. “Va be’, che siano degli stronzi è noto, ma tentare bisogna. Chiamatemi un emerodrono. L’ultimo arrivato mi sembra buono. Come si chiama?” “Filippide, Fidippide, una cosa del genere. Ma senti, Milziade, Sparta è lontana; se ne mandi uno o quello schiatta o ci mette un’epoca ad andare e tornare con la risposta”. “E allora?”. “Il ragazzo è stato reclutato dai due che avevamo già in forza, Eucle e Tersippo. Se si danno una mano, tagliamo i tempi”. “Non mi sembra mal pensata. Chiamali”.

E così partono in tre, con un piano. Uno si fermerà più o meno dopo due terzi di cammino, gli altri due andranno avanti, sino a Sparta e il meno stracco imboccherà un pezzo della strada di ritorno. Eucle, il veterano: “Filippide, sarai tu a tornare all’accampamento del nostro esercito: sei giovane, non conosci gli spartani che sono dei gran figli di cane, e sei anche un nostro amico e vogliamo che tu abbia il tuo momento: se la risposta sarà positiva e a portarla sarai tu, gli strateghi avranno una bella impressione”. “Eucle, Tersippo, siete come dei fratelli. Anzi, meglio dei fratelli. Vi devo una bevuta. Al ritorno, bianco per tutti”. “Sì, ma non quello che sa di resina. Mi fa schifo”. “Allora prenderemo una brocca di quello di Corinto”. “Andata”.

Giugno, il caldo comincia a picchiar duro. Per Sparta, sempre dritti a sud ovest: il sole è una buona guida. Dopo un giorno di corsa leggera, Filippide si ferma in una macchia d’olivi. “Quanto tornerete?”. “Con gli spartani di mezzo, non sai mai. Magari ci fanno la pelle. Aspetta qua buono. Acqua ne hai”. Eucle e Tersippo vanno sinché la polvere dell’orizzonte li assorbe. Eucle è il più anziano, sa distribuire bene le energie ma Filippide pensa che l’indomani sarà Tersippo a portargli la notizia: è giovane e già esperto e gli dei sanno tenere la fatica lontano dai suoi muscoli. Il sole tramonta, la notte cala, la luna sorge e, come diceva quel porta cieco di cui gli parlava il retore, arriva l’alba dalle dita rosate. Quando il carro del sole corre già alto nel cielo, ricompare un puntino, è Tersippo.

“Notizie di merda. Non vengono. Perché hanno una delle loro feste, dicono, ma secondo me è perché sanno che siamo vicini a esser fregati e se Atene scompare, per loro è una pacchia”. “E Eucle?”. “Eucle arriva, ha il fiato un po’ corto, e ce l’ho anch’io. Vai dai capi e racconta com’è andata”. “Vado, qui c’è ancora un po’ d’acqua e un po’ di ricotta”.

L’esercito è radunato in una pianura a nord della città, Maratona si chiama. Milziade è un generale che va per le spicce ma è anche un tipo comprensivo e dopo che Filippide gli ha riferito le notizie, aggrotta il volto, ma lo congeda con gentilezza e gli dice di andarsi a riposare. Notte, fuochi nella radura. Tersippo ha aspettato Eucle, arrivano e si fanno scivolare a terra, vicini all’amico. “Come l’ha presa?”. “Bene, no. Ma è uno con le palle e ha chiamato gi altri comandanti e stanno parlando da qualche ora”.

L’indomani è quello che noi chiamiamo 12 settembre ma qualche storico pensa sia l’11: si vede che quel giorno ha avuto sempre in serbo qualcosa di grosso. I persiani vengono avanti con quei loro berretti frigi, con quei loro archi corti, una siepe fitta. Milziade accetta battaglia e naturalmente non c’è niente di eroico: è solo un taglia, affetta, sfonda, picchia, massacra. A metà pomeriggio, la pianura è coperta di morti. Persiani. “Callimaco, come sta andando?”. “Milziade, a occhio direi che abbiamo vinto. E abbiamo anche avuto pochi morti. Il problema è che pare che i persiani, con la flotta, stiano tentando di aggirare l’Attica per puntare su Atene”. “Senti, se gli uomini ce la fanno, radunali e marciamo verso la città”. “Mandiamo un emerodromo?”. “Macché emerodromo. Se ci organizziamo, questi 200 stadi ce li sbraniamo in quattro ore. Gli uomini saranno anche stanchi, m sono eccitati e hanno vinto. In marcia”.

Danno un elmo e una lancia anche agli emerodromi e partono: prima in salita, poi una lunga discesa verso la città. Non ce la fanno in quattro, ma in cinque ore sì, e trovano un’aria tranquilla perché dal Pireo nessuno ha segnalato l’arrivo di navi persiane. E’ allora che Milziade annuncia che ha appena sbaragliato il nemico. Festa, ghirlande di fiori preparate al momento, bevute e, a sera inoltrata, rompete le righe.

“Figlio, figlio mio”, urla isterica Vuia, la mamma di Filippide quando vede il figlio sull’uscio di casa. “Mamma, cos’hai? Sei fuori di te”. “E’ che girava la voce che il comandante avesse mandato un emerodromo per annunciare la vittoria e che lui era arrivato, sì, ma aveva appena avuto il tempo di dire nike e poi era spirato. E io mi ero messa in testa che fossi tu e così ho pregato tutti gli dei, a cominciare dal gran padre Zeus. Ma ora sei qui, tutto intero. Grazie Zeus, grazie Athena, grazie dei del cielo e degli inferi. Mio figlio è a casa”. “Mamma, io avrei fame”. “Figlio, Falocio ha portato un’altra di quelle capre che ti piacciono tanto. Un paio d’ore e sarà in tavola. Mentre aspetti, riposati e mangiati un po’ di formaggio con le olive di Kalamata”. “Mentre cucini, ti racconto di quando ho corso dalla strada per Sparta sino a Maratona. Non ero mica stanco”. “Figlio, sei un emerodromo nato”.

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9 novembre 2014 7 09 /11 /novembre /2014 17:56
Passata è la tempesta (Elena Cifali) Don, don, don, din don, din don.
Vado avanti con passo lento e incostante, sottoposta a tutte le soste che la mia cagnetta Thelma mi obbliga a fare.
L’assecondo, dopotutto la passeggiata del sabato pomeriggio è tutta sua, dedicata interamente a lei.
Lei decide dove andare, dove svoltare, quando fermarci e quando riprendere a camminare.
Annusa ogni cosa si trovi a portata di naso, pianta le zampe a terra e non si muove finchè non ha captato anche il più piccolo segnale. Muove il naso dal basso verso l’alto e poi dall’alto verso il basso, come se leggesse chissà quale messaggio lasciato da chi è passato prima di lei. Va avanti e di scatto torna indietro, sicura da’vere saltato un passaggio.
A volte le sue “letture” si attardano anche per più minuti, ed è allora che io mi stufo di restare immobile sullo stesso posto. “Dai andiamo Thelma, torniamo qui dopo”.
Don, don, don.
Alzo lo sguardo.
Il campanile segna un quarto alle quattro. Il cielo è ancora carico di nuvole che però tendono a diradarsi col passare dei minuti.
Le facciate delle case sono ancora tutte bagnate dalla pioggia caduta in questi giorni, sembrano intrise d'acqua e gonfie come spugne.
Sull’asfalto restano le tracce di tutto ciò che è stato spazzato via dagli alberi, dai balconi, dai terrazzi, in un girotondo fantastico che è finito lentamente, e che adesso costringe tutto ad una irreale mobilità.
Rifiuti di ogni genere, rami, foglie, carta, plastica, vetri.
I resti di una notte difficile.
Passata é la tempesta. 


Il runner e sopratttutto il caminatore sulle lunge distanze, si abituano ad osservare i mille dettagli che scorrono come su di uno schermo davanti ai loro occhi e che in un certo modo vivono intensamente e metabolizzano assieme alla fatica e al sudore. Questa attitudine osservante persiste anche si diventa flaneur, ovvero passeggiatori per diletto ma anche per necessità, come quando è d'obbligo regalare una bella camminata ai nostri amici a quattro zampe, ma in questo modo regalarla anche a noi stessi. 
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6 agosto 2014 3 06 /08 /agosto /2014 15:55

Innocenzo-La-Scala-all-Etna-Trail-2014.jpg

Miracoli del Trail... Uno e Trino. Trino che si fa uno: potenza dello Spirito Trail.
Innocenzo La Scala,
presidente dell'ASD Marathon Misilmeri, è stato ritratto "triplicato" durante l'Etna trail 2014, svoltosi lo scorso 2 agosto, al passaggio dai Crateri Sartorius, come è possibile vedere dalla foto che apre il commento.

O, meglio, nella foto ci sono tre Innocenzo La Scala: quale sarà quello vero?
Oppure sono tutti veri, nel senso che Innocenzo, da Presidente di Società capace di fare cose mirabolanti si è triplicato!!!
Forse per non dover correre in solitudine: in fondo, 
 per correre un Ultra Trail quale migliore compagnia potrebbe esserci del proprio Doppio o, addirittura, di un proprio Triplo?

Etnatrail-0703.JPGOppure le tre figure che emergono dal bosco alle sue (loro) spalle sono tutti cloni che corrono l'Etna Trail al posto di Innocenzo che, nel mentre, se ne sta placidamente al fresco a sorbire una bibita?
O, ancora, potrebbe soltanto essere stata una distorsione ottica di chi lo stava fotografando! 
O potrebbe trattarsi di un esperimento di ripresa fotografica alla maniera di  Eadweard Muybridge...
Non si potrà mai sapere con certezza, e tutte le ipotesi potrebbero essere plausibili.
Comunque, quel che è certo è che qualcosa di stupefacente é accaduto!

 

Un piccolo divertissement su di un'elaborazione di immagini, fatta a partire da una sequenza di foto realizzate da Maurizio Crispi all'Etnatrail 2014.

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15 marzo 2014 6 15 /03 /marzo /2014 07:46

Moscerino a colazione

(Maurizio Crispi) Vi è mai capitato, correndo, che mentre aprite la bocca per rifiatare un moscerino irriverente si infila deciso nella vostra bocca, inconsapevole della fine che farà, per non parlare di inseti più grossetti, quali mosche o, per fortuna, ben più di rapidi api e vespe?
Sicuramente, sì! Sono certo che, nei vostri annali di memorabilia podistiche, ci saranno annotati tanti di questi episodi.
Ma vi siete mai chiesto cosa accade al malcapitato moscerino se non riuscite tempestivamente a sputacchiarlo fuori?

Quello che segue è il racconto di una tale esperienza, di cui scrissi in forma di lettera-racconto a mio figlio Francesco che allora (al tempo del fatto eravamo nel 2003), aveva appena 8 anni. 


Caro Francesco

Ti racconto cosa mi è successo questa mattina.

Come sempre, correvo e giravo, un giro dopo l'altro, attorno a Villa Sperlinga.

Ogni tanto, siccome ero affannato, respiravo con la bocca aperta per prendere più aria.

Ed, improvvisamente, mentre l'agognato torrente d'aria si riversava nei miei polmoni ansimanti, un moscerino è entrato attraverso le mie fauci spalancate come un proiettile, rimanendo imprigionato, quando di scatto ho serrato le mascelle.

Per un attimo, l’ho sentito agitarsi disordinatamente.

Invano ho cercato di ributtarlo fuori, sputacchiando e tossendo.

Niente, nessuna traccia del moscerino.

Dopo un istante, non ci ho pensato più, anche se permaneva un certo fastidio in gola.

Non ho voluto nemmeno farmi sfiorare dal pensiero su quali schifezze si fosse posato a razzolare, il moscerino, prima di gettarsi a capofitto nelle mie fauci leonine.

Dopo un po' mi sono fermato e ho iniziato a fare un po' di ginnastica disteso sulla panca di pietra.

Ma a questo punto, forse a causa della posizione, mi sono accorto con ulteriore fastidio che c'era qualcosa che mi stava scendendo lungo il cannarozzo (leggi: esofago): evidentemente, il moscerino recluso nelle mie fauci procedeva per l’unica via obbligata come Pinocchio inghiottito dalla vorace bocca del grande Squalo.

Un bolo fastidioso, un pizzicore sgradevole subito dietro lo sterno.

Avrei voluto ingollare un po' d'acqua per facilitare la discesa dell’intruso.

Ma, purtroppo, non ne avevo con me e nemmeno ce n’era a portata di mano: come adesso quella che sgorga da una provvida fontanella.

Ho cercato di deglutire un po' di saliva per rendere più fluido il movimento del moscerino verso lo stomaco.

Ma niente da fare, la mia bocca era super-asciutta.

Ho tossito, sono stato scosso da brevi conati di vomito, ma senza arrivare a rimettere nulla.

E poi il fastidio è finito di colpo, con un senso di liberazione.

Mi sono naturalmente ritrovato a meditare sul fatto che questa repentina sensazione corrispondeva alla morte del moscerino che, per certo in un batter d'occhio o, per meglio dire, in un batter d’ala, era già finita nella, per lei, vasta cavità del mio stomaco brontolante, dove sicuramente in quattro e quattr'otto doveva essere affogata nell'acidume dei succhi gastrici prodotti per la disgregazione dell'inatteso boccone.

Ho pensato tra me e me: ecco una bella integrazione della mia colazione!

Yummy Yummy! Avrebbe detto un indio dela selva amazzonica che integra la sua alimentazione con la raccolta di vari insetti succulenti, di cui lì esiste un'enorme varietà

E così, povero innocuo moscerino, hai concluso il tuo ciclo vitale per trasformarti in un minuscolo grumo di proteine e di amino-acidi che vanno tutti a mio vantaggio.

Dunque, un incontro sfortunato per te, moscerino mio (mio, adesso a buon diritto!),  che però, se vogliamo dire le cose come stanno, hai avuto l'onore di trasformarti in qualcosa d'altro e di più "nobile".

Ma, improvvisamente, altri interrogativi affollano la mia testa.

E se il moscerino fosse stato il risultato di un misterioso esperimento di ingegneria genetica e avesse contenuto del DNA estraneo; e se una stringa di materiale genetico si impiantasse, a seguito di questo fortuito incontro, nei miei cromosomi?

Diventerebbe indecidibile allora poter dire se è il moscerino ad essersi trasformato in me (cioè nella mia materia costitutiva) oppure se sia io a dover iniziare una lenta trasformazione in moscerino o chissà in quale altra chimera biologica… (ah, il film "La Mosca"! Quanto ha potuto terrorizzarmi e disgustarmi!).

Ma questo pensiero potrebbe essere l’inizio per un ottimo racconto di science-fiction; forse, ho letto e visto in TV troppa fantascienza negli ultimi tempi…

Oppure… Oppure...

Oppure – questo è inquietante – proprio io potrei essere l’inizio di una nuova progenie di esseri dotati di poteri eccezionali, come nell’origine della storia di Spiderman

Mi chiedo se sono io a lasciarmi suggestionare oppure se ciò sia la realtà, quando, guardandomi allo specchio appena tornato a casa, ancora fresco del lauto pasto, ho l’impressione che compaia nelle mie iridi un disegno di molteplici sfaccettature…

E cosa mai saranno quelle creste rilevate e dolenti che mi sono comparse, in posizione simmetrica, sulla schiena?

Per il momento, non so darmi risposte convincenti.

Per ora, voglio pensare di essere preda di un sogno determinato dalla suggestione di un fortuito incontro (vedremo in seguito se dovrà essere considerato fortunato o sfortunato...).     

Ma, come diceva Eraclito, panta rei.

Tutto scorre e si trasforma incessantemente.

Forse, io mi sto trasformando…

Lo sento... 

 

(Palermo, il 19.08.2003)
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10 dicembre 2013 2 10 /12 /dicembre /2013 06:19
Una Maratona che diventa altro: un'occasione perduta che si trasforma in un'inedità possibilità(Maurizio Crispi) Ci capita spesso di sognare (o di fantasticare) di arrivare tardi alla partenza di una maratona o di una gara importante. O, di arrivare in un certo posto, per partecipare e e poi scoprire traumaticamente che non puoi correre con gli altri, percè non ti è arrivato il bagaglio che contiene per intero la tua attrezzatura da corsa e i negozi sono irromediabilmente chiusi per poter comprare del vestiario adatto e delle calzature nuove.
Una volta ho visto un maratoneta piangere di afflizione e disperarsi, seduto sulla scala dell'albergo dove aveva preso alloggio. Era arrivato tardi la sera prima in aereo e il suo bagaglio era stato disperso: non aveva più nulla, al momento, e non poteva partecipare a quella maratona lungamente preparata.
Piangevaproprio come un vitello... 
A volte può capitare, invece, che si parta per raggiungere un luogo in cui si svolge una maratona per accorgersi all'arrivo che si è fatto un clamoroso errore di data e che la maratona non c'è affatto: dopo essere andati alla vana ricerca della maratona perduta senza trovare traccia di organizzatori, di centro maratona e quant'altro 8le solite cose e procedure cui siamo abituati) si viene a scoprire che sarà un mese dopo. E allora, anzichè strapparsi i capelli e torcersi i polsi, non rimane altro che fare buon viso a catttivo gioco e trasformare l'occasione perduta in qualcosa che sia gradevole, senza alcun rimpianto, una bella vacanza e un momento di relax fuori dagli schemi, se si riesce a tollerare il piacere fine a se stesso e non filtrato (e giustificato) dal duro lavoro di dover affrontare una gara sulla lunga distanza...
Credo che tutto questo stia nella natura del gioco che giochiamo, in fondo. 

A titolo di esempio, quello che segue è ciò che ricordo di un piccolo sogno che ho fatto proprio questa notte.
 
(10.12.2013) C'è una gara podistica, anzi una maratona. La ccnsueta folla di podisti che si radunano, si cambiano di abbigliamento, fanno le loro corsettte diriscaldamento e si strecciano.
Colore, movimento, chiacchiericci.
Incontro un'amica che non vedo da tempo e la invito a venire a fare colazione con me.
Un altro si aggrega.
Prendiamo l'auto ed andiamo sino ad un bar del centro città dove, addirittura, per un modico prezzo, è a disposizione una mega colazione con buffet.
Dall'interno del locale vediamo passare lungo la strada un fiume di podisti in riscaldamento e, tra questi, scorgo più volte la stessa Maureen che, come sempre, corre con grande gioia e con il sorriso sulle labbra.
Improvvisamente, la strada però si è svuotata, il fiume di atleti gioiosi ha cessato di scorrere e, su tutto, è calato il silenzio.
Non c'è più anima viva, nessun podista.
Mi rendo conto improvvisamente di essermi sbagliato sull'orario di partenza. La maratona prende il via alle 9.00 e non alle 9.15!
La mia amica Giuliana e il podista senza nome devono entrambi affrettarsi alla partenza, ma sinceramente non ho idea di come faranno ad essere là in tempo utile, dal momento che la gara è praticamente già partita.
Nè, d'altra parte, possiamo usare l'auto perchè il circuito sarà stato chiuso al traffico.
Da quel momento comiincia un'avventura che è quella di compiere un'importante missione che nulla ha a che vedere con la maratona in corso, ma - dal cui esito - dipende il destino del mondo.
Diventiamo una specie di fantasiosa "compagnia dell'anello": ma di questa parte del sogno molto complessa, mi mancano i dettagli...  e rimane quindi come una storia tutta da scrivere ... o da inventare.
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12 novembre 2013 2 12 /11 /novembre /2013 08:07
Una corsa senza fine
(Maurizio Crispi). Ho sempre fatto nella mia vita dei sogni in cui correvo e, se non correvo, camminavo lungo una strada senza fine. In entrambi i casi, se cambiavano di volta in volta gli scenari sogno era sempre quello. Io camminavo o correvo lungo una strada in totale solitudine, il più delle volte in silenzio.
Questi sogni appartenevano indubbiamente alla categoria dei "sogni ricorrenti".
Quando inziai il mio percorso psiconalaitico, il mio psicoanalista - quando eravamo ancora lontani dall'addentrarci nei reami dll'inconscio (il mio) - mi chiese, tanto per rompere il ghiaccio - e per sottolineare l'importanza dei sogni in quanto materiale da esaminare, se avessi mai fatto dei sogni ricorrenti.
Io gli parlai - quasi orgogliosamente - di questo genere di sogni.
Lo dissi "orgogliosamente", perchè questi sogni - considerando che proprio in quel periodo avevo cominciato a correre a lungo, anche se ancora in maniera non finalizzata alla partecipazione alle gare - mi facevano sentire un "diverso" e mi parlavano di un mio intimo desiderio di viaggi, di esplorazioni, di avventura (ma c'era anche questa nota dominante di solitudine e di isolamento che, poi, ritrovai - interpretata alla grande ne "La Solitudine del Maratoneta" di Alan Sillitoe).
Ho compiuto il mio percorso psicoanalitico (anche in questo caso si trattò di un viaggio), ho imparato a conoscermi meglio ed ho acquisito degli strumenti per continuare a guardare dentro di me, trovando delle chiavi di lettura e di comprensione per certi accadimenti psichici, eppure quei sogni sono rimasti (e, in fondo, il viaggio continua sempre, inarrestabile).
Si ripresentano sempre, di quando in quando.
Non sono sogni d'angoscia, semmai tali da generare in me un senso di grande meraviglia.
Amo questi sogni... forse perchè fanno riferimento alla mia più profonda identità. 
Ma c'è anche dire che, in taluni casi, la nostra attività di corsa diventa un interrutore che accende uno stato sognante (dreamy state) della nostra mente
Quello che segue è di questa notte (12.11.2013).
Una corsa senza fineSto partecipando ad una gara di ultramaratona attraverso l'Italia.
Si corre da Nord a Sud in tappa unica, giorno e notte, di continuo.
Non ci sono posti di ristoro.
Per riposare ci si mette per terra, sotto qualche riparo, e si dorme per il tempo ncessario
Il percorso non è segnato e di volta in volta si deve intuire qual'è la strada giusta, sulla base di indizi e di una traccia appena abbozzata su di una cartina geografica di cui i partecipanti sono dotati (una sorta di roadbook estremamente rudimentale). 
Ogni tanto io - come gli altri partecipanti - ho la sensazione di essermi perso, ma poi recuperavo sempre la strada giusta.
A volte, la strada asfaltata è tutta coperta da una fitta vegetazione, come se fosse stata abbandonata da lungo tempo.
Qualche volta, corro affiancato con altri podisti pure impegnati nell'impresa, compagni di corsa e di viaggio.
Altre volte li vedo, davanti a me, come puntini distanti ed evanescenti.
Ad un certo punto, mi si affianca il grande Boris Bakmaz e, per pochi istanti, chiacchieriamo ed io mi sento oonorato della sua compagnia.
Poi, lui riprende a correre con il suo passo più svelto e costante ed io rimango di nuovo da solo.
Ogni tanto un'auto degli organizzatori si affianca a me o agli altri per chiederci se tutto sia a posto.
Quando sono ormai in prossimità dell'arrivo, per proseguire bisogna passare attraverso una casa diruta senza infissi, porta e finestre come occhiaie vuote dal contorno tutto sbrecciato: affacciandomi all'apertura che si apre sul lato opposto vedo soltanto una distesa d'acqua apparentemente infinita.
Arriva il sindaco del paese che da lontano e a gesti mi indica che è proprio quella la direzione da seguire.
Basta che io abbia fede.
Rientro nel rudere, perplesso.
E vedo che a terra c'è un libricino brossurato con la copertina rossa tutta gualcita. Lo apro e sembra che sia una raccolta di poesie, ma i caratteri sono quasi illeggibili per via della lunga esposizione alle intemperie e all'umido, e le pagine stesse cominciano a sbriciolarsi mentre le sfoglio.
Ma c'è anche un altro libro, pesante e rilegato in cuoio che, ad occhio e croce, sembra in migliori condizioni.
Lo prendo e lo soppeso tra le mani chiedendomi, se sia il caso di aprirlo oppure no.
Penso che se si può ancora leggere, forse aprirlo sarebbe letale ai fini della prosecuzione della mia corsa, perchè non resisterei alla tentazione di cominciare a leggerlo.
E addio corsa!
Oppure, mi scatta la domanda: "Che non sia proprio questa la via per proseguire la corsa? Che il libro non sia una "porta" che conduce ad una strada nuovamente praticabile?"
E con questo interrogativo che rimanda ad enigma insondabile si conclude il mio sogno.
Palermo, 12 novembre 2013
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1 ottobre 2013 2 01 /10 /ottobre /2013 06:07

Una coppia che corre insieme, nello sport e nella vita (Elena Cifali)(Elena Cifali) Ho incontrato una coppia qualche gara fa, credo che fosse a Modica, subito dopo il mio primo "Passatore" (maggio 2013).
Lui, un chiacchierone di prim’ordine si autopresentò. Era in compagnia della moglie, entrambi corrono da sempre ma lei ormai non gareggia più. Lui, avanti negli anni fa solo gare corte ma, ogni volta, che mi incontra mi racconta di qualche sua impresa di ragazzo nelle lunghe distanze.
Sconosco i loro nomi ma, quando mi si avvicinano, mi riempiono di gioia e mi fanno sentire una figlia, perchè sono sempre carichi di complimenti, suggerimenti e raccomandazioni. 

Ieri li ho incontrati separatamente. Lui in corso di gara e lei a passeggio col loro cane, un volpino bianco, curatissimo, soffice come un batuffolo di cotone. Con l’eleganza che la contraddistingue lei mi ha detto: Leggo sempre quello che scrivi (immagino si riferisca ai miei racconti su Ultramaratone, maratone e dintorni), perché non scrivi qualcosa anche su me e mio marito?”
A dire il vero, l’ho guardata con aria esterrefatta.
Non so nulla di loro, neppure i loro nomi, ma non ho voluto deluderla. Mancavano solo pochi minuti all’inizio della gara e mi sono congedata frettolosamente.
Durante quei brevi 33 minuti di corsa pensavo e ripensavo a quei due.
Mi ripromettevo di cercarli dopo, ma come due angeli spariscono sempre.

Poco importa, scriverò di loro; scriverò quello che la mia fantasia mi detterà.
Ed ecco il mio racconto.


... "Metti le scarpette, stasera si corre"
La luna illumina l’ambiente filtrando tra le cime degli, la strada si percepisce appena. 
Le foglie, gialle e rosse, ormai secche sono cadute copiose durante questo pomeriggio di vento. 
I due distinguono i margini del viale, più che per nettezza dei suoi confini, per le diverse sfumature di colore del suo fondo e dei suoi strati: grigio chiaro quello asfaltato, marrone scuro ai margini ed ancor più scuro tra il nudo terreno e gli alberi. 
Qualche lampione, di tanto in tanto, rende più evidenti i contorni del tutto, compreso il viso di Lei, ormai avanti negli anni, solcato da rughe profonde sulle guance ed ai lati degli occhi. Un incarnato chiaro, latteo fa da cornice ai suoi occhi cerulei, espressivi come quando era bambina. Sorridente e serena, gli corre al fianco e il suo corpo di donna, femminile ed atletico allo stesso tempo non sfugge alle sue attenzioni.
Le sue movenze rimangono leggere ed hanno qualcosa di sensuale. Lui, più avanti di Lei nell’età, è rimasto un bell’uomo come da ragazzo. Lo sguardo penetrante, interrogativo, i capelli folti e brizzolati.
Un uomo tutto muscoli, possente come un toro, offeso solo in quella mano che, per disgrazia, rimase incastrata in quel pesante cancello quando ancora lavorava in acciaieria.

Lui percepiva la sua essenza di donna attraverso i suoi movimenti, i suoi occhi, il suo sorriso. “Hai un bel passo stasera...” - le dice, guardandola, mentre Lei si volta sorridendogli. "Sono un po’ stanca invece” - lei risponde senza distogliere gli occhi dalla strada, rallentando leggermente il passo per poi riprendere l’andatura. 
Stavano correndo da quasi un’ora sotto la luna serale ed i loro passi, i loro sorrisi, i loro cuori sembravano sintonizzati senza sforzo sulle stesse frequenze. 
Dai, quest’ultimo chilometro più veloce!” 
Accelerano gradualmente sino a portarsi su ritmi più elevati, lui solo meno di un metro davanti a Lei.

Si volta solo per guardarla… solo per vedere lei…
Poi, rallentano leggermente “Dai, amore, ci siamo, forza corriamo insieme e rapidi sino all’altezza della panchina al lato della strada...”.
Corrono ansimando, la loro non più giovane età li mette a dura prova, sentono il peso degli anni ma non gliene danno peso.

Si fermano finalmente... Lei, con fare tenero e pacato, lo abbraccia respirando a pieni polmoni, poi, quando il fiato glielo permette continua: “Non credevo, siamo stati bravi, mi sembrava di volare” 
Si guardano e sorridono mentre si appoggiano sulla panchina.
L’uno di fronte all’altra, si abbracciamo forte e sentono i loro respiri che vanno regolarizzandosi mentre i loro corpi intrisi di sudore si raffreddano.
Si scambiamo una bottiglietta d’acqua per dissetarsi mentre ancora si sfiorano con gli occhi. 

Si fa ora di tornare a casa e, col loro passetto svelto e cadenzato, tenendosi a braccetto come si usava fare molti anni fa, sudati e sorridenti, si avvicinano alla loro auto bianca poco più in là…..

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  • : Ultramaratone, maratone e dintorni
  • Ultramaratone, maratone e dintorni
  • : Una pagina web per parlare di podismo agonistico - di lunga durata e non - ma anche di pratica dello sport sostenibile e non competitivo
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  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.
  • Mi chiamo Maurizio Crispi. Sono un runner con oltre 200 tra maratone e ultra: ancora praticante per leisure, non gareggio più. Da giornalista pubblicista, oltre ad alimentare questa pagina collaboro anche con altre testate non solo sportive.



Etnatrail 2013 - si svolgerà il 4 agosto 2013


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Il perchè di questo titolo

DSC04695.jpegPerchè ho dato alla mia pagina questo titolo?

Volevo mettere assieme deio temi diversi eppure affini: prioritariamente le ultramaratone (l'interesse per le quali porta con sè ad un interesse altrettanto grande per imprese di endurance di altro tipo, riguardanti per esempio il nuoto o le camminate prolungate), in secondo luogo le maratone.

Ma poi ho pensato che non si poteva prescindere dal dare altri riferimenti come il podismo su altre distanze, il trail e l'ultratrail, ma anche a tutto ciò che fa da "alone" allo sport agonistico e che lo sostanzia: cioè, ho sentito l'esigenza di dare spazio a tutto ciò che fa parte di un approccio soft alle pratiche sportive di lunga durata, facendoci rientrare anche il camminare lento e la pratica della bici sostenibile. Secondo me, non c'è possibilità di uno sport agonistico che esprima grandi campioni, se non c'è a fare da contorno una pratica delle sue diverse forme diffusa e sostenibile. 

Nei "dintorni" della mia testata c'è dunque un po' di tutto questo: insomma, tutto il resto.

Come nasce questa pagina?

DSC04709.jpeg_R.jpegL'idea motrice di questo nuovo web site è scaturita da una pagina Facebook che ho creato, con titolo simile ("Ultramaratone, maratone e dintorni"), avviata dall'ottobre 2010, con il proposito di dare spazio e visibilità  ad una serie di materiali sul podismo agonistico e non, ma anche su altri sport, che mi pervenivano dalle fonti più disparate e nello stesso tempo per avere un "contenitore" per i numerosi servizi fotografici che mi capitava di realizzare.

La pagina ha avuto un notevole successo, essendo di accesso libero per tutti: dalla data di creazione ad oggi, sono stati più di 64.000 i contatti e le visite.

L'unico limite di quella pagina era nel fatto che i suoi contenuti non vengono indicizzati su Google e in altri motori di ricerca e che, di conseguenza, non risultava agevole la ricerca degli articoli sinora pubblicati (circa 340 alla data - metà aprile 2011 circa - in cui ho dato vita a Ultrasport Maratone e dintorni).

Ho tuttavia lasciato attiva la pagina FB come contenitore dei link degli articoli pubblicati su questa pagina web e come luogo in cui continuerò ad aprire le gallerie fotografiche relative agli eventi sportivi - non solo podistici - che mi trovo a seguire.

L'idea, in ogni caso, è quella di dare massimo spazio e visibilità non solo ad eventi di sport agonistico ma anche a quelli di sport "sostenibile" e non competitivo...

Il mio curriculum: sport e non solo

 

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